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Un referendum per serbi e croati di Bosnia

ottobre 5, 2017 Max Ferrari

Proposta shock del candidato premier della destra austriaca. Palalic a Tempi: «L’Occidente non deve annichilire noi serbi che siamo una diga naturale contro il fanatismo»

The head of the Serbian Progressive Party (SNS), Tomislav Nikolic (left) and the head of Austrias right wing Freedom Party (FPOE), Heinz Christian Strache during a press conference on 15. June 2011 in Vienna, Austria.  EPA/ROLAND SCHLAGER

Tomislav Nikolic (a sinistra), presidente nazionalista serbo fino a maggio scorso e cofondatore del partito dell’attuale presidente Vucic, e Heinz Christian Strache leader della destra austriaca e candidato premier della Fpoe

Quando, commentando i fatti di Barcellona, il leader della destra austriaca e candidato premier della Fpoe, Heinz Christian Strache, si è duramente scagliato contro la Ue che non ha proferito verbo per tutelare il diritto alla autodeterminazione dei popoli, molti sono rimasti senza parole. Già pronti a scatenarsi contro il “fascista-populista” amico dei picchiatori della polizia spagnola nero-vestita, sono rimasti spiazzati. Il nazionalista Strache è forse impazzito? Perché sta coi catalani? Qualche rarissimo esperto ha pensato che potesse essere una posizione utile a rivendicare un giorno un referendum per l’indipendenza del Sud Tirolo, terra cui in effetti la Fpoe guarda sempre con grande affetto e attenzione, ma sempre con una buona dose di realismo, sapendo bene che, in ogni caso, i diritti dei germanofoni in Italia sono ben tutelati. È vero che negli ultimi mesi il confine del Brennero è ridiventato bollente per via di quella che Vienna ha definito una “invasione incontrollata” di migranti, ma oggi il confine appare sigillato e in sicurezza e, in verità, Strache pensava ad altri confini, ben più pericolosi: quelli coi Balcani.

Da sempre, forse per un riflesso austro-ungarico, la Fpoe ha una grande attenzione per quel che succede tra Lubiana, Belgrado e Sarajevo, che, volenti o nolenti, sono un po’ il cortile di casa e, da anni, conduce una forte campagna di sensibilizzazione sulla islamizzazione dei Balcani e della Bosnia in particolare. Ecco dunque che Strache, a tre giorni dal referendum catalano e a 10 giorni dalle elezioni austriache lancia una vera e propria bomba dagli schermi di Rtrs, tv della Repubblica Serba di Bosnia, e chiede che anche i serbi e i croati di Bosnia, ingessati e costretti in un paese artificiale, possano scegliere il proprio destino attraverso un referendum. Che lo stato bosniaco diviso in due entità (la federazione croato-musulmana e la Republika Srpska) con una presidenza tripartita ma, de facto, guidato da un Alto Commissario straniero, non funzioni affatto lo sanno tutti e lo ammettono osservatori di ogni etnia e colore politico, ma per la Ue la questione è un tabù assoluto ed è quasi vietato parlarne.

Strache però lo fa e dice: «La comunità internazionale dovrebbe smettere di usare la forza per tenere artificialmente in vita la Bosnia-Erzegovina e dovrebbe permettere ai suoi popoli di autodeterminarsi. Un diritto che non dovrebbe essere negato a nessuno». Nella stessa intervista il leader austriaco ha ricordato come la Bosnia sia oggi il rifugio di molti terroristi di ritorno dalla Siria e ha ricordato l’importanza storica di Serbia e Croazia come bastioni cristiani contro il fanatismo. Musica per le orecchie dei vertici di Banja Luka e Belgrado con cui Strache coltiva eccellenti rapporti grazie anche all’instancabile lavoro del suo vicepresidente e vicesindaco di Vienna, Johann Gudenus e della sua bellissima moglie serba, Tajana, ma anche per i croati che all’Erzegovina, sempre sognata dal rifondatore della patria, Franjo Tudjman, non hanno mai davvero rinunciato.

Tutto sommato non si tratterebbe nemmeno di secessioni, ma di semplici ricongiunzioni alla rispettiva madre-patria con Sarajevo che rimarrebbe capitale di una Bosnia più piccola ma più omogenea e governabile abitata in prevalenza dai cosiddetti bosgnacchi convertitisi sotto l’occupazione ottomana. Sulla questione il governo di Belgrado non si è pronunciato, ma il presidente Vucic, pur convintamente filo-Ue ed equi-vicino a Usa e Russia, dopo il referendum catalano ha fortemente criticato il “doppio standard” di Bruxelles e della comunità internazionale che, da un lato, non riconosce alcuna legittimità al voto dei catalani a casa loro ma, dall’altro, ha riconosciuto senza problemi l’indipendenza del Kosovo strappato alla Serbia senza qualsivoglia consultazione popolare. Chi non ha dubbi è il segretario del Partito popolare serbo, formazione di governo guidata da Jovan Palalic, che dice a Tempi: «Vorrei capire – dice – perché i musulmani albanesi in Kosovo hanno ottenuto l’indipendenza su terra serba contro il diritto internazionale e senza referendum e perché invece ai serbi di Bosnia viene negato persino il diritto di svolgere una regolare consultazione. I Balcani si confrontano con una recrudescenza del terrorismo islamista e noi serbi siamo tra Bosnia e Kosovo dove la situazione è fuori controllo. Penso che l’Occidente non debba ripetere l’errore di annichilire noi serbi che siamo stati per secoli e continuiamo ad essere, nonostante tutto, una diga naturale contro il fanatismo che tenta di invadere l’Europa».

Foto Ansa

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