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Un plauso a Scarlett Johannson (ma questa volta non per la sua bellezza)

gennaio 31, 2014 Redazione

Israeliani e palestinesi «lavorano fianco a fianco in quella fabbrica». Così l’attrice risponde alla Oxfam, l’ong di cui per otto anni è stata ambasciatrice, dopo le dimissioni

Non si può dire che Scarlett Johansson sia una attrice disimpegnata sui temi sociali. Si è sempre schierata con le campagne a favore della pace e contro la povertà, promosse dalla ong Oxfam International, di cui era ambasciatrice. Però quando è stata costretta a scegliere tra la SodaStream, l’azienda israeliana per cui fa da sponsor, e la Oxfam, ha deciso di mollare proprio quest’ultima. Il motivo? «Una cruciale differenza di vedute con la Oxfam su questioni di boicottaggio».
La campagna mediatica contro di lei orchestrata dalla Oxfam e da altre ong filo-palestinesi, «mi ha costretto ad abbandonare dopo otto anni un impegno del quale rimango orgogliosa», ha detto la Johannson. L’attrice americana, che per parte di madre discende da una famiglia ebraica askenazita, non ha infatti alcuna intenzione di sostenere il boicottaggio dei prodotti delle colonie israeliane.

COOPERAZIONE, NON BOICOTTAGGIO. «Sono una sostenitrice della cooperazione economica e dell’interazione tra un Israele democratico e la Palestina», aveva detto Scarlett Johansson, prima di chiudere la collaborazione con la Oxfam International. Non è bastato. Secondo l’organizzazione no profit la campagna pubblicitaria per la SodaStream non sarebbe «compatibile con la sua attività» di ambasciatrice dei diritti umani.
L’organizzazione no profit da anni si batte per «azioni di promozione dei diritti e/o di pressione politica volte a ottenere cambiamenti strutturali» nei paesi che la ospitano. Già in passato aveva fatto appello alla comunità internazionale e alle Ong di avviare progetti in Cisgiordania che, secondo Israele, avrebbero violato accordi esistenti fra Palestina e lo stato ebraico. Anche per questo, in più di un’occasione, la Oxfam è stata accusata di perseguire campagne dal sapore più politico che umanitario. E quella del boicottaggio delle aziende israeliane nei territori colonizzati nel 1976 è una di esse.

LAVORO PER 500 PALESTINESI. Secondo Oxfam, la presenza di SodaStream nella colonia israeliana di Ma’ale Adumin, in Palestina, aggraverebbe «ulteriormente la povertà e nega il diritto delle comunità palestinesi». Di parere contrario è però Scarlett Johannson, che ha sottolineato che «SodaStream cerca di costruire un ponte tra israeliani e palestinesi, che lavorano fianco a fianco in quella fabbrica». In effetti, l’azienda con venticinque fabbriche sparse per il mondo, potrebbe fare a meno di stare in Cisgiordania. Tuttavia, se l’azienda che produce bevande gassate fai da te se andasse dalla Cisgiordania, come intimano Oxfam e altre ong, perderebbero il lavoro 500 palestinesi, 400 arabi che arrivano da Gerusalemme Est, e oltre 200 ebrei israeliani. L’amministratore delegato Daniel Birnbaum, intervenuto in difesa dell’azienda e della Johansson, ha indicato la sua azienda come «modello per la pace fra i due popoli». Oxfam però no ha voluto sentire ragione, e ancora oggi si oppone a «qualunque società che operi nelle colonie contribuendo a perpetrare l’ingiustizia verso i palestinesi». Questo perché, spiegano, «siamo contrari agli scambi commerciali con gli insediamenti, costruzioni illegali secondo la legge internazionale».

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3 Commenti

  1. Shiva101 scrive:

    “Israele democratico”.. da quando in qua un paese invasore si chiama democratico?

    • Enrico scrive:

      Basta andare indietro nella storia e tutti sono invasori. I poveri palestinesi sono gli eredi dei mussulmani che cacciarono ebrei e cristiani con la violenza e le peggiori efferatezze. Finiamola con questa retorica sugli invasori fatta dai peggiori pulpiti!

      • BVZPAO scrive:

        esatto.
        grande stima per Scarlett J. : avrei scommesso su un cedimento a favore di Oxfam ma mi ha sorpreso. Davvero coraggiosa.

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