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Un modo diverso di guardare i kosovari

maggio 19, 1999 Suor Marcella Catozza

Una suora missionaria in Albania racconta l’aiuto ai profughi

Da 7 anni sto in un villaggio del sud dell’Albania, alle spalle di Valona, insieme ad altre due suore canossiane e da circa un mese stiamo accogliendo la fiumana di gente che sta fuggendo dal Kosovo. Abbiamo assistito, a partire dalla notte di Pasqua, all’arrivo a Valona di camion, pullman e treni carichi di persone, il 60% sotto i 10 anni, qualche donna, qualche anziano, totalmente assenti gli uomini: la maggioranza sono morti, molti sono rimasti a combattere con l’UCK. Non eravamo del tutto impreparate, perché nell’aria si avvertiva da tempo che stava per accadere qualcosa di grave. Ma sicuramente non si poteva immaginare quello che poi avremmo provato andando a tirare giù la gente dai camion e dai treni, accompagnandoli là dove venivano schedati, registrati, visitati sommariamente per vedere che non avessero malattie infettive, e spediti in alcuni punti all’interno della città allestiti per accogliere questa gente.

Noi abbiamo scelto, come Chiesa cattolica presente a Valona, di operare in un campo gestito dallo Stato albanese, che non ha nulla a che vedere con quelli gestiti da organizzazioni non governate internazionali. Lo Stato albanese mette a disposizione vecchi capannoni, magazzini diroccati e li riempie di gente finché ce ne stanno. Quando è pieno, si tira giù la saracinesca e si passa al magazzino seguente. L’esperienza provata in quei giorni è stata di una disumanità tremenda, la sensazione che si stesse togliendo ogni possibile dignità a questa gente, che stava già vivendo un’esperienza tremendo. Incontravamo continuamente famiglie disperse, con mamme che cercano i bambini, bambini privi dei genitori, anziani che avevano perso i parenti, gente che arrivava con i foglietti e ti diceva che l’ultima volta che aveva visto i parenti era stato a Kukes venti giorni prima. E’ stato veramente impressionante, soprattutto perché erano i giorni di Pasqua, quelli in cui liturgicamente la Chiesa ci richiama con forza la certezza della resurrezione. L’unica speranza che questa gente non disperasse era che fosse dato loro di incontrare chi una speranza nella vita ce l’aveva. Questo ha voluto dire cominciare a lavorare spinti non da una propria generosità, ma da una ragione più grande. Noi siamo partite dall’esperienza che soltanto una grande amicizia, l’amicizia della Chiesa, rende possibile portare un grande dolore.

Il campo in cui operiamo è formato da quattro capannoni coi tetti di metallo, in ciascuno dei quali sono ammassate circa 700 persone. Attualmente sono in ristrutturazione altri due capannoni nello stesso campo, per cui entro una decina di giorni dovrebbe arrivare a 5mila il numero delle persone colà ospitate. Dentro a questa esperienza del campo abbiamo chiesto di poter gestire in maniera precisa la componente sanitaria; abbiamo trovato fra i kosovari dei medici e abbiamo costruito un miniambulatorio dove alcuni di noi si alternano giorno e notte. Passando i giorni però ci siamo accorti che questo non ci bastava. Non ci bastava fare un campo da 5mila persone, assicurare a tutti un rubinetto per l’acqua, l’assistenza sanitaria, il pranzo, la colazione e la cena: tutti i volontari di tutti i colori fanno questo. A me questo non basta. Perché il guardare il profugo kosovaro, come qualunque altra persona al mondo, non può essere esclusivamente a partire dal suo bisogno materiale, ci deve essere qualcosa di lui di eterno a cui devo guardare. Allora è nata l’idea di costruire un campo noi, facendolo a misura d’uomo: non può essere un campo da 5mila persone, deve essere un campo da 100-200 persone, distribuite in casette e non dentro a un capannone, in cui veramente si possa restituire a questa gente la dignità che gli viene con violenza calpestata. Perché tre sono le possibilità: o chi mi guarda guarda il tutto di me, e dandomi il pane abbraccia tutto di me, oppure prima o poi si stanca di darmi il pane, oppure prima o poi mi stufo io di prendere il suo pane, perché non mi basterà. Mi è stato insegnato a guardare l’altro in tutto ciò che è, non solo mangiare e bere, ma il bisogno di amicizia, di una casa, di essere di qualcuno, di appartenere a un popolo: ci vuole tutto questo. E allora sto coi profughi, dormo coi profughi, lavoro 18 ore al giorno coi profughi per questo.

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