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«Un miliziano ha trovato la mia collana con la croce e i jihadisti mi hanno pestato»

gennaio 13, 2017 Redazione

Jandark e Ismail raccontano la loro vita nella Mosul governata dall’Isis. Angherie, conversioni, lapidazioni per due anni. Poi, finalmente, la liberazione

Tratto da Acs “Io e mia madre eravamo a casa a Bartella, uno dei villaggi cristiani della Piana di Ninive. Dopo esserci alzati, una mattina d’agosto, la città è stata presa dall’ISIS. Abbiamo cercato di scappare, ma siamo stati rapinati, catturati e portati a Mosul dai jihadisti”. Inizia così il drammatico racconto reso ad Aiuto alla Chiesa che Soffre da Ismail e da sua madre, Jandark Behnam Mansour Nassi, entrambe fuggiti due mesi fa dalla città irachena di Mosul. Dopo oltre due anni di terrore all’ombra delle bandiere nere dell’ISIS, Ismail e Jandark ora vivono ad Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, e sono liberi di raccontare il loro calvario.

A Mosul “avevo molta paura”, afferma sua madre Jandark, una vedova. “Non avevamo idea di dove fossimo e di cosa ci sarebbe capitato. Eravamo tagliati fuori dal mondo. Dopo poco tempo ci è stato concesso di tornare a Bartella, ma ad un check point ci è stata imposta la conversione all’Islam. Quando ci siamo rifiutati ci hanno colpito. Mio figlio è stato gettato in prigione. Aveva solo 14 anni”. “Sono stato imprigionato a Bartella – conferma Ismail -. Un giorno hanno sparato a uno sciita davanti a me. Il terrorista mi ha detto: ‘Se non ti converti all’Islam, spareremo anche a te’. E’ stato allora che mi sono convertito all’Islam. Da quel momento in poi, abbiamo tenuto nascosta la nostra fede cristiana. Abbiamo ricevuto un documento dall’ISIS da cui risulta che siamo musulmani – continua Ismail -. Così potevo girare nelle strade di Mosul, ma in quelle strade non sei al sicuro. Una volta sono stato pestato perché i miei pantaloni erano troppo lunghi. Un’altra volta – prosegue –, quando andavo in moschea con i jihadisti, il nostro percorso era bloccato. Siamo stati superati da uomini vestiti d’arancio, tenuti sotto tiro da un gruppo di ragazzini dell’ISIS. I ragazzini li hanno giustiziati con gusto. Un’altra volta sono arrivato in mezzo a una grande folla in strada. C’era una donna, mani e piedi legati. I terroristi dell’ISIS le avevano disegnato un cerchio intorno. Se fosse uscita dal cerchio le sarebbe stata risparmiata la vita, ma non poteva perché legata. Mentre i suoi genitori piangevano e imploravano perdono, i jihadisti l’hanno lapidata a morte”.

“Mio figlio è stato costretto dall’ISIS a praticare l’Islam e io sono stata torturata perché non sapevo nulla del Corano”, dice sua madre, Jandark. “Sì, sono mortificato per essere stato costretto ad aderire all’Islam” commenta Ismail. “I miliziani dell’ISIS mi hanno fatto pregare – prosegue -. Ho ricevuto un tappeto da preghiera sul quale invocare Allah. Chiunque camminava per strada durante il venerdì di preghiera veniva pestato. Nella moschea ci veniva detto che gli “assiri” sono il male e che i cristiani non credono nel modo giusto. Un miliziano ha trovato la mia collana con la croce, e i jihadisti mi hanno pestato. Ho dovuto studiare il Corano per un mese. Sono stato colpito ogni volta che non ero capace di rispondere alle loro domande nel modo che loro volevano, e mia madre è stata trafitta con lunghi aghi perché non aveva studiato nulla del Corano. Un giorno abbiamo sentito che Qaragosh – un altro villaggio cristiano nella Piana di Ninive occupato dall’ISIS – era stata liberata, e che le truppe di liberazione avevano cacciato i jihadisti da Bartella. Subito dopo sono iniziati gli attacchi aerei su Mosul, e molti sono scappati. Anche quelli dell’ISIS sono fuggiti, e hanno trascinato delle persone nel loro tragitto attraverso Mosul, compresi me e mia madre. Quando i terroristi sono diventati troppo impegnati nella battaglia ci hanno abbandonati. Siamo arrivati al fronte, e i cecchini dell’ISIS hanno cercato di spararci. Abbiamo cercato riparo in una casa. Dopo ore di combattimento io e mia madre siamo stati in grado di lasciare la casa, sventolando una bandiera bianca. I soldati dell’esercito di liberazione iracheno ci hanno dato il benvenuto. Eravamo liberi!”.

Il drammatico racconto di Jandark e Ismail ci ricorda quale cumulo di distruzione e violenze abbia prodotto l’ISIS. Aiuto alla Chiesa che Soffre fin dall’inizio della crisi (agosto 2014) ha sostenuto con più di 23 milioni di euro i Cristiani rifugiati ad Erbil e Baghdad. Fra i progetti più importanti ci sono quelli alimentari per le famiglie dei rifugiati interni provenienti da Mosul e dalla Piana di Ninive, a favore di circa 13.000 nuclei familiari, e i programmi per le locazioni abitative, per circa 1.800 famiglie di Cristiani rifugiati interni nel Kurdistan. Ma ancora molto resta da fare per questi perseguitati del XXI secolo.

Foto Acs

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