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Un medico greco descrive il paese tra «rabbia» e «tagli degli stipendi». «Ma i servizi sono garantiti»

marzo 6, 2013 Matteo Rigamonti

La sanità pubblica greca «è in difficoltà» ma «ci obbliga a riorganizzarci per sopravvivere». Il racconto di Nicola Gutzamanis, gastroenterologo di Larissa.

Forse è un po’ presto per parlare di crisi umanitaria in Grecia, di certo però è la prima volta che il paese, almeno dal dopoguerra, dopo tre anni di recessione in cui il pil è calato da oltre 200 a 170 milioni (-19%), conosce una povertà così elevata (circa 4 milioni di poveri, pari al 40 per cento della popolazione), una disoccupazione altissima (superiore al 25 per cento ma con punte fino al 60 tra i giovani) e un livello di tassazione difficilmente sostenibile. È anche la prima volta che la gente fa fatica a vivere, a trovare i soldi per comprare da mangiare e pagare le bollette.

LO STATO PAGA IN RITARDO. Uno spaccato delle reali condizioni della Grecia è rappresentato dal sistema sanitario pubblico. «Lo Stato – spiega a tempi.it Nicola Gutzamanis, che esercita la professione di gastroenterologo a Larissa – è in grave difficoltà economica e pertanto fa fatica a pagare per tempo i fornitori, anche quelli che lavorano con la sanità pubblica». Il rischio è che, se i fornitori dovessero continuare ad essere pagati in ritardo, saltino addirittura i contratti di fornitura, come in alcuni casi è già avvenuto. «Questo non vuol dire però – precisa Gutzamanis – che l’erogazione dei servizi sia in pericolo: gli ospedali sono comunque in grado di svolgere i compiti che spettano loro, i reparti funzionano come prima e, se stai male, un’ambulanza che viene a prenderti sotto casa la trovi lo stesso, la Tac te la fanno ancora».

TAGLIO DEGLI STIPENDI. Il vero problema è un altro: «La progressiva scomparsa della classe media – quella che si è sempre servita, almeno in larga parte, delle prestazioni sanitarie private – la compressione generalizzata dei redditi e la crescente disoccupazione hanno fatto sì che sia aumentata la richiesta nella sanità pubblica almeno del 25/30 per cento». E a un simile aumento «il sistema non era pronto, si è trovato in difficoltà» continua Gutzamanis. Ecco perché adesso «le liste d’attesa sono più lunghe di prima e i tempi di risposta si dilatano». Di contro, chi lavora in ospedale, mentre ha dovuto assistere impotente ad aumenti progressivi nel numero di pazienti da accogliere, non ha visto crescere lo stipendio che, anzi, è stato tagliato. E non di poco: «I tagli degli stipendi nella pubblica amministrazione, quindi anche nella sanità, sono stati nell’ordine del 30/40 per cento; significa che se prima un infermiere guadagnava 1300/1400 euro al mese, ora ne guadagna 700/800. Si può immaginare con che stimoli e rendimento uno possa lavorare a queste condizioni. Se prima si riuscivano a fare anche 20 pazienti al giorno, ora ci si ferma a 15, magari anche solo a 10».

NUOVI EQUILIBRI. Il clima che si respira tra le corsie, un po’ come in tutto il paese del resto, è un misto di «rabbia e difficoltà». Ma è anche vero che questa situazione, a voler trovare un risvolto positivo della crisi, «ha costretto tutti a rimettere le cose in ordine e costringerà tutti a riorganizzarsi per sopravvivere». In che senso? «Se prima nella sanità greca c’erano molti sprechi, ora si sono iniziate a rispettare le regole». Un esempio: «A Larissa ci sono due ospedali, un polo universitario e uno no; sono rimasti entrambi, ed è un bene perché significa che non si sono tagliati i posti letto, ma se prima c’erano due direttori sanitari ora ce n’è uno solo ed è meglio così». Questo è un segno che si sta provando a razionalizzare i costi del sistema. «Di contro, però, a fronte di tutti gli infermieri, medici e dipendenti che erano vicini alla pensione e sono stati avviati a prepensionamenti, non ci sono state altrettante nuove assunzioni». E sul fronte sanità privata, invece? «Sono molti (7/8 mila solo l’anno scorso) i medici già specializzati che hanno preferito lasciare il paese per andare a cercare fortuna in Inghilterra e in Germania». La Grecia, insomma, deve reinventarsi. Nell’attesa che la Troika faccia sapere cosa intende fare della tranche di marzo del piano di aiuti che ancora deve essere deliberata.

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