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Un magistrato in famiglia

marzo 31, 1999 Esposito Francesco

Bambini allontanati da casa, maltrattati e stuprati negli istituti
che dovrebbero difenderli da “genitori indegni”. Prima di una serie
di storie dall’abisso di una giustizia che pretende farsi educatrice
e moralizzatrice dei costumi familiari. E che ha nell’Emilia rossa
il principale laboratorio di una politica dell’affido che punta
a mettere sotto tutela padri e madri

Mentre il senatore Antonio Di Pietro si fa rustico vate di un’adveniente “Europa Giudiziaria”, nel Belpaese che è modello per il suo meraviglioso progetto sta aumentando il numero dei povericristi che scoprono a proprie spese il potere della toga.

“I magistrati non si limitano più a perseguire i reati, ma scelgono di avere funzioni educative e moralistiche. È l’uso della giustizia a fini sociali”. Così, nei giorni passati, l’avvocato Giuliano Pisapia commentava le ultime mosse di una magistratura che, non più paga del ruolo di censore della vita politica nazionale, si prepara ormai ad invadere il campo della vita privata di tutti i cittadini. Una tendenza confermata dalla recente sentenza del Tribunale dei minori di Bergamo che, su indicazione dei servizi sociali, ha tolto ad un padre la potestà sui figli per “le questioni relative alle scelte scolastiche”, imponendo loro di frequentare la scuola pubblica anziché quella delle suore scelta dal genitore (cfr. Il Giornale del 24 gennaio). Così come dalle discusse decisioni del Tribunale dei minori che ha scelto per Ketha, malata di leucemia, e per Marco, affetto da tumore alle ossa, “una cura più giusta” di quella decisa dalle famiglie.

Secondo il senatore Augusto Cortelloni è il segno degli “innumerevoli reti, fili, lacciuoli messi attorno alla famiglia che, con la scusa di non lasciarla sola e di aiutarla, finiscono per svuotarla di competenze ed immobilizzarla, fino ad arrivare ad una ‘presa in carico coatta’ di tutte le famiglie italiane… è il sogno di controllo e potenza delle politiche statalistiche”.

E la migliore documentazione delle parole del senatore sono le decine di casi racchiusi in un corposo dossier da lui stesso presentato alla Commissione d’inchiesta sull’infanzia. Storie tragiche che non hanno bisogno di commenti, come quella, emblematica, di Clara e Daniele.

L’11 luglio 1996 il Servizio Sociale (S.S.) del Comune di Carpi presenta una relazione al Tribunale dei minori di Bologna sulla famiglia P. Il padre – viene detto – è un alcolista, mentre la madre una prostituta che coinvolge la figlia Clara nella sua attività meretricia.

Il successivo 8 agosto, il Tribunale dei minori di Bologna, senza avvisare né interpellare i coniugi P., senza svolgere alcuna indagine informativa sulla loro situazione familiare, dispone con decreto l’affido dei due figli Clara e Daniele ai S.S. del Comune di Carpi.

Eppure il locale Comando dei Carabinieri, interpellato qualche mese dopo (21 febbraio 1997), non avrà difficoltà a stabilire “che il signor P. svolge attività di muratore; che il nucleo familiare occupa un appartamento di proprietà sito in centro abitato e confacente alle esigenze della famiglia; che i genitori non frequentano ambienti o persone malavitose; che i minori frequentano regolarmente la scuola dell’obbligo; che i genitori non hanno precedenti o pendenze penali; che non risulta che la madre sia dedita alla prostituzione o che ne coinvolga la figlia Clara”.

Finalmente, in data 11 dicembre 1996, il Tribunale decide di ascoltare anche i coniugi P. Per l’occasione i S.S. di Carpi redigono una seconda relazione che denuncia l’assenza del padre dalla vita dei figli e in particolare la sua mancata partecipazione ai colloqui con gli assistenti sociali. In verità il signor P. è impossibilitato a presentarsi ai colloqui, fissati durante il suo orario di lavoro nonostante lui stesso chieda un orario alternativo.

Comunque, il 14 agosto 1997, il Tribunale dei minori di Bologna dispone l’allontanamento dei bambini dalla famiglia. Stranamente non indica, come impone espressamente l’art. 4, comma 3 della legge 184/83, né il periodo di durata dell’affido, né i tempi e i modi dell’esercizio dei poteri dell’affidatario.

Daniele e Clara vengono trasferiti, all’oscuro dei genitori, presso il GAM (Gruppo Affido Minori) di Argenta, gestito dalla Asl di Ferrara, a 150 km. da Carpi (non esistono strutture più vicine – è la giustificazione). Ai genitori viene concessa la facoltà di parlare con loro solo per telefono una volta alla settimana e per un tempo non superiore ai 10 minuti. Ai colloqui partecipa un operatore che può interromperli qualora, a suo insindacabile giudizio, non si faccia uso di un linguaggio e di un tono di voce adeguato. Forse ci si dimentica che l’articolo 5, comma 3 della legge 184/83 recita: “l’affidatario deve agevolare i rapporti tra il minore e i suoi genitori e favorirne il reinserimento nella famiglia d’origine”. Durante il periodo di permanenza in comunità, i minori subiscono maltrattamenti, pressioni psicologiche e ricatti morali da parte degli operatori (a Natale l’assistente sociale impedisce ai genitori di inviare ai bimbi anche un semplice bigliettino “tanto i vostri figli non li rivedrete più”. Ai bambini, invece, viene fatto notare come nemmeno per Natale i genitori si interessino di loro. Clara subisce pressioni perché dichiari che il padre la maltrattava. Sulle pareti della casa di affido, il senatore Cortelloni rinviene cartelli con scritto “Daniele sei un perdente”…).

Nel frattempo il dottor Giancarlo Pietri, psicologo presso il Centro Diocesano della famiglia e docente all’Università di Bologna, avuto modo di vedere i fratellini, segnala la situazione di grave disagio dei due e stabilisce “l’idoneità genitoriale dei signori P. e la loro capacità di accudire figli, specie se aiutati da strutture di loro fiducia”. Per tutta risposta, in data 29 aprile 1998, il Servizio Assistenti sociali di Carpi invita il consultorio diocesano “a disinteressarsi della questione o ad adeguarsi ai loro metodi”.

Ci prova allora il senatore Cortelloni che telefona al presidente del Tribunale dei minori di Bologna, dottoressa Ceccherelli, la quale si rifiuta di comunicargli dove si trovano Clara e Daniele e di farlo almeno parlare con loro. La Ceccherelli dimenticava che, secondo la Costituzione, ogni parlamentare è rappresentante della Nazione e può svolgere funzione ispettiva nei confronti di qualsiasi amministrazione pubblica (diritto ribadito dall’art. 4, comma 2, r.d. 16/12/1927 n. 2210). Intanto arrivano i primi risultati della terapia seguita dai minori in comunità: Clara non viene ammessa all’esame di III media, aumenta di 17 kg. in 6 mesi, manifesta “uno scompenso psichico con rischio suicidario” e arriva a ingoiare l’intonaco delle pareti. Daniele, al contrario, perde progressivamente peso. A partire dal maggio ’98 si riscontrano in Clara ecchimosi e tumefazioni al seno, nonché segni di infezioni ginecologiche. Di questi fatti anomali si informa il sindaco, i S.S. di Carpi e il Tribunale dei minori di Bologna. La risposta è che “tutto va bene”. Il 29 luglio 1998 il senatore Cortelloni presenta un’interrogazione parlamentare su tutta la vicenda. Poco dopo i bambini vengono chiamati a verbalizzare le proprie dichiarazioni sui disagi della convivenza in comunità alla presenza delle persone da loro ritenute responsabili e senza il sostegno di un legale di parte o di uno psicologo esterno. La stessa relazione del GAM rivela che “l’ispettore ha cercato di aggiustare alcune dichiarazioni”. Il 3 ottobre 1998 Daniele, durante un colloquio con il dottor Pietri e i legali della famiglia P., denuncia di aver subito violenze sessuali. Il 31 ottobre anche la sorella rivela di essere stata violentata. I S.S. ancora una volta smentiscono tutto, il Tribunale dei minori continua a non intervenire.

Interviene però la Corte di Appello di Bologna che il 10 dicembre 1998 presenta queste conclusioni: “a parere del CTU la deposizione dei bambini relativa alle molestie e agli abusi subiti nel periodo di vita in comunità sono attendibili; tali abusi hanno determinato un quadro importante di sofferenza (disordine post traumatico da stress) nella minore; meno importanti le conseguenze intuibili al momento per il bambino; non si ravvisano gravi elementi di patologia nei genitori, tali comunque da far ritenere che le conseguenze dell’allontanamento siano minori delle conseguenze legate al continuare a vivere con il proprio nucleo familiare”.

Oggi Clara e Daniele si trovano di nuovo a casa con i genitori.

Per loro però i guai e le sofferenze non sono ancora finite. A fine anno è attesa una decisione definitiva sul loro destino.

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