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Un gioco di fortuna e magia

settembre 28, 2011 Daniele Guarneri

Negli anni del boom economico c’era voglia di tutto. Le figurine del calcio e dei film entrarono subito nel cuore di bambini e adulti. Così cominciò la storia dei fratelli Panini, fatta di tanto coraggio, geniali intuizioni e fiuto per le opportunità

Pubblichiamo L’Italia che lavora del numero 39 di Tempi, in edicola dal 28 settembre.

«Milito ce l’ho. Ibrahimovic anche. Giovinco mi manca». Quante volte abbiamo ascoltato quest’espressione pronunciata a mezza bocca tra la gioia e lo sconforto. Un gioco che va avanti da cinquant’anni, dalla stagione calcistica 1961/1962. Stiamo parlando delle indimenticabili figurine Panini che ritraggono calciatori, eroi di film, serie tv o cartoni animati. Ci hanno giocato i nostri nonni, i nostri genitori, noi stessi e presto lo faranno anche i nostri figli. Impossibile non averne mai avuta una in mano, innegabile il fatto di averne rubata qualcuna ai compagni o aver litigato con loro durante le trattative per scambiarsi le doppie. Un gioco che appassiona milioni di bambini e collezionisti con l’obiettivo di finire l’album. E la missione è possibile, perché al di là di ogni leggenda, fin dalla prima collezione, i proprietari sottolineavano che «le collezioni Panini si completano sempre. Per ovvie ragioni statistiche è normale che a un certo punto sia difficile trovare le ultime figurine. A quel punto è inutile continuare a spendere soldi in bustine, basta richiedere le mancanti alla Panini. Un servizio praticamente gratuito, l’unica cosa richiesta erano i francobolli che venivano utilizzati per spedire la merce. È una pratica utilizzata ancora oggi per non dare credito alla leggenda delle figurine rare», spiega a Tempi Antonio Allegra, direttore mercato Italia della Panini. Non esistono figurine introvabili, la storia di Pier Luigi Pizzaballa, portiere dell’Atalanta, che nella collezione ’63/’64 risultò introvabile ha una spiegazione: «Una volta, appena le prime cento figurine erano pronte si spedivano. E la distribuzione non era perfetta. Risultato: in alcune zone d’Italia Pizzaballa non c’era, in altre c’era solo quella. Oggi, naturalmente, non succede più».

Per parlare dei fratelli Panini, cioè di coloro che hanno dato inizio a questo fantastico mondo, bisogna partire dai loro genitori, Antonio e Olga. Il padre era un uomo dalla battuta pronta, un gran lavoratore, un inventore. La madre una persona discreta, umile, diligente, una guida silenziosa. Tutte caratteristiche che, in qualche modo, sono state tramandate ai figli. In totale otto, nati tra il 1921 e il 1931, quattro maschi e quattro femmine. Giuseppe, Benito, Umberto e Franco sono i principali protagonisti della storia di un’azienda nata e cresciuta parallelamente al boom economico italiano. La morte, nel 1941, di papà Antonio, costrinse la famiglia Panini a darsi da fare per sopravvivere. Le figlie come sarte o dattilografe, i figli come meccanici in diverse officine. Poi a metà anni Quaranta la decisione di acquistare per 6 mila lire un’edicola in corso Duomo a Modena.

Per guadagnare un po’ di più, mamma Olga pensò di raccogliere in piccole bustine francobolli usati e poi di venderle. Poi cominciò con romanzi gialli e fumetti di seconda mano. Fu il primo, piccolo, business della famiglia. Il secondo arrivò con la vendita delle copie de L’Uomo qualunque di Giuglielmo Giannini e Il Candido di Giovannino Guereschi che le altre edicole si rifiutavano di vendere. Gli affari stavano filando a gonfie vele. Il terzo successo fu raggiunto quando i Panini ottennero l’esclusiva per distribuire la Gazzetta dello sport, prima in città, poi in tutta la provincia. Fatto che obbligava alcuni fratelli a compiere lunghi viaggi verso Milano, nella sede della rosea, per discutere di tirature e distribuzione. Fu lì che trovarono alcune figurine di calciatori dell’editore Nanina che non erano state distribuite e decisero di comprarle tutte. «Fino ad allora le figurine erano un gadget promozionale di un altro prodotto», racconta Antonio Panini, figlio di Giuseppe. «L’intuizione fu quella di metterne due o tre in una busta e venderla come prodotto autonomo, per dare dignità a questo prodotto. Le foto di Nanina, però, erano in bianco e nero, quindi prima di venderle le modificarono con dei ritocchi cromatici deliranti e allo stesso tempo commoventi. A guardarle adesso fanno tenerezza. Gli sfondi erano gialli e rossi, terrificanti. Il confezionamento veniva fatto a mano, presso alcune famiglie di Modena. La prima raccolta ’61/’62 ebbe subito un notevole successo».

Dalla seconda collezione i Panini cercarono di gestirsi autonomamente in tutto e per tutto. E la distribuzione, nel giro di pochissimi anni, raggiunse i confini nazionali. Anche in questa nuova avventura parteciparono quasi tutti. Umberto, che nel frattempo era emigrato in Venezuela per cercare fortuna – e ne aveva trovata – fu convinto da Giuseppe a tornare a Modena. Occorreva il suo aiuto, servivano le sue capacità di abile meccanico per risolvere alcuni intoppi. «Ognuno aveva il suo compito: Giuseppe aveva lanciato l’idea, era il più vecchio e faceva da papà a tutti, Benito seguiva la distribuzione, Umberto era il meccanico, di lì a poco avrebbe inventato la macchina per imbustare, Franco si occupava della parte contabile e amministrativa e dal 1970 dell’internazionalizzazione».

Le prime serie tivù
Le collezioni dei calciatori furono affiancate quasi subito dalle cosiddette raccolte didattiche. Fatto curioso è quello che ad oggi non si sa con certezza se il primo di questi album fu dedicato alle bandiere di tutto il mondo o ad aerei e missili. Ogni epoca ha avuto i suoi grandi filoni. «Uno dei motivi del successo delle figurine è il fatto che rappresentavano una sorta di piccola enciclopedia dello sport. Quelle immagini facevano sognare, permettevano di conoscere i volti di alcuni giocatori che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti», spiega Fabrizio Melegari group publishing director di Panini. «Con il Mondiale di Messico ’70 la Panini iniziò a vendere all’estero e da lì non si fermò più. A quel punto si pensò al settore dell’entertainment. Le televisioni erano sempre più presenti nelle case degli italiani e non a caso il primo album fu dedicato al Pinocchio di Comencini con Nino Manfredi mastro Geppetto e Gina Lollobrigida fata turchina, poi ci fu anche il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli».

«Non si può non citare l’album di Sandokan del 1976. Le figurine andavano a ruba anche tra i genitori. Il segreto? Kabir Bedi era un bellone, un bel mago come si dice a Modena, acchiappava soprattutto le mamme, era una serie esotica nata dai libri di Salgari che tutti avevano letto e che tanto avevano fatto sognare. Non dimentichiamoci la colonna sonora, un capolavoro dei i fratelli Guido e Maurizio de Angelis. Altro successo fu Happy Days. E oltre alle serie tivù i cartoni animati: Heidi, Candy Candy, tutti i robot giapponesi, Mazinga Z, Ufo robot e Daitarn 3 e poi tutti i lungometraggi della Walt Disney», sottolinea Panini.

La gestione Panini terminò nel 1988. Figli e nipoti lavoravano in azienda da tempo, ma probabilmente nessuno aveva le caratteristiche del leader. I fratelli capirono che era venuto il momento di mettersi da parte per far crescere l’azienda, per far continuare il sogno di milioni di persone. «Così, hanno venduto. È stato un dispiacere – continua Antonio –, ero cresciuto in azienda, abitavo sopra i capannoni, ho lavorato lì per otto anni. Ma ammetto che è stata la cosa migliore, hanno venduto a qualcuno che ha ben pagato le loro pensioni e in realtà anche molta parte delle nostre». La proprietà è cambiata altre volte, ci sono stati momenti di crisi, ma oggi è solida in tutto il mondo. «L’album degli ultimi mondiali di calcio è stato venduto in circa cento paesi. In Europa e nel continente americano siamo presenti con filiali dirette da personale locale, in Brasile abbiamo anche uno stabilimento produttivo come questo di Modena», spiega Allegra. E Melegari chiude il cerchio: «La molteplicità di prodotti e dei territori in cui siamo presenti fa da ammortizzatore alle crisi economiche che si presentano nei vari Stati».

Oggi le Panini sono anche multimediali. Ma nonostante questi nuovi mezzi, le figurine non potranno mai essere solo virtuali. «La ritualità dell’aprire una bustina, sfogliarne il contenuto è la cosa più importante e questo fa sì che a distanza di cinquant’anni siamo ancora qui a parlarne. Rappresentano una piattaforma di scambio generazionale molto forte. Una volta i bambini ci giocavano per strada, oggi sappiamo di trentenni che si ritrovano con una o due scatole di figurine a testa, attaccano le loro e poi, una volta finito, iniziano a scambiarsi le doppie fino all’alba. E ogni anno si cerca di migliorare grafica e contenuti. Il fatto di avere allargato la raccolta deriva da richieste di collezionisti e bambini. In questo non facciamo altro che portare avanti la tradizione dei fratelli Panini: si vende molto di più se si ascoltano i consumatori. E oggi in questo siamo molto avvantaggiati grazie a internet e facebook», conclude Allegra.

Un ultimo segreto va svelato agli appassionati: ci sono meno probabilità di trovare doppie se si acquista la scatola intera piuttosto che singole bustine in diverse edicole. Questo rovinerà un pochino la ritualità dei collezionisti. Ma riuscite a immaginare cosa vuol dire aprire cento bustine in una volta sola? Sfogliare seicento figurine in un solo pomeriggio? Chissenefrega della ritualità.

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