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Un ciuffo da pelato manzoniano

aprile 18, 2017 Francesco Merlo

Analisi tricologico-letteraria del ministro degli Interni, personaggio tra i personaggi de “I promessi sposi”, un po’ Innominato e un po’ Fra Cristoforo

I_promessi_sposi

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ah! ah! – vi siete però fatto tagliare il ciuffo distintivo del bravaccio e dello scapestrato, quello che tiravate «sul volto come una visiera», direbbe il dottor Azzecca-garbugli all’onorevole ministro Marco Minniti prendendolo per un pelato di prudenza, un ex ribelle capellone di sinistra convertito al tignone di governo, che è il pensiero di destra che si è fatto strada. Infatti fu «Sua Eccellenza (il marchese della Hinojosa)» a comandare ai barbieri «di non lasciare trezze, zuffi, rizzi né capelli più lunghi dell’ordinario salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi». Del resto anche il dottore Azzecca-garbugli, che legge a Renzo questa grida sui barbieri indossando la toga come una vestaglia, è – ci rivela Agnese – «alto, asciutto» e… «pelato».

Nelle scarne biografie di Minniti non si trova una risposta alla Renzo: «In verità, da povero figliuolo, io non ho mai portato ciuffo in vita mia». C’è, al contrario, una frase – del «nostro Marco» direbbe Manzoni – che è persino più manzoniana: «Da giovane avevo una massa enorme di capelli biondi e ricci».

Si può anche immaginare che da piccolo sia stato biondo e riccio anche l’Innominato, che è infatti «birbone» ma un birbone destinato a farsi «santo». Quando Manzoni finalmente ce lo presenta, scrive che «gli si sarebbe dati più dei sessant’anni che aveva», «era grande» e anche lui… «calvo». Ma è soprattutto per «il contegno, le mosse, la durezza risentita dei lineamenti, il lampeggiar sinistro» che sembra Minniti al Lingotto di Renzi.

Eccoli i bei cattivi del Manzoni: ciuffi tagliati, corpi con le ombre di Eraclito che sono il nostro “ex” perché chi non è stato non è, chi non ha ombra non ha corpo. Persino Gertrude ha il ciuffo, «una ciocchettina nera» che sfugge al velo, a «disprezzo della regola». E bisogna guardarli nelle illustrazioni del Gonin che “fotografò” le parole del Manzoni suo editore (e gli prosciugò le finanze). Anche Fra Cristoforo, «più vicino ai sessanta che ai cinquanta», aveva «il suo capo raso», ma «non era stato sempre così, né sempre era stato Cristoforo».

Dunque sono apostati l’Innominato e Fra Cristoforo, perché non c’è grandezza manzoniana senza crisi di coscienza, senza abiura. Anche Cristo era un apostata e lo stesso Manzoni si ridefinì: perse i sensi nel disordine e nella paura, e nella chiesa di San Rocco si risvegliò nell’ordine e nella sicurezza che, ha detto Minniti al Lingotto, «è un bene comune troppo importante per lasciarla agli altri, troppo importante per lasciarla alla destra che non la sa utilizzare».

I-promessi-sposiDa Zidane a Collodi
E invece non ha crisi di coscienza don Rodrigo, che è malvagio di basso rango, senza faccia e senza corpo, e non ne ha neppure il Griso, l’uomo di mano fidatissimo che lo venderà ai monatti. Ma è possibile che non valga proprio nulla l’uomo che tanto spasima per «la nostra Lucia»? O c’è, sotto sotto, un Manzoni che al Manzoni si ribella?

L’ossessione di don Rodrigo è «infame» per Renzo; la sua intenzione è «infame» per Fra Cristoforo; è «un cavaliere prepotente» per Agnese; «un tizzone d’inferno» per gli abitanti del «paesello»; «può fare il diavolo davvero» secondo don Abbondio. Ma ecco che, proprio nel cuore dello sdegno, Manzoni all’improvviso nota (involontariamente?) che l’impresa del rapimento di Lucia «era la più grossa e la più arrischiata a cui il brav’uomo avesse ancora messo mano».
Brav’uomo con la reputazione di diavolo? Malvissuto senza carriera? Gertrude, che tutto sapeva della cattiveria, «pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo di Lucia» e domandava «se era un mostro, da far tanta paura quel signore» e «avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a Renzo».

E però non è vero che Manzoni elogia i cattivi alla don Rodrigo. Certo, saggio com’era, oggi, più che alla Provvidenza, ai servizi sociali affiderebbe i mascalzoni che mordono in campo gli avversari, i bulli dei campi calcio che tanti miei amici (tifosi?) spacciano per dannati manzoniani e invece sono solo seguaci del testone di Zidane (un altro pelato) e somigliano se mai ai tragicomici cattivi dei Delitti esemplari di Max Aub, quelli che commettono violenza per futili motivi, come i discoli di Collodi: «Mi metteva gli ossi delle ciliege nella tasca», «mi allargava il buco del grembiule». Per loro c’è posto tra gli ominicchi manzoniani, tutti dietro lo scellerato Egidio: i monatti, il poliziotto-provocatore Ambrogio Fusella, i bravi senza storia ma con la retina in testa, il podestà di Lecco, il conte Attilio, il Conte zio, il capitano di giustizia, il principe padre, Antonio Ferrer, il vicario di provvisione, Ambrogio Spinola, don Gonzalo Fernandez de Cordova.

Incontrò Dio sui boulevard
E invece la conversione-ritrovamento, il pentimento-perdono del figlio ribelle del generale Minniti che, diventato a sua volta generale ministro, si comporta come il padre, è grande tema manzoniano come del resto tutti i tormenti dello Spirito italiano, sino alle mille identità delle abiure nazionali che Manzoni non previde. L’abiura, prima ancora che del romanzo, è tema della vita parigina del Manzoni che nel giugno 1805 arrivò libertino nella città più libertina del mondo, e ne ripartì devoto e persino bigotto nel giugno 1810, passando da Voltaire all’abate Degola. E la sua Enrichetta pronunziò l’abiura a Saint Severin, una delle più antiche e belle chiese di Francia.

Ma non sapeva Manzoni che, elevando il pentimento del diavolo a carattere italiano, lo avrebbe reso astuzia del diavolo. È infatti diventata l’Italia, che al Manzoni deve la sua identità, il paese del pentimento e dunque delle mille identità: gli ex fascisti traghettati al comunismo, gli ex brigatisti conferenzieri che raccontano il proprio ravvedimento nei libri, nei film, nelle università predicando di non ammazzare. E poi arrivarono Buscetta e Brusca… E ovviamente tutta la canzone italiana è una raffica di perdoni chiesti e concessi: «Perdono perdono…/ io soffro più ancora di te», «Se stasera sono qui è perché so perdonare», «Oggi 29 settembre…». Del resto Manzoni incontrò Dio sui boulevard, proprio dove gli artisti incontravano il piacere sensuale. Allo stesso modo Minniti ha incontrato la sicurezza e la legalità nei Lazzaretti – Cpsa, Cda, Cara – dove i politici di sinistra incontrano la solidarietà e l’accoglienza.

Il diritto e il rovescio
Manzoni non poteva immaginare che, grazie a lui, pentimento e peccato sarebbero diventati il dritto e il rovescio dell’Italia che appunto si pente per prepararsi a peccare di nuovo e meglio. Per lui giustizia e carità erano davvero le due facce di Dio: «Giorno verrà…». Il bisnonno (naturale) Gabriele Verri fu il difensore di quella tortura di cui Pietro Verri e il nonno materno Cesare Beccaria smontarono il Diritto. Al di là di loro, Manzoni vide anche i giudici opportunisti e gli uomini miserabili nel supplizio, nel taglio della mano, nella maciullazione delle ossa della ruota, nel rogo degli untori. E la sua Storia della Colonna Infame è, osservò Sciascia, «la deviazione imprevista, l’ingorgo, il punto malsicuro del fondo e delle rive» dei Promessi Sposi e di tutti i cattivi del romanzo.

Ha detto il pentito Minniti al Lingotto: «Se pensiamo a un’idea moderna della sicurezza, in cui sicurezza è insieme controllo del territorio, politiche sociali, inclusione sociale e politiche urbanistiche, se pensiamo cioè che una piazza può essere controllata se c’è la macchina della polizia, ma può essere controllata anche se c’è la luce illuminata, se c’è una politica di inclusione sociale, se c’è una politica urbanistica, ci rendiamo conto che sicurezza non è ordine pubblico come vuole la destra. Sicurezza è una cosa più impegnativa, e per fare questa cosa più impegnativa la sinistra ha più frecce nel suo arco». È presto per giudicare questo suo ciuffo da pelato. Arriveranno anche per lui le rivolte e la peste. Vedremo, allora, se il mondo dei cattivi va ancora manzonianamente come nel secolo decimo settimo.

Francesco Merlo è editorialista di Repubblica



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