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Un buon posto dove guardare il Tramonto

agosto 25, 2017 Fabio Cosciotti

Bisogna andare ancora a Roma, piazza della Minerva, per capire perché il declino di una civiltà non dipende da qualche decimale di Pil

elefante bernini pantheon

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A distanza di cento anni dalla prima edizione in lingua tedesca, Nino Aragno editore propone una nuova traduzione del Tramonto dell’Occidente, un classico della cultura conservatrice europea alla quale Tempi ha dedicato spazio. A guidarci nel discorso su tale opera sarà l’Obelisco della Minerva di Bernini, un elefante (noto anche come Pulcino per via delle sue modeste dimensioni) che sostiene un obelisco egizio sul dorso.

La scultura, per quanto sia suggestiva e celebre a Catania e nella Capitale, non è frutto della fantasia dello scultore ma è stata mutuata, con alcune originali variazioni, dall’Hypnerotomachia Poliphili, uno dei libri più rappresentativi del genio nostrano in campo editoriale. Il volume in questione, articolato e complesso tanto nei contenuti quanto nel linguaggio, è un capolavoro dell’arte libraria perché capace di coniugare immagini, testo, scrittura e contenuti in una perfetta armonia di forme e simboli. Nonostante la somiglianza, tra l’incisione dell’Hypnerotomachia Poliphili e la scultura del Bernini c’è una differenza che risiede nella posizione del capo dell’animale. L’immagine contenuta nel libro, infatti, rappresenta il pachiderma con lo sguardo fisso in avanti, quello del Bernini, invece, è il frutto del tentativo di rivolgerlo indietro. Il messaggio della scultura è tutto raccolto nella parte finale della frase incisa sul basamento: «Robustae mentis esse/ solidam sapientiam sustinere» (È necessaria una mente robusta per sostenere una solida sapienza).

Continuando a parlare dell’elefante, che è l’animale del quale vogliamo parlare o del quale talvolta si deve parlare per evitare di incorrere in pericoli, seguendone lo sguardo, si può osservare la cupola del Pantheon, il tempio che, restaurato da Adriano, secondo Oswald Spengler è la prima manifestazione artistica dell’anima magica in Europa. La partizione delle anime è uno degli argomenti centrali del Tramonto dell’Occidente, a cui, nonostante la damnatio che ha colpito l’opera, non sembra onesto negare gli attributi scolpiti nel basamento della scultura del Bernini.

image001La teoria delle anime
L’opera è di notevole complessità e non permette semplificazioni, ma la teoria delle anime consente di accedere anche al suo contenuto più recondito. Dividendo le stesse in apollinea, faustiana e magica, Spengler conduce ad interrogarci sul motivo della loro esistenza, che consiste nell’essere fonte di produzione di simboli primi in grado di esprimere un dato sentimento del mondo. Tale è l’impulso primigenio che origina la fondazione di una data civiltà. Il simbolo, quindi, è il mezzo attraverso il quale l’uomo conferisce significato alla realtà. Mediante questo atto creativo, la caducità assume una forma che è presupposto per una qualsiasi scienza che studi la natura. Oltre ad avere una scienza propria, ogni civiltà ha una propria storia che mostra il suo rapporto con il divenire, nello specifico il suo rapporto con il passato, il presente ed il futuro.

Nella civiltà occidentale questo dualismo tra natura e storia si manifesta nelle contrapposizioni tra vita e morte, tempo e spazio, divenire e divenuto, le quali sono tanto centrali da contendersi il primato nell’immagine del mondo. Afferma Spengler: «La forma più alta e completa dei due modi di considerazione, forma possibile solo nelle grandi civiltà, appare, per l’anima antica, nella contrapposizione tra Platone ed Aristotele, per l’anima occidentale in quella fra Goethe e Kant». Di qui l’opposizione tra causalità e destino, tra concatenazione dei fatti e percezione degli stessi, tra numero intero e funzione analitica, tra natura e storia, tra costante e irripetibile. Infatti, per quanto le civiltà subiscano lo stesso corso, esse non hanno un processo identico che le guida ma contengono una propria specificità ed originalità che le distingue le une dalle altre.

Le anime, dunque, attraverso i simboli permettono a una civiltà di affermarsi nel corso della storia e di imprimere in essa la propria visione del mondo. L’idea di destino, che una data civiltà esprime, risulta essere un presupposto per lo studio della natura, i cui metodi e scoperte non sono che conseguenze. Lo spazio dei greci e lo spazio cartesiano, l’opposizione tra matematica euclidea e quella cartesiana rientrano a pieno titolo in queste declinazioni.

La metropoli pietrificata
In conseguenza di tale interpretazione le forme di ogni civiltà cambiano poiché, per ciascuna di esse, le anime che la rappresentano comunicheranno diverse concezioni di spazio, tempo ed espressione artistica che saranno distinte per ciascuna civiltà ma non potranno esimersi dal compiere il medesimo percorso verso il tramonto.

La portata simbolica delle diverse anime emerge chiaramente nel momento in cui l’uomo contemporaneo, cercando di comprendere le civiltà del passato, finisce per creare delle illusioni fondate sui simboli sottostanti alla propria visione del mondo. La differenza esistente tra l’anima classica e quella faustiana impedisce, in ragione dell’irripetibilità ad essa sottostante, la piena comprensione di opere che presupponevano un’idea di destino diversa dalla nostra e incolmabile. Pertanto, un’opera antica ci rimane percepibile solo parzialmente poiché il senso ultimo che essa vuole esprimere rimane pienamente accessibile solo a coloro che a tale anima appartengono. Allo stesso modo, possiamo cogliere la differenza tra la struttura di un tempio pagano e una cattedrale, ma non riusciremo a cogliere la profondità che ne sta al fondamento perché essa rimane riservata solo a coloro che possiedono lo stesso sentimento del mondo.

Tuttavia, ad ogni slancio fondativo corrisponde, secondo Spengler, un inevitabile declino rappresentato dalle civilizzazioni, consistenti nella fase crepuscolare, nel tramonto di ogni civiltà e nel loro compimento organico. In termini più espliciti l’autore le definisce come «una fine, il divenuto che succede al divenire, la morte che segue la vita, la fissità che segue l’evoluzione; vengono dopo il naturale ambiente e la fanciullezza dell’anima, quali lo stile dorico o gotico ce li esprimono, come una senilità spirituale, come la metropoli pietrificata e pietrificante. Esse rappresentano un termine, irrevocabile ma sempre raggiunto secondo una necessità interna da qualsiasi civiltà».

Affermato il carattere organico di ciascuna civiltà, si rivela anche il suo rapporto con la natura, per cui «ogni civiltà sta in rapporto profondamente simbolico e quasi mistico con l’esteso, con lo spazio in cui e attraverso cui essa intende realizzarsi. Una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione».

Tale fase si manifesta costantemente, secondo Spengler, nel rapporto tra metropoli e provincia. Contrariamente a quanto siamo abituati a pensare noi occidentali del XXI secolo (uomini nel pieno della civilizzazione), la metropoli non rappresenta il massimo modello di sviluppo ma un passo verso la fine della civiltà. L’ambiente cittadino, infatti, popolato da irreligiosità, intelligenza e praticità senza tradizione, rivela l’assenza di una comune appartenenza in cui gli abitanti si presentano come mera massa priva di qualsiasi riferimento ai valori fondanti una civiltà.

Questa interpretazione suggerisce quindi di scartare una qualsiasi visione di carattere positivista o lineare della storia poiché in tale processo descritto da Spengler non c’è spazio per una filosofia della storia guidata da un eterno Progresso dell’uomo che inizia nelle caverne e passa per l’allunaggio con soluzione di continuità. In questi termini, è da escludere una lettura ottimista della fase crepuscolare come anticipazione di quella aurorale, poiché il termine di una e il principio di un’altra non hanno elementi in comune, dato che la prima e la seconda sono radicalmente distinte nella visione del mondo che ne sta alla base.

Il Discobolo e il Viandante
Il futuro, secondo Spengler, ha ragione di essere concepito solo in relazione a un’idea di destino alternativa al principio di causalità. Infatti, il primo conferisce una direzione alla storia di una civiltà, laddove il secondo ne rivela i tratti di civilizzazione. Questa diversa attitudine nei confronti del mondo si percepisce anche nel rapporto tra percezione immediata e calcolo. In considerazione di ciò, si deve ritenere che il futuro, così inteso, abbia ragione di esistere solo nel corso della fase aurorale di civiltà poiché essa, esprimendo una viva idea di destino, vuole informare la realtà del proprio macrocosmo invece di procedere secondo un fine razionale o tecnico.

Il Pantheon a cui si rivolge l’elefante del Bernini, secondo Spengler, è l’espressione di un macrocosmo appartenente ad una di queste anime, quella magica o araba, di cui egli traccia il profilo, insieme a quella apollinea, faustiana e russa. La contrapposizione centrale tra queste diverse visioni del mondo è tra quella apollinea e quella faustiana principalmente perché esse hanno compiuto tutti gli stadi delle civiltà ed elaborato, nel corso del loro sviluppo, due diversi rapporti con lo spazio, il tempo, la religione e l’espressione artistica.

viandante

Da un lato, l’apollinea conferisce centralità ai corpi sensibili e presenti. Dall’altro, la concezione faustiana elabora il simbolo dello spazio puro e illimitato. Da tale confronto emerge la contrapposizione tra numero intero, proprio della matematica euclidea e funzione di x tendente a infinito, simbolo dell’analisi. Lo stesso può dirsi nell’arte e della centralità della scultura marmorea dorica rispetto al paesaggio della pittura romantica tedesca. L’osservazione del Discobolo di Milone e del Viandante di Fiedrich mostrano tale contrapposizione delle due anime in relazione all’idea di spazio. Altra contrapposizione emblematica è quella tra l’anima faustiana e la russa. Nella prima, infatti, lo sguardo è rivolto verso l’alto, il cielo, in cui essa si proietta al fine di penetrarne lo spazio infinito; contrariamente, la russa rivolge la sua attenzione verso l’orizzonte, in cui cerca di esteriorizzarsi al punto di fondersi con la pianura senza fine. Questa unione si estende anche all’umanità e al prossimo, tanto da rafforzare la differenza con l’anima faustiana, secondo la quale l’Io agisce per un suo compimento spirituale. Al contrario, l’anima russa può realizzarsi solo in un Noi capace di estendere la colpa dell’uno sui tutti e viceversa. In tale visione l’impulso individuale verso la propria redenzione appare superbo e vano. Il dualismo tra Ivan, l’uomo votato all’occidente decadente, e Alëša, l’incarnazione di questi valori russi, esprime ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij proprio tale antitesi.

Infine, l’anima magica, caratterizzata dal dualismo tra spirito e anima, in cui l’aspetto statico dell’apollineo si fonde con il tratto funzionale dell’occidentale producendo una forma del tutto diversa e autonoma rispetto alle stesse. Ad essa Spengler riconduce cristianesimo, ebraismo, islam, i culti mazdei e quello di Mani. Tale sensibilità viene esemplificata nel celebre busto di Costantino in cui la scultura classica si arricchisce degli occhi, sbarrati e rivolti verso l’alto. Lo sguardo ritratto rivela la presenza dell’anima come distinta dalla mera figura apollinea e rivolta verso il cielo, inteso come regno di Dio.

Il «collasso interno» dell’impero
Questi cenni mostrano come l’idea di tramonto ha poco a che vedere con il modo in cui oggi viene ridicolizzata, perché non ammette un’idea di crepuscolo dovuta alla congiuntura economica né un’idea di crepuscolo come passo necessario sulla via di un futuro roseo. Il tramonto di Spengler in questo è più profondo e rivolge la sua critica ai presupposti di tale modo di pensare relativizzando denaro, economia e crisi contingenti, ponendo al centro della sua confutazione l’idea che la nostra civiltà stia decadendo perché appassita nello slancio che attribuisce all’anima un macrocosmo. Il solo fatto di appellarsi al tramonto dell’occidente in tali contesti mostra l’incomprensione dello stesso, il quale pone la nostra concezione economica come prodotto della nostra civilizzazione sia in una fase di espansione che in una di contrazione. Pertanto, l’occidente vive il tramonto sia che il Pil cresca in doppia cifra sia che si fermi a uno zerovirgola, perché siffatto modo di vivere l’economico riflette una precisa fase di un’anima, che sostituisce il denaro al bene materiale. Ciò mostra la differenza tra denaro apollineo, che rappresenta una grandezza, e il denaro faustiano, inteso come funzione. L’attenzione della nostra età rivolta al contabile, al misurabile e alla definizione scientifica dei fenomeni, l’applicazione sistematica dell’utile e del profittevole, congiunta al corrente sviluppo della tecnica nonché un certo stoicismo, rivelano il crepuscolo meglio di un qualsiasi valore economico.

«Questo tramonto – spiega l’autore – non è la catastrofe delle invasioni barbariche, che, non diversamente dalla distruzione della civiltà Maia a opera degli Spagnoli, rappresentò una contingenza priva di necessità profonda, bensì rassomiglia al collasso interno che si manifestò a partire da Adriano e, come corrispondenza in Cina, sotto la dinastia orientale Han».

Sul chiacchierato rapporto tra Spengler e nazismo non mi pronuncio se non con un rinvio: invito a leggere le pagine 250 e 251 de L’anima e l’economia del professor Geminello Alvi.

Foto Shutterstock

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