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Un brindisi in paradiso

giugno 24, 2011 Pietro Piccinini

Niente noia, molti amici, festa permanente. La vita eterna com’è e come arrivarci,
un’indagine sull’aldilà del portavoce dell’Opus Dei attraverso gli indizi disseminati nella dottrina cattolica e le parole di san Escrivá

Qualche esimio elzevirista lo ha presentato come il controcanto all’ateismo da bar di Piergiorgio Odifreddi. Non si capisce se sia un complimento o uno sberleffo. In ogni caso Preferisco il paradiso, il libro fresco di stampa di Pippo Corigliano, non merita di essere accostato allo sputazzo anticattolico di un ex seminarista passato alla miscredenza per mancanza di prospettive. Non lo merita innanzitutto perché non è una noiosa lezioncina. È un generoso tentativo di testimoniare in prima persona che si può vivere cristianamente senza rovinarsi l’esistenza. O meglio, che se non ci si vuole rovinare l’esistenza conviene vivere cristianamente.

Ingegnere cresciuto tra Napoli e la Calabria, Corigliano dirige l’Ufficio informazioni dell’Opus Dei di Roma dal 1980 e aderisce alla prelatura personale di san Josemaría Escrivá de Balaguer dal 1960. Dedicato a Dio nella forma del celibato apostolico, il portavoce dell’Opera è l’effigie semovente della joie de vivre che viene da una fede certa e genuina. Lui la descrive come uno stato permanente di innamoramento. Spiega a Tempi: «Ero convinto che il segno distintivo dei cristiani fosse l’essere colti, casti, sobri, modesti eccetera. Invece il cristianesimo che ho incontrato in san Josemaría è un’altra cosa. È lo stile del “comandamento nuovo” di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”».

Preferisco il paradiso. La vita eterna com’è e come arrivarci è una specie di manuale della redenzione scritto per «aiutare il mio amico lettore a trovare una via facile per la confidenza con Dio». Seguendo il percorso delle citazioni, delle immagini e dei ricordi messi in fila nella maniera più semplice e leggiadra possibile, sembra di vederlo, Corigliano, mentre annota estasiato le suggestioni dell’amico santo Escrivá, mentre conversa dell’aldilà con Leonardo Mondadori e Indro Montanelli, o mentre, ancora ragazzo, si tuffa felice nell’acqua blu dei faraglioni di Capri. È un libro pieno di canzoni e poesie, feste e grigliate di pesce, letture eclettiche e film da cineteca (su tutti La vita è meravigliosa e i Blues Brothers). Dove tutto è pervaso da un’incrollabile positività che per Corigliano è un chiaro frutto della fede. E della sua napoletanità, verrebbe da aggiungere, se il termine non evocasse oggi più che altro rifiuti e roghi per strada come nella Geenna degli ebrei.
La narrazione è personale, perché si tratta di un viaggio tra i segni delle “cose del cielo” scoperti dall’autore nel corso di una vita e che l’autore intende ri-scoprire insieme al lettore.

«La morte è diventata un evento nascosto», scrive Corigliano. «La cultura dominante tende a rappresentarci la vita come un continuo stato di efficienza. La malattia è un incidente imprevisto così come la morte. “Non è giusto” si dice, come se nascessimo col diritto di campare fino a cent’anni in perfetta salute. In realtà siamo creature fragili che vivono un’avventura dove può accadere di tutto. (…) Avevo trentacinque anni quando morì mio padre. Quando mi sono trovato davanti al suo corpo senza vita ho avvertito, con tutta la durezza, la difficoltà di credere che mio padre stesse continuando a vivere. Mio padre non c’era più. Mi rimane nella memoria la scena degli impiegati delle pompe funebri che lo riponevano nella bara, con delicatezza, ma come un sacco di patate. Quella persona, che per me rappresentava un mondo, era ridotta in quel modo. L’unica possibilità di reagire era rifarmi a quanto Dio stesso aveva rivelato sulla morte». Infatti il libro procede per rivelazioni, per indizi, «indizi per l’aldilà» come li chiama Corigliano. E lo scopo dell’indagine è rispondere alla madre di tutte le domande: la vita ha un lieto fine? Sì, sostiene il portavoce dell’Opus Dei, e Gesù Cristo è venuto su questa terra proprio per confermarlo: «Il vero lieto fine è la risurrezione di Gesù. Non a caso nel giorno di Pasqua mi sento felice». Del resto «san Paolo non usa mezzi termini. O c’è la risurrezione o i cristiani sono dei falliti illusi».

Consigli per un’esistenza piena
Naturalmente non manca qualche “consiglio”, perché il paradiso bisognerà pur raggiungerlo in qualche modo, e soprattutto bisogna iniziare a viverne l’anticipo qui e ora. Quelle di Corigliano non sono regole, sono indicazioni per una vita piena (l’evangelico “centuplo quaggiù”). Si parla di lavoro e amicizia, famiglia e affettività. Con le «lezioni d’amore» di san Escrivá a far maturare l’«avventura della vita quotidiana». Non a caso è proprio l’amore l’ingrediente base del libro. E, a quanto pare, anche del paradiso: «Ci staremo da innamorati. Innamorati non soltanto di qualcuno ma innamorati dell’Amore». E visto che «stare in Dio sarà più che togliersi tutti gli sfizi della terra», Corigliano concede anche qualche indulgenza all’immaginazione. In fondo mica è un trattato teologico il suo. Così si scopre che questo papavero dell’Opus Dei si figura un “dopo” tutt’altro che monotono. «Il paradiso è l’opposto della noia, che invece è la caratteristica dell’inferno. Basta andare in una riunione di condominio» per farsene un’idea. Per avere un «anticipo del paradiso», al contrario, «è importante fin da questa vita saper far festa. Le persone che non sanno festeggiare vanno aiutate, perché c’è qualcosa che non va».

Oppure si può pensare a Capri («il posto sulla terra che più si avvicina al paradiso»), o al «banchetto accuratamente preparato» descritto nel Vangelo da Gesù, «un brindisi in paradiso». «Un convivio, non certo un panino consumato da soli», perché lassù «ritroveremo le persone che amiamo, e anche quelle che non amiamo che, nel frattempo, saranno diventate amabili». Per Corigliano, insomma, la felicità è una vocazione, già in questa vita. Il cristiano infatti è chiamato a «rendere affascinante il cristianesimo» lì dove si trova, nella situazione in cui è. Ecco il «punto chiave» del libro: «Il Signore vuole che ognuno di noi sia un santo. È questo che ci chiede. Non la perfezione assoluta, che non ci sarà mai. Nel libro dei Proverbi si dice che il giusto cade sette volte al giorno… Ma il desiderio di esserlo sì, questo è possibile, sempre con l’aiuto di Dio s’intende».

Ma guardatevi dall’utopia
Solo, attenzione a non farlo impazzire, questo desiderio: potrebbe degenerare in utopia. Come Giuda nel Vangelo, così anche «noi cerchiamo il paradiso e lo vogliamo in terra. Cos’è stato il marxismo se non una promessa del genere? E la crisi economica ha fatto capire anche ai testardi che il sistema capitalista da solo non basta: ha bisogno di Dio, per dirla in breve. E quindi Gesù, questo fallito che muore solo, con la mamma e un discepolo adolescente, è ancora necessario. Lo è da duemila anni». Tanto è vero che la Chiesa – osserva Corigliano a Tempi – «è sopravvissuta all’Ottocento, il secolo della supponenza, così come al Novecento, il secolo della tragedia. Adesso siamo nel secolo del ridicolo e come sempre il cristianesimo avanzerà grazie alla santità di alcuni, ma il disastro che ci circonda sicuramente facilita l’impresa».

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