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Un Averroè nella fabbrica dei jihadisti

settembre 15, 2017 Leone Grotti

Ha visto cambiare i giovani in trent’anni di scuola a Molenbeek. Parla Abderraouf Znagui, professore musulmano

Molenbeek ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando un giovane musulmano si è presentato in classe con un foglio, il decalogo di tutto quello che le donne non potevano e non avrebbero dovuto fare, tra cui guidare, Abderraouf Znagui ha capito che qualcosa stava cambiando radicalmente. Il docente musulmano belga di origini marocchine insegnava religione islamica in una scuola pubblica di Molenbeek, il quartiere della capitale Bruxelles diventato tristemente famoso come “fabbrica di jihadisti”, nonché “hub internazionale del terrorismo islamico internazionale”. Gli attentati dell’Isis che hanno sconvolto Parigi, Nizza, Berlino e Bruxelles erano ancora di là da venire. Eppure, in quel decalogo di divieti, c’era già tutto.

Per Znagui non era certo la prima volta. Aveva cominciato a insegnare nelle scuole pubbliche di Molenbeek nel 1980, quando i musulmani erano una piccola minoranza. In vent’anni le proporzioni si sono invertite: negli anni Novanta i musulmani sono diventati il 50 per cento e prima del 2000 costituivano il 97 per cento degli studenti. Per le strade del quartiere, le donne senza velo sono rapidamente sparite, così come i rivenditori di alcol.

Parlando con Tempi tra i padiglioni del Meeting di Rimini, dove ha portato la sua testimonianza di insegnante, ricorda quando i casi di radicalismo erano isolati: «Ogni tanto capitava che una ragazza non volesse seguire il resto della classe in piscina, perché c’erano i maschi. Altre volte qualcuna diceva di non voler partecipare alle gite scolastiche. Allora noi professori facevamo da mediatori, andavamo a parlare con le famiglie e cercavamo di spiegare che l’islam non vietava niente di tutto ciò. Poi però il caso isolato è diventato la norma, la maggioranza e infine la regola».

Znagui parla in modo pacato, gesticolando, mettendo spesso in mostra il suo bellissimo sorriso sospeso tra due guance ben rasate. Il dettaglio non è di poco conto: «Se negli anni Novanta sempre più studenti mi venivano a dire che non si possono stringere le mani alle donne o che la musica è peccato, a cavallo del Duemila dai divieti si è passati all’odio. Molti dicevano che i cristiani o gli ebrei andavano uccisi. Non solo loro, anche gli sciiti e i musulmani moderati. Li chiamavano “revisionisti” e io ero nella lista nera perché ad esempio non mi facevo crescere la barba».

Erano i primi segnali della diffusione sempre più capillare del verbo wahabita, la versione saudita dell’islam che aveva mosso i primi passi in Belgio nel lontano 1967, quando re Baldovino consegnò in cambio di ricchi contratti petroliferi le chiavi dell’islam belga al re saudita Faysal. Ma c’erano altri campanelli d’allarme: «Spuntavano come funghi scuole parallele nel quartiere. Lo Stato lasciava grande libertà, non controllava, credeva che all’interno venisse solo insegnato l’arabo. Invece si diffondeva il fanatismo religioso e i miei alunni al mercoledì o al venerdì all’uscita della scuola erano costretti a frequentarle», continua il professore. «La conseguenza è che si diceva alle bambine che non potevano giocare con le bambole o che le feste di compleanno erano haram, proibite».

L’insegnamento di conseguenza diventava sempre più faticoso, perché prima di occuparci delle materie dovevamo «contrastare un discorso religioso malato». Ma Znagui non considera “difficile” l’insegnamento del Corano ai tempi del jihad: «Quando la radicalizzazione è diventata un problema evidente, è stato più facile affrontare il problema perché ormai era sotto gli occhi di tutti. Dopo gli attentati i ragazzi hanno cominciato a farsi delle domande: ma l’islam dice davvero che si possono uccidere le persone? Le domande erano diventate più impellenti». E non basta rispondere con un semplice “no” o con una lezioncina di Corano, perché «il discorso fanatico ha trovato orecchie molto attente a Molenbeek e ragazzi in forte difficoltà con se stessi, stanchi e annoiati della vita. La promessa del Paradiso, che si può raggiungere uccidendo gli infedeli che opprimono e perseguitano i musulmani, è un discorso forte e affascinante, anche se non capisco fino in fondo perché. Soprattutto per chi, pur essendo musulmano, non sa nulla della sua religione».

«Karim, cosa fai di buono?»
Znagui non si è mai limitato a rispondere a un discorso con un altro discorso, ma ha sempre provato ad appellarsi alla ragione. «Le atrocità che compie l’Isis sono innanzitutto irragionevoli. La ragione umana non può permettere queste atrocità, non le può permettere. Tutto quello che fanno è disumano e la ragione non può accettare qualcosa che va contro l’uomo, a prescindere dalla religione. Ecco perché ho sempre detto che tornare alla ragione è fondamentale per l’islam». Non solo, anche lo studio della storia è importante: «Ci sono parti violente nel Corano», ammette il professore, «ma vanno inserite nel loro contesto. Riguardano il periodo in cui Maometto, cacciato dalla Mecca e perseguitato, si è rifugiato a Medina dove si è dovuto difendere. Un conto è uccidere per autodifesa, un altro è attaccare: il musulmano non può mai offendere e bisogna spiegare ai giovani che non è vero che oggi i musulmani sono in guerra. Siamo in pace. Questa è la verità».

Ma «non basta dire che i jihadisti sono stupidi: bisogna dimostrarlo. E non è facile, soprattutto quando l’Arabia Saudita spende miliardi per diffondere il suo verbo estremista. Non solo qui: anche in Africa, in Bosnia, nel resto dell’Europa. Lo Stato belga potrebbe dire loro di smettere in ogni momento, ma dovrebbe rinunciare ai soldi: questo è il problema. Però dobbiamo essere consapevoli che le leggi propugnate dall’Isis sono le stesse dei sauditi. Non c’è alcuna differenza».

Oggi il professore di religione musulmana è in pensione e non vive più a Molenbeek, ma continua a recarsi nel quartiere ogni giorno per aiutare i giovani, «per non lasciarli soli». Per lui l’insegnamento è una vocazione e può «salvare vite». Come quella di un suo ex alunno incontrato per strada quasi per caso e finito in un brutto giro di amicizie. Avendolo riconosciuto si è fermato a salutarlo e gli ha chiesto: «Karim, che cosa fai di buono?». Quelle parole, chissà perché, hanno smosso qualcosa: «Non si aspettava che mi ricordassi di lui. Solo dopo ho scoperto che era appena uscito di prigione. Sta di fatto che ha abbandonato la strada intrapresa, si è messo a lavorare e ho anche avuto suo figlio a scuola. Un giorno che li ho incontrati entrambi, lui ha detto al figlio: “Fai sempre quello che ti dice il professor Znagui”. Il lavoro dell’insegnante è davvero importante: se lo facciamo con il cuore, possiamo cambiare le persone. Non solo a scuola però: i miei figli sono musulmani, ma usano la ragione, sono aperti. Sono fiero di loro».

All’indomani degli attentati a Bruxelles, qualcosa sta cambiando a Molenbeek. Gli insegnanti, e anche molti residenti, hanno chiesto con forza al Comune di fare qualcosa. «Sono state chiuse molte scuole e anche diverse moschee, dove si predicava l’odio. Ma bisogna fare di più e in fretta», conclude il professore. «Io vedo tante famiglie normali che cominciano a ribellarsi contro i discorsi estremisti e quindi penso che ci sia speranza. E se c’è speranza a Molenbeek, francamente, vuol dire che c’è in tutto il mondo».

Foto Ansa

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