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Un anno dopo Charlie Hebdo, diciamo ancora: serve un’amicizia piena di verità e ragione

gennaio 7, 2016 Giancarlo Cesana

«L’assassino è ancora in libertà», titola il settimanale raffigurando un dio giudaico-cristiano. Quanta confusione.

A un anno dalla strage, ieri è uscito il nuovo numero di Charlie Hebdo. La copertina raffigura dio armato di kalashnikov e il titolo è “Un anno dopo, l’assassino è ancora in libertà”. Il dio rappresentato, come ognuno può facilmente constatare, ha le fattezze di quello giudaico-cristiano. La confusione di Charlie Hebdo non ci sorprende più di tanto: già nelle ore successive alla strage si notò da più parti l’incapacità di chiamare “le cose con il loro nome”, di fare i conti con la realtà, di evitare, al contempo, grezze generalizzazioni ma anche assurde ipocrisie nei confronti dell’islam. A un anno di distanza, non molto è cambiato e la copertina del settimanale satirico ne è la sua più plastica raffigurazione, con un dio giudaico-cristiano latitante e la totale censura sul fatto che i terroristi fossero islamici e avessero sparato alle loro vittime urlando “Allahu Akbar”. Per questo vi riproponiamo un articolo già uscito su Tempi che è la trascrizione di un intervento del professor Giancarlo Cesana tenutosi in giugno in Brianza. 

cesanaL’attacco omicida di al Qaeda a Charlie Hebdo esprime un’idea della verità, cioè un’idea di Dio, che prescinde dalla ragione dell’uomo. Se l’uomo è d’accordo, va bene, altrimenti viene fatto fuori o messo da parte come succede nel mondo islamico. Secondo questa idea, Dio è così trascendente, così superiore e lontano, che l’uomo non può assolutamente capire quello che Dio vuole, fatto salvo – illogicamente – un gruppo di eletti che lo capisce così bene da sentirsi autorizzato a uccidere in suo nome. Quindi, Dio è una verità senza ragione, una verità che si impone a prescindere da quello che l’uomo ritiene e vuole.

Questa non è solo un’idea islamica, è diffusa in tutte le religioni e anche nel cristianesimo, quando la fede è intesa come dono incomprensibile, privo di ragionevolezza. In questi casi il criterio per valutare un uomo prescinde da quello che pensa e crede, ma diventa il suo comportamento, se è onesto o non onesto, buono o non buono. La verità di Dio non è una proposta alla ragione, ma uno dei punti di richiamo a un comportamento corretto, determinato non da una concezione, ma dal costume prevalente. Qui, per fortuna, in nome di Dio non si ammazza fisicamente nessuno, anche se si tende ad ammazzare spiritualmente tutti dentro la moda.

Contro l’attacco a Charlie Hebdo e contro l’idea di Dio soggiacente, si è realizzata a Parigi la manifestazione più imponente della storia della Francia: tre milioni di persone con la partecipazione di moltissimi capi di Stato, tuttavia con l’eccezione significativa del presidente degli Stati Uniti e del presidente della Russia. La manifestazione ha esplicitamente affermato e rivendicato per l’uomo la libertà di pensare e dire quello che vuole, senza verità o Dio che lo possano contestare, perché né l’una né l’altro esistono uguali per tutti – e quindi è anche dubbio che esistano.

Le due posizioni testé descritte sono espressioni del dramma dell’uomo moderno, identificato dalla lezione di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. Io non so cosa si insegna a proposito della filosofia moderna, ma, secondo me, questa lezione dovrebbero insegnarla in tutte le scuole, soprattutto quelle di ispirazione cattolica. Ciò anche per smentire pensieri molto diffusi, sostenuti da grandi intellettuali come Umberto Eco, il quale dice che tutte le guerre sono nate dalle religioni. In realtà, se è vero che gli uomini religiosi hanno scatenato guerre in nome di Dio, queste possono essere considerate bazzecole rispetto ai massacri prodotti dalla ragione eletta ad assoluto come tale – il terrore della Rivoluzione Francese –, o come ideologia di sinistra e di destra – comunismo e nazismo. Anche il filosofo francese Jean Guitton dice che tutte le guerre sono «guerre di religione», nel senso che per fare un’azione tragica come la guerra, che distrugge la vita, è necessario essere convinti senza esitazione alcuna della verità delle proprie ragioni contro quelle di chi si combatte. Ma è indubbio che una ragione che cerca Dio, che si riconosce limitata e dipendente, è arginata nella sua tentazione violenta. La Chiesa, come riconobbe Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000, non è esente da colpe, ma è l’unica istituzione che se ne è assunta la responsabilità, anche secolare, ha chiesto perdono e ha promosso una cultura che, riconoscendo la presenza e a volte l’inevitabilità della guerra, cerca di contestarla.

È indiscutibile che nell’Occidente l’atteggiamento più diffuso, consapevolmente o meno, è quello della citata manifestazione parigina, per cui noi siamo autonomi e possiamo fare quello che vogliamo. È anche il pensiero di oggi sul cosiddetto “gender”. Siamo così autonomi da poter decidere anche senza Dio: non c’è più la natura, una legge inscritta nella natura, che indica cosa sei tu, se sei maschio o femmina. Tu puoi decidere e fare quello che vuoi. Non è vero, ma la tendenza è a vivere così. Come giustamente ha detto argutamente un parroco, nessuno vuole sposarsi o fare figli, eccetto gli omosessuali. Avere un bambino è un diritto, anzi è un diritto avere un bambino perfetto. Poi se al bambino perfetto qualcuno spara, o succede un incidente, o capita una malattia non importa, perché ciò che vale è l’attualità di una apparente onnipotenza.

charlie-hebdo-terrorismo-islamico-francia-tempi-copertinaPer cosa spendiamo la vita?
Non teniamo conto o guardiamo con grande superficialità e indifferenza fatti che dovrebbero mettere in discussione la nostra sicumera. Come dice papa Francesco, è in corso una guerra mondiale a pezzi. Le famiglie, anche nei paesi come il nostro dove hanno dimostrato di essere un indubbio fattore di stabilità, si sgretolano con sempre maggiore facilità. Il mestiere di genitore è percepito sempre più come arduo e l’educazione come un’emergenza. I rapporti affettivi sono segnati da una grande instabilità, con le malattie psichiatriche e sessuali in forte aumento. Il cosiddetto “sesso insicuro” – promiscuità e rapporti incontrollati – è riconosciuto come la terza causa del carico di malattia nel mondo. Nei paesi occidentali l’infezione da Hiv colpisce nel 70 per cento dei casi i maschi omosessuali e per questa ragione le linee guida maggiormente seguite negano la possibilità per queste persone di essere donatori di sangue. Si stima che nel 2020 le malattie psichiatriche e in particolare la depressione saranno la seconda causa di malattia e invalidità nel mondo. Questi sono aspetti del nostro tempo, dove oltre alla guerra e alla povertà si sta imponendo un altro fattore di rischio: una ragione arbitraria, indipendente dalla natura e dalla verità. Una ragione che non è preordinata a nulla, che non tende a niente e annulla anche se stessa, la propria forza e danneggia l’uomo, psicologicamente e fisicamente.

“Ma noi cosa stiamo al mondo a fare?”. Questa è la domanda serissima che insorge alla fine delle considerazioni sopra riportate. C’è qualcosa a cui la nostra ragione tende? Qualcosa per cui siamo fatti, per cui noi viviamo, soffriamo, per cui può valere la pena dare la vita? O ci siamo solo noi con quello che pensiamo? Il problema, che sembra essere legato ai destini politici del mondo, alle grandi ideologie, è in realtà un problema esistenziale concreto, è il problema della vita di tutti i giorni? Noi per cosa stiamo spendendo la vita? Nelle posizioni prima considerate o c’è una verità cui la vita va affidata ciecamente, perché ci può chiedere tutto senza darci ragione di niente, oppure ci siamo solo noi che siamo arbitri del tutto non dovendo dare ragioni a nessuno. Sono due possibilità, entrambe terribili.

Se c’è una ragione è perché c’è una verità, cioè se ci sono io è perché c’è qualcosa per cui io esisto, tanto è vero che naturalmente, come è evidente, la vita è un rapporto. La mia vita sta su perché è in rapporto con qualcosa d’altro: senza l’aria io non vivo, senza cibo io non vivo, soprattutto senza di te, senza la madre, senza il padre, senza una persona che ci ama noi non viviamo. Noi siamo fatti per qualcosa, siamo fatti per un rapporto, siamo fatti per stare per qualcun altro. Come dice la Bibbia, Dio vide che l’uomo da solo non stava bene e quindi fece la donna. Noi siamo fatti per stare con altri e se c’è una verità deve essere il termine a cui io tendo, deve essere ciò per cui io sono fatto. Gli uomini dei tempi antichi capivano che non potevano vivere senza il sole, per cui dicevano che il sole era Dio. Anche oggi, esplicitamente o implicitamente, si tende a riconoscere Dio, la verità, in quello che fa vivere, in quello che realizza per noi un rapporto essenziale. Chesterton diceva che gli atei non sono quelli che non credono in niente, ma quelli che credono in tutto. L’uomo ha sempre cercato la verità. L’ha cercata così tanto che quando non la trovava la inventava, perché l’uomo quando non trova Dio, non trova ciò a cui dedicare la vita, se lo crea. La Bibbia lo chiama idolo. Tu vivi per i soldi che diventano il tuo Dio, vivi per la donna o per l’uomo che diventa il tuo Dio, vivi per il lavoro, per qualcosa a cui dai tutto. Questo è inevitabile perché noi siamo fatti naturalmente così. Non si può vivere senza stabilire un legame.

Una persona mi realizza
Quando si arriva nel buio della depressione – perché la depressione è il non riconoscere più il rapporto, la presenza dell’altro come necessaria, come fondamentale per la vita – non c’è più ragione per vivere. Così capite bene quando dicevo che sta diventano grave il problema della sessualità, perché la sessualità è l’istinto del rapporto. Noi siamo fatti come rapporto non solo come giudizio, abbiamo dentro un istinto che ci porta alla persona da cui siamo attratti. Se questo istinto si disordina, il rapporto comincia ad andare a farsi benedire, e così va a farsi benedire l’affezione, cioè la capacità di attaccarsi alla realtà. E se va a farsi benedire l’affezione che è la capacità di attaccarsi alla realtà, non si capiscano più le cose, quindi, alla fine, va a farsi benedire la ragione.

Come diceva don Giussani, la definizione più laica della verità l’ha data san Tommaso d’Acquino: la verità è «adaequatio rei et intellectus», cioè è corrispondenza fra il mio pensiero, il mio desiderio e quello che c’è. Cioè quando trovo qualcosa che corrisponde – ma non nel senso sentimentale e becero del termine –, che risponde effettivamente alla mia esigenza umana, anche se mi mette in ginocchio. La verità è questo. È quando riconosci che una cosa è così, anche se non è come vorresti tu. Ma devi riconoscerlo. La verità è questa corrispondenza fra quello che desideriamo, quello che cerchiamo e quello che ci viene incontro, dando una risposta a quello che cerchiamo. Tutto il cammino della vita, se è vero, è un cammino per approssimazione verso la risposta definitiva. Approssimazione come? Attraverso il seguire la risposta che si trova.

Qui si capisce quale è la potenza e la novità assoluta e scandalosa del cristianesimo. Il prologo del Vangelo di san Giovanni dice che il verbo si è fatto carne; il verbo cioè il logos, cioè il pensiero, il pensiero insieme alla parola, cioè la comunicazione del pensiero. La verità puoi incontrarla. Tutti pensano che per conoscere la verità delle cose ti devi mettere a studiare – fatto necessario – ma non che devi incontrarla, che la puoi incontrare. La verità non è in un libro, in un pensiero o solo nelle persone intelligenti, ma si è fatta carne, è in uno che è come te.

Gesù per i suoi contemporanei non era quello che conosciamo oggi, associato con la Chiesa, i preti e le regole conseguenti. Gesù era uno qualunque, e per quanto facesse cose strane era sempre un uomo. Tant’è vero che Lui, che faceva i miracoli, ha avuto 12 amici tra cui un traditore. È incredibile che la verità, che quello che cerco come realizzazione della mia vita sia una persona, che la verità sia un’amicizia. La verità non è più un macigno che ti cade sulla testa, ma un luogo di amici. E se la verità è un’amicizia, allora non si impone con la violenza, ma si propone come affetto, come vicinanza. In secondo luogo, la verità non è qualcosa di sconosciuto, di lontanissimo che non posso raggiungere, ma è qualcuno a cui io posso domandare. Terzo, la verità non è qualcosa che ti sfida e tutte le volte ti piega ma è una mano tesa, perché io ho bisogno, come sottolinea sempre il Papa, è misericordia. Quarto, dentro un rapporto faccio finalmente esperienza di quello che desidero di più, e cioè essere realizzato, voluto, riconosciuto, di avere qualcuno per cui sono importante. La vita riempita è una vita libera. Certo la libertà è possibilità di scegliere, ma è soprattutto compimento, realizzazione di sé. La libertà è scegliere la donna che ti piace di più, ma è soprattutto quando la donna che hai scelto ti dice di sì. Nella libertà la ragione si realizza, e in quello che non capiamo siamo aiutati a capire.

Un pensiero uniforme
Infine un’ultima cosa molto importante. Noi sentiamo molto parlare di democrazia, che bisogna fare le cose democraticamente, che bisogna rispettare la maggioranza. Ma se la democrazia è decidere tutto a maggioranza, non è tolto il pericolo dell’arbitrio e dell’omologazione. Le grandi dittature sono nate con il consenso del popolo. Ad esempio, i ragazzi che hanno meno di 35 anni in genere non hanno nulla contro l’omosessualità; quelli dai 45 anni in su, invece, qualche perplessità ce l’anno. Tutti siamo influenzati dal contesto. Di persone che pensano con la propria testa ce ne sono poche. Soprattutto che hanno un’esperienza, e non vanno dietro ai giornali, alla televisione, all’opinione comune, ma pensano in relazione a quello che hanno visto, all’esperienza che hanno fatto. Noi siamo in un contesto dove il cosiddetto pensiero della maggioranza diventa progressivamente quello di tutti. Così in 15 anni sono stati fatti fuori 20 secoli di tradizione cristiana su cosa è il sesso e il matrimonio. Dal 2000 a oggi sono state smontate molte leggi e ne sono state fatte di nuove, anche in Europa.

Questo in nome di che cosa? Del principio di eguaglianza. Tutti siamo uguali, qualunque cosa pensiamo o facciamo. È il politicamente corretto, che tuttavia seleziona alcuni più uguali degli altri, perché chi non la pensa così è emarginato. Se la democrazia, la dialettica fra maggioranza e minoranza, non è un dialogo sulla verità, allora diventa un totalitarismo culturale, diventa il pensiero di alcuni che si impone su quello degli altri, soprattutto se gli altri sono giovani, perché i giovani non hanno le armi per opporsi, non hanno visto a sufficienza, bevono quello che gli si dice, e tanto più lo bevono se va dietro al loro istinto. Anche la democrazia ha necessità di riconoscere qualcosa, un ideale a cui tendere, perché in tutti i paesi c’è qualcosa che è a fondamento della dialettica con cui si decide. Quando si dice che la democrazia non ha nessuna verità se non quella della maggioranza è finita, perché soprattutto oggi la maggioranza vuol dire televisione, mass media, vuol dire chi li comanda.

Tant’è vero che tutti pensando di essere originali ma pensano e dicono quello che dicono tutti gli altri. Provate a prendete il Corriere della Sera, sostanzialmente uguale a Repubblica ed entrambi sono uguali alla tv. Il pensiero è comune per la stragrande maggioranza e, come dice Giuliano Ferrara, è rappresentato dal giornalista collettivo, cioè il giornalista che scrive non quello che ha visto lui, che ha imparato lui, ma quello che dicono tutti. Ricordo che quello che mi impressionava quando facevo le conferenze al Meeting, era che i giornalisti non erano interessati a quello che accadeva, ma si consultavano tra loro: «Tu cosa dici su questo?». Così notizie e pensiero, nella grande libertà moderna, diventano uniformi. Non ci si può piegare.

Come sono diventato grande
Se nascono incontri come questo è per reagire, non stupidamente o per partito preso, ma per poter riconoscere la verità, che è la risposta alla vita e per goderne, per essere veramente uomini e donne, non fantocci nella mani di chissà chi. Per porsi, cioè per essere, bisogna opporsi. Abbiamo il dovere di testimoniare quello che siamo e rendere ragione di noi. Guai, se fra un po’ di anni diranno che siamo stati una generazione di vigliacchi. Questo rischio c’è, per la debolezza del pensiero cui accennavo. La debolezza è un’altra faccia della violenza, può trasformarsi in violenza, come quella di un eunuco che vuole possedere una vergine, dice la Bibbia. Noi purtroppo viviamo in un mondo che è così: debolissimo e violento, senza coraggio, con il problema di mantenere il pensiero della maggioranza, di non disturbare.

Io sono venuto grande in un mondo che era contro di noi, contro di me, perché io in università non potevo parlare. Noi siamo venuti grandi ascoltando i dissidenti russi quando c’era il comunismo e comprendendo quello che era vero nonostante ai più sembrasse falso. Anche questo ha contribuito a realizzare la nostra vita: appunto, una grande amicizia come luogo della verità, per cui non buttiamola via.

Foto Ansa


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