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Ucciso Gheddafi: fine della guerra o inizio di una nuova crisi libica?

ottobre 25, 2011 Emanuela Campanile

Intervista all’ambasciatore Giuseppe Panocchia, profondo conoscitore delle problematiche mediterranee e medio orientali: «Non basta che l’Ue disponga di un suo ministro degli esteri se poi ai 27 manca la volontà di avere una politica estera comune. Bisognerà vedere ora se saranno capaci di scongiurare una qualsiasi frammentazione della Libia»

Gheddafi doveva morire – nessun’altra conclusione era possibile – perché per più di quarant’anni è stato un protagonista, sventolando alternativamente la bandiera del panarabismo, del riscatto dell’Africa, del sostegno alle lotte dei movimenti indipendentisti o terroristici. Ossequiato o detestato, blandito o combattuto, sia dagli occidentali che dai fratelli arabi e africani, a seconda delle situazioni, è stato comunque al centro della scena internazionale. Personaggio quindi troppo ingombrante e pericoloso da processare pubblicamente, sia a Tripoli che all’Aja. Troppe le vicende e i retroscena che avrebbe potuto svelare o inquinare. E troppi sono ora i leader occidentali che si affannano a ricordare come la democrazia sia un seme che deve trovare le giuste condizioni per attecchire e crescere. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Giuseppe Panocchia, profondo conoscitore delle problematiche mediterranee e medio orientali.

«Fino a qualche mese fa Gheddafi è stato un autorevole e ricercato interlocutore della comunità internazionale come dell’Unione europea e dell’Unione africana. Il suo concetto di democrazia popolare, il suo protagonismo, la sua spregiudicatezza erano ben noti. Del resto, non è stata la Gran Bretagna a barattare l’acquisizione di una concessione petrolifera per la BP con la liberazione del responsabile della tragedia di Lockerbie, (costata la vita a centinaia di vittime innocenti, ndr)? E Sarkozy, non era stato lui a riceverlo con tutti gli onori all’Eliseo ben prima del Presidente del Consiglio italiano»?

Perché solo la repressione dei moti di piazza a Bengasi ha sollevato l’indignazione e la condanna della comunità internazionale?
Bisognerebbe innanzitutto chiederlo a Parigi e Londra. E’ noto che caccia-bombardieri francesi sono intervenuti prima ancora che la Nato prendesse la decisione di intervenire “per proteggere le popolazioni civili”, secondo la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gheddafi non è stato l’unico dittatore presente sul palcoscenico internazionale. Regimi crudeli e liberticidi non sono una rarità, purtoppo. Di repressioni sanguinose, massacri di oppositori e genocidi ne è piena la storia recente: dal Rwanda al Sudan, dal Myanmar fino alla Siria e senza che le Nazioni Unite abbiano mostrato i muscoli. Si preferiva deplorare e condannare. Quando poi sono intervenute militarmente, come nel caso della Somalia, si sono dovute ritirare lasciando il paese in preda ancora oggi all’anarchia.

Per la Libia si è deciso diversamente ma la guerra-lampo non c’è stata.
Il potere del Colonnello si è dimostrato radicato ben più dell’immaginato. I bombardamenti della Nato hanno accresciuto il numero delle vittime, le distruzioni, i danni collaterali hanno scavato fossati di odio e di sangue tra libici. A conferma delle esperienze maturate in Iraq e in Afghanistan, le cosiddette guerre giuste, il prezzo più alto lo hanno pagato non i contendenti ma i civili. E spero non dovranno continuare a pagare.

Ma in Libia, la ribellione contro Gheddafi è mutata in guerra civile. Cosa ha innescato questa trasformazione?
Forse perché qualcuno ha fornito ai ribelli armi, supporto politico e infine un intervento militare, dapprima aereo per “proteggere i civili”  – come scrive la risoluzione del Cds – e poi per fiaccare e annientare il potenziale militare del governo di Tripoli. In questo modo si è finito per riaprire il vaso di Pandora della rivalità e delle differenze che separano storicamente Tripolitania e Cirenaica. Non dimentichiamo che Gheddafi era andato al potere nel 1969 con un colpo di stato deponendo Re Idris, esponente della Cirenaica e della potente confraternita dei Senussi.

Centrato l’obiettivo che aveva unificato le varie e diverse milizie, morto cioè Gheddafi, chi esprimerà la nuova dirigenza libica?
Sin dall’inizio gli analisti si sono premurati di enfatizzare l’emergere di una nuova Libia più matura, bramosa di libertà e democrazia, estranea ai vecchi schemi tribali. Gli avvenimenti che si sono succeduti in un drammatico crescendo da febbraio ad oggi sembrano scalzare questa certezza. Il variegato fronte rivoluzionario e per così dire democratico dovrà fare i conti con se stesso.

Cosa si potrebbe ipotizzare?
Mi sembra difficile che i cirenaici possano prendere le redini del Paese con i tripolini che restano alla finestra. Non credo nemmeno che gli integralisti islamici rinuncino a veder riconosciuto il ruolo innegabile avuto sul campo di battaglia. I transfughi gheddafiani sono molto gettonati dagli occidentali ma potrebbero rivelarsi ingombranti: per anni hanno fedelmente eseguito le direttive del Colonnello.

E gli europei cosa faranno?
Forse sarebbe meglio parlare soprattutto di francesi e inglesi, che tanto si sono prodigati per imporre con le armi la democrazia il Libia. Anche qui c’è da farsi una domanda, e cioè se si accontenteranno di incassare solo un prezzo economico oppure chiederanno di pesare di più nel nuovo scenario politico libico. Dal canto suo, l’Europa è stata purtroppo ancora una volta la grande assente. Non basta che l’Ue disponga di un suo ministro degli esteri se poi ai 27 manca la capacità o volontà di avere una politica estera comune. Bisognerà vedere ora se saranno capaci di scongiurare una qualsiasi frammentazione della Libia. Questa finirebbe per accrescere l’instabilità dell’area mediterranea, già messa alla prova dai nuovi equilibri che sembrano affermarsi in Egitto come in Tunisia e più in generale in tutto il Medio-Oriente.

Ma ci sarà almeno qualche convergenza?
Certo, pilotare e sostenere la nascita di una democrazia libica.

In tutto questo scenario sulla posizione dell’Italia è stato detto di tutto e di più…
Certamente sarà difficile continuare ad avere in Libia lo stesso peso di prima. Nelle vicende libiche i nostri problemi politici non hanno favorito l’emergere di una linea consone al ruolo che l’Italia aveva in Libia ed ha nella regione mediterranea. Questo non significa che si dovessero ignorare le violazioni dei diritti umani da parte di Gheddafi (anche se poi gli oppositori non sono stati in qualche caso da meno) ma piuttosto adeguare la nostra azione ai nostri interessi. La Merkel non è certamente disattenta alla tutela dei diritti umani, ma non ha aderito all’azione militare. Malgrado questo oggi è al tavolo con Usa, Francia e Gran Bretagna per ridisegnare gli scenari. Ma in Italia spesso si ha la vista corta e malauguratamente la lotta politica finisce per prevalere sugli interessi del Paese.

Quanto ha contato l’amicizia tra il Cavaliere e il Colonnello nella gestione della crisi libica?
Il rapporto personale di amicizia tra il nostro presidente del Consiglio e il leader libico si è prestato ad essere strumentalizzato e ha finito per toglierci di mano le carte che avevamo. Ha bloccato sul nascere qualsiasi possibilità di intervento moderatore su Gheddafi, portando l’Italia ad accodarsi all’iniziativa franco-britannica.

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