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Uccidere i padri. L’Occidente ha perso la testa

settembre 18, 2017 Rodolfo Casadei

Perché mezza America si è messa a cancellare feste, monumenti e ogni ricordo dei suoi fondatori ed eroi? Indagine sopra un fenomeno talebano che nessun “allarme razzismo” può giustificare

statue colombo ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Agli anglosassoni la Boldrini non gli fa neanche il solletico, al loro cospetto i talebani e l’Isis sono investiti da una crisi di identità. Altro che l’ipotetica cancellazione della scritta Dux dall’obelisco del Foro Italico: a Los Angeles, a New York, a Baltimora, a Sydney le statue le buttano giù per davvero, o le imbrattano di insulti e slogan politici. E altro ancora fanno: cancellano storiche commemorazioni e se ne inventano delle nuove nella stessa data di quella cancellata.

I consigli comunali di Los Angeles, Seattle, Minneapolis, Albuquerque, Phoenix e Denver hanno abolito il Columbus Day, che celebrava il navigatore genovese scopritore delle Americhe, e al suo posto hanno introdotto una commemorazione dei popoli indigeni. Statue di Cristoforo Colombo sono state decapitate, fatte a pezzi o imbrattate a Baltimora, Houston, New York, Yonkers, eccetera. A New York il sindaco italo-americano e democratico Bill De Blasio annuncia che la statua di Colombo nei pressi di Central Park potrebbe essere rimossa in base alle decisioni di una commissione incaricata di fare piazza pulita di tutti i «simboli dell’odio» presenti in città. Destino che è già toccato alle cosiddette “statue confederate”, cioè monumenti che ricordano il sacrificio dei soldati dell’esercito sudista nella Guerra di secessione e l’eroismo dei loro generali, primo fra tutti Robert E. Lee: è stata la rimozione di una statua a lui dedicata nella città di Charlottesville a provocare i disordini e la morte di una contromanifestante che hanno fatto il giro del mondo. Il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo, altro italo-americano e democratico, ha annunciato che i busti di Lee e di un altro famoso generale sudista, Stonewall Jackson, saranno rimossi dalla Hall of Fame degli americani famosi presso l’Università di New York perché «New York è contro il razzismo», e si è molto lamentato perché le autorità militari non intendono cambiare la toponomastica di Fort Hamilton, il distretto militare collocato nel quartiere di Brooklyn che è la base logistica delle forze armate distaccate a New York: dentro Fort Hamilton, che era una base militare nordista ai tempi della Guerra di secessione, resistono una General Lee Avenue e una Stonewall Jackson Drive.

Ma non è una questione solo americana, non è una semplice ripicca contro la presidenza Trump, una rappresaglia contro Dead White European Males (maschi bianchi di origine europea defunti) per vendicarsi del voto degli Angry White Males (maschi bianchi arrabbiati) che essendo ancora vivi hanno fatto diventare presidente l’impresentabile Donald. Prendete un volo a Los Angeles, percorrete 12 mila chilometri sopra l’Oceano Pacifico, e quando atterrerete a Sydney troverete una situazione simile a quella che avete lasciato: i monumenti di James Cook, l’ammiraglio britannico che nel 1770 approdò in Australia, della regina Vittoria e di Lachlan Macquarie, il primo governatore coloniale del Nuovo Galles del Sud, sono stati vandalizzati con scritte allo spray che dicono “buttateli giù”, “nessun orgoglio per un genocidio” e “cambiate data”. La data sarebbe quella dell’Australia Day, la festa nazionale ufficiale che si celebra il 26 gennaio, cioè il giorno in cui nel 1788 attraccò nei pressi dell’attuale Sydney la prima flotta britannica e la bandiera dell’Union Jack fu issata su suolo australiano.

Molti discendenti degli aborigeni chiamano quel giorno “invasion day” e chiedono che non sia celebrato come festa nazionale. Tre consigli comunali hanno aderito alle loro richieste: Fremantle, Yarra e Darebin (nei pressi di Melbourne). Il vicesindaco italo-australiano di quest’ultima località, Gaetano Greco, sull’Australia Day si esprime così: «Festeggiamo un giorno che fondamentalmente è stato il giorno di un’invasione e della brutale colonizzazione dell’Australia. I nuovi migranti che scopriranno il significato del 26 gennaio non vorranno diventare australiani in quel particolare giorno».

Non è una battaglia delle minoranze
Stati Uniti e Australia sono paesi di minoranze etniche e razziali, ma gli abitanti discendenti degli indigeni che vivevano lì prima della colonizzazione europea sono una percentuale minima: il 2 per cento in Australia e lo 0,9 per cento negli Stati Uniti. Gli australiani che hanno almeno un antenato anglo-celtico (cioè britannico o irlandese) sono il 74 per cento; gli oriundi italiani sono più di un milione, cioè il 4 per cento. Negli Stati Uniti i bianchi caucasici sono il 72,4 per cento della popolazione, i discendenti di immigrati anglo-celtici e del Nord Europa (tedeschi, scandinavi, olandesi) sono il 47 per cento, quelli che hanno antenati italiani il 5,5 per cento. A chiedere l’eliminazione di statue e commemorazioni sono spesso gruppi di attivisti delle residue popolazioni indigene spalleggiati da esponenti delle minoranze etniche non europee, ma le decisioni finali le prendono assemblee politiche e amministrative dove si vota a maggioranza e dove la composizione etnica rispecchia normalmente quella della demografia generale. La mozione approvata con 14 voti contro 1 dal City Council di Los Angeles con cui il Columbus Day è stato sostituito dalla “Giornata dei popoli indigeni” è stata presentata da un signore che di nome fa Mitch O’Farrell e che prima di darsi alla politica faceva il ballerino sulle navi da crociera e nei casinò delle Bahamas.

statue colombo ansa

Insomma, la damnatio memoriae, la demolizione e/o l’occultamento del passato e la riscrittura della storia sono prima di tutto una vicenda degli eredi della civiltà occidentale e dentro a questa specificamente della sua componente anglosassone. L’odio di sé di cui scrisse per la prima volta nel 1983 Pascal Bruckner nel suo libro Il singhiozzo dell’uomo bianco (espressione fortunata, tanto che anche il cardinale Joseph Ratzinger la fece sua e in un intervento alla Biblioteca del Senato un anno prima di diventare Benedetto XVI parlò di «odio di sé dell’Occidente strano e patologico») assume volti diversi nelle diverse nazioni: in Francia quello ideologico prima del terzomondismo e poi dell’altermondialismo, che nei colonizzati di ieri e negli esclusi di oggi vedono i Messia che redimeranno l’umanità; nel mondo anglosassone quello della iconoclastia che spazza via i simboli dell’identità storica.

Niente ci sarebbe di male e molto di bene se il senso di colpa e di vergogna per i delitti dei padri spingesse i bianchi ad allargare i campi della memoria, a riconoscere la storia e il dolore dei popoli che sottomisero, espropriarono ed emarginarono per poter edificare la civiltà occidentale. Il Lebensraum, lo spazio vitale, non è un’invenzione di Hitler: le migrazioni di massa e le invasioni militari fanno parte della storia umana perché, in periodi di penuria di risorse, conflitti interni e boom demografico non assorbibile dal sistema politico-economico locale sempre i popoli sono andati alla ricerca di nuove terre dove insediarsi e sviluppare la propria vita, sottraendole a chi già le abitava e non era in grado di difenderle con successo.

Al posto di qualcun altro
Scrive Emmanuel Lévinas che «la prossimità del prossimo coincide con la mia responsabilità per la sua morte» e, aggiungiamo noi, è una responsabilità a cui non si sfugge: tutti siamo al mondo al posto di qualcun altro, il cui posto è stato preso dai nostri antenati, e senza il sacrificio di questi altri non ci saremmo noi. I popoli estinti come gli Eburoni sterminati da Giulio Cesare o gli indiani Taino di Santo Domingo vittime della schiavitù e del vaiolo dopo l’arrivo di Colombo o semi-estinti come le altre etnie indigene del Nord e Sud America che persero l’80-90 per cento dei loro effettivi nel secolo successivo all’arrivo dei bianchi e gli aborigeni australiani che si ridussero del 90 per cento fra il XIX e il XX secolo, meritano un giorno della memoria e della contrizione da parte di noi contemporanei, soprattutto da parte di coloro che vivono nelle terre che furono le loro. Ed è questa la soluzione che di fronte ai conflitti della memoria giustamente propongono il primo ministro australiano Malcolm Turnbull («cercare di correggere la nostra storia è sbagliato. Tutte quelle statue sono parte della nostra storia e dovremmo rispettarle e preservarle; e certamente erigere altri monumenti, altre statue e simboli che spieghino la nostra storia») o lo scrittore statunitense Paul Theroux, italiano per parte di madre («invece di abbattere statue bisogna costruire memoriali per tutte le vittime della Storia. I crociati contro Colombo dovrebbero sfruttare le loro energie per creare la memoria, non per distruggerla»).

Benefici senza sacrifici
Invece i neo-iconoclasti d’Occidente non erigono nuove statue ma distruggono quelle esistenti, e non affiancano nuove commemorazioni a quelle tradizionali, ma sloggiano da una determinata data la vecchia celebrazione e la sostituiscono con quella nuova. Questo è il chiaro segno che in loro l’odio per la propria storia prevale sulla pietà per i popoli indigeni spossessati. Odio paradossale in quanto senza quella storia loro semplicemente non esisterebbero: senza Cristoforo Colombo, la riduzione in schiavitù di indiani e africani e i germi europei che causarono la morte della maggior parte degli indigeni delle Americhe, i De Blasio, i Cuomo, gli O’Farrell oggi semplicemente non esisterebbero perché i loro antenati sarebbero morti di carestia o di epidemia sulle colline irlandesi o alle falde del monte Taburno o dei monti Lattari; o forse sarebbero venuti al mondo lo stesso, ma oggi non sarebbero americani: sarebbero altro.

Il motivo che li rende ciechi di fronte alla palese contraddizione lo ha spiegato Roger Scruton in una recente intervista al Foglio: «Vogliono i benefici dell’Occidente senza i sacrifici che questi hanno comportato. È il nuovo “dream world” di gente che deve dimostrare di essere virtuosa. È la virtù senza i costi». I neo-iconoclasti progressisti sono fondamentalmente degli ingrati: in loro l’odio di sé è prima di tutto odio dei padri, dei quali provano vergogna. Perché ciò che essi fecero li fa vergognare davanti al mondo d’oggi e ai discendenti delle loro vittime.

Perché proprio nel Nuovo Mondo
Nemmeno per un attimo riflettono sul fatto che è facile fare i virtuosi oggi, dopo che i tuoi antenati hanno fatto il lavoro sporco, e tu puoi permetterti di sentirti migliore di loro. Ad essi manca completamente l’equilibrio dei conservatori alla Scruton, che in un’altra intervista spiega il senso profondo del conservatorismo: «Amare le cose che hai ereditato e desiderare di riaffermare quell’eredità, non acriticamente ma come si fa coi propri genitori, con la propria famiglia: sai che hanno difetti, ma li ami, sono parte di te, e il tuo primo dovere è affermare quell’amore, e a partire da esso realizzare dei miglioramenti».

Ci si potrebbe sorprendere nel constatare che l’odio per i padri abbia assunto connotati distruttivi molto più in America che in Europa, quando i dati di fatto avrebbero suggerito il contrario. Come spiega Alain Finkielkraut nel suo imprescindibile Noi, i moderni, l’europeo del XIX secolo poteva proclamarsi superiore al resto del mondo e quindi investito del diritto-dovere di colonizzarlo in forza dei suoi exploit tecnici, scientifici e politici: là dove c’era barbarie e sottosviluppo, portava progresso, ordine e primato della legge. Il XX secolo ha annientato queste pretese: l’Europa è sprofondata nel totalitarismo, nel genocidio, nelle guerre mondiali che hanno causato la morte di decine di milioni di europei e la distruzione di gran parte del patrimonio storico. La legittimazione ideologica del colonialismo crollava su se stessa, e la porta si apriva agli strutturalisti, ai decostruzionisti, ai relativisti culturali che hanno smontato le certezze del pensiero forte: Lévi-Strauss, Sartre, Foucault, Bourdieu, Baudrillard, eccetera.

Ma l’America? Non era stata lei a iniziare le due guerre mondiali, ed era stata provvidenzialmente decisiva nel farle finire, era rimasta liberal-democratica lungo tutto il secolo, nella Carta atlantica del 1941 aveva riconosciuto il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e tranne le Filippine e Cuba non aveva colonie o protettorati di cui doversi disfare. Perché allora un odio verso i padri così tardivo e così iconoclastico? Forse la risposta sta nel fatto che gli Stati Uniti sono meno ingombri di storia e di passato rispetto all’Europa e quindi più liberi di realizzare il progetto della modernità: fare dell’uomo il figlio di se stesso, il soggetto che si dà da sé la propria natura senza riceverla da altri. L’individualismo e il principio dell’autonomia morale, nati in Europa col Rinascimento e l’Illuminismo, hanno trovato le condizioni per realizzarsi più pienamente in America che in Europa. Per non dovere niente al passato, per diventare i figli di se stessi, occorre un giorno o l’altro uccidere i padri, anche in effigie.

Foto Ansa

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