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Tv tunisina trasmette Persepolis, direttore processato per blasfemia. «Come nel Medioevo»

febbraio 1, 2012 Leone Grotti

Nel cartone animato c’è una breve scena dove Dio è personificato. Gli estremisti salafiti hanno attaccato la casa del direttore Nabil Karoui e l’hanno accusato. Al processo, giornalista e docente universitario sono stati pestati perché lo difendevano.

Solo due uomini hanno avuto il coraggio di recarsi davanti al tribunale di Tunisi per manifestare la loro solidarietà a Nabil Karoui, direttore televisivo sotto processo per le accuse di blasfemia e disturbo dell’ordine pubblico per aver mandato in onda il cartone animato francese Persepolis. Il professore universitario Hamadi Redissi e il giornalista Zied Krichen si sono così beccati insulti – «infedeli, apostati» – spintoni e pugni, anche alla testa. «Difendiamo il nostro diritto di pensare e parlare diversamente» dice il docente tunisino al New York Times, riferendosi alla massa di islamisti che l’hanno attaccato. A un anno dalla “Rivolta dei gelsomini” e dalla cacciata del dittatore Ben Ali, la Tunisia si ritrova con un governo guidato dal partito islamista Ennahda e con una società a stragrande maggioranza musulmana dove gli estremisti salafiti, che vogliono la Sharia e il ritorno al califfato, sono molto forti. Il processo Karoui ha fomentato il già acceso dibattito sulla difficoltà della Tunisia ad approdare a uno Stato laico.


Il direttore televisivo dell’emittente Nessma ha mandato in onda il 7 ottobre il cartone animato Persepolis, che racconta la storia di una giovane ragazza in Iran negli anni della rivoluzione. Nella breve scena incriminata, Dio viene personificato e parla con lo slang tunisino. Una settimana dopo la messa in onda del cartone, una folla di estremisti salafiti ha attaccato la casa di Karoui, accusandolo di diffamare la religione e di “danneggiare l’ordine pubblico e la morale”. Questi sono anche i capi di accusa del processo che, secondo Human Rights Watch, rappresenta «una svolta pericolosa nella nascente democrazia tunisina». La corte doveva riunirsi inizialmente il 16 novembre, poi è stato tutto rinviato fino al 23 gennaio e ora rimandato ad aprile.

È davanti al tribunale che Krichen, Redissi e Abdelhalim Messaoudi, giornalista di Nessma che seguiva l’evento da un bar, sono stati assaliti. Un portavoce di Ennahda, dopo l’accaduto, ha dichiarato che il cartone è «una violazione del sacro» ma che le violenze non sono ammissibili. Uno degli assalitori è anche stato arrestato. Ma la discussione se la società tunisina debba essere islamica o laica è ormai sollevata da tempo: «Alcune fazioni di islamisti usano il tema dell’identità come cavallo di Troia» afferma Messaoudi. «Con il pretesto di proteggere la loro identità, distruggono quello che la società tunisina ha raggiunto negli anni. Minano alla base i pilastri della nostra società civile». Per il docente e intellettuale tunisino Redissi, i laici rischiano di ritrovarsi ghettizzati: «Diventeremo dhimmi» dichiara citando il termine che indica nella legge islamica una minoranza protetta dallo Stato musulmano, «come nel Medioevo».

Intanto il partito Ennahda si è tenuto ai margini del dibattito, senza prendere una posizione forte a favore o contro i salafiti. E suscitando una nuova domanda nei tunisini come Ahmed Ounaies, ex ministro degli Esteri subito dopo la caduta di Ben Ali, che ha affermato al Nyt: «Come deve essere la società tunisina di domani secondo Ennahda? Non l’abbiamo ancora capito». Mentre la domanda rimane senza risposta, il partito al governo minimizza e sul “caso Persepolis” chiosa: «È solo un problema filosofico, uno di quelli che non si risolverà mai». Non proprio di buon auspicio.
twitter: @LeoneGrotti

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