Tutti colpevoli fino a prova contraria
Lamezia Terme (Cz)
L'ultimo a essere rivoltato come un calzino è stato un signore della grande distribuzione in Calabria, Antonino Gatto, presidente nazionale di Despar. In un afoso pomeriggio di sabato 23 giugno gli hanno ispezionato tutto l'ispezionabile: ufficio, abitazione, supermercati. Ma chi è questo fenomeno di magistrato che avanza a colpi di intercettazioni e mandati di perquisizione in tutta Italia? Si chiama Luigi De Magistris, napoletano, il più celebre dei pm della procura di Catanzaro, uno che Woodcock nemmeno lo vede. Non è un segreto che i due siano amici. E condividano l'urgenza di ripulire l'Italia dal "familismo amorale" e dai "disvalori etici". Ma Woodcock è un dilettante al confronto di De Magistris. Ecco perché il suo teorema di trecento pagine è stato preso per oro colato e incollato sui maggiori giornali nazionali. La tesi è degna di un film di Oliver Stone: «Ci sono dentro tutti». Il problema è: in che cosa ci sarebbero dentro tutti? Nel nostro caso il magistrato di Catanzaro ha lanciato accuse pesantissime: massoneria deviata, associazione a delinquere, truffa ai danni dello Stato. Accuse che sulla stampa hanno avuto l'apice di risonanza la scorsa settimana. Insomma, il solito tritacarne mediatico. E di sentenze scritte sui giornali prima che i processi arrivino anche solo nell'anticamera dei tribunali. D'accordo il fango nel ventilatore è ormai costume nazionale. Ma dove sono i fatti di cui sono accusati le decine di personaggi più o meno illustri? In effetti sembra che ad oggi nessun Gip e nessun tribunale del riesame sia in grado di dire se sussistano e meno i benché minimi riscontri oggettivi di ciò che il pm di Catanzaro descrive come «uno scenario devastante» di sistematica rapina delle risorse pubbliche. Scenario in cui protagonista sarebbe una criminale consorteria di impreditori, politici in «un asse che va dai Ds all'Udc», consiglieri di Prodi, vertici della Guardia di Finanza dediti al saccheggio del denaro pubblico. Insomma, una specie di Spectre che avrebbe messo le mani sul tesoro pubblico e sui fondi comunitari destinati al Sud. Al momento, di fatti realmente acclarati in tutta questa storia pare ce ne sia solo uno: la relazione conclusiva degli ispettori del ministero della Giustizia, che nell'ottobre 2005 hanno definito la procura di Catanzaro un «maleodorante verminaio». E la risposta alle diverse interpellanze parlamentari che si sono accumulate in questi anni sul "verminaio" data il 17 aprile scorso, quando Luigi Li Gotti, sottosegretario per la Giustizia del governo Prodi ammette che «il quadro delineato (il maleodorante verminaio, ndr) corrisponde probabilmente per difetto alla realtà calabrese».
E il riesame demolì l'inchiesta
Si dice nelle carte giudiziarie che ci sia una Loggia di San Marino deviata e la prova starebbe in una e-mail. Si dice che c'è gente che «persegue il potere per il potere» e questa è senz'altro una bella deduzione, ma non una prova schiacciante. Si dice che un gruppo di persone si frequentava per fare affari. Già, e da quando in qua, non diciamo in Calabria, ma in Piemonte o a Milano, la gente che lavora si incontra solo per fare conversazione? È un reato fare affari? D'accordo, da quando il mito di Tangentopoli è il film più gettonato, la cultura del sospetto ci insegna a pensare che non esistano innocenti ma solo colpevoli che attendono di essere scoperti. D'accordo, come dice Paolo Pollichieni, direttore di Calabria Ora, uno dei due quotidiani locali indipendenti, «mentre l'Italia si interroga se le intercettazioni possono essere rese pubbliche con il rinvio a giudizio, noi ce ne fottiamo e le mettiamo in piazza già con l'avviso di garanzia e il mandato di perquisizione». Tutto è possibile. Ma che al centro dell'incredibile piovra ci sia Antonio Saladino, stimato imprenditore il cui lavoro di trent'anni se l'è portato via la piena di un mattino di rassegne stampa, questo è troppo anche per un film. Ed è per questo, forse, che a Nicastro, mentre passeggiamo con il "feroce" Saladino, un noto sindacalista comunista che incrociamo dice come porgendogli le condoglianze: «Tonino, tu lo sai, questa è guerra. Ma devi stare calmo e non devi parlare male di nessuno. Lo so, siamo stati dei coglioni. Ma ti giuro che adesso non aspetto altro che vinca Berlusconi e che ci metta Previti a fare il ministro della Giustizia».
Antonio Saladino. Sarebbe lui il punto di snodo della presunta cupola delle cupole. Il baricentro della supposta consorteria delle consorterie. D'accordo, Saladino ha incontrato Prodi e Rutelli. D'accordo, nei tabulati delle intercettazioni risulta che ha scambiato chiacchiere e ha parlato di lavoro con Mastella, Di Pietro, Cesa, Gasparri, Loiero, Dini, Minniti, Pecoraro Scanio, Enrico Letta, Maroni eccetera. E che dire poi delle decine di prefetti, magistrati, ufficiali dei carabinieri e della Finanza con cui si è incontrato? Il fatto è che Saladino fa per mestiere l'imprenditore, sviluppa aziende ed è un esperto di lavoro interinale. Inoltre, fino allo scorso anno è stato il leader della Compagnia delle Opere al Sud, organizzazione che associa trentamila aziende e in cui la cura delle relazioni pubbliche, come in ogni azienda, organizzazione o istituzione che si rispetti, costituisce un'importante ragione sociale. Com'è che da un giorno all'altro un indagato per truffa e associazione a delinquere deve perfino spiegare agli spifferatori della procura e ai giornali locali, che intanto pubblicano la minchiata, che "Bellachioma" non è il codice di un conto segreto dove transitano tangenti che finiscono in Lussemburgo, ma è il cognome di Cinzia, la moglie di Saladino a cui è intestato un normale conto corrente dove transitano soldi per pagare il mutuo di casa? Ecco, dove stia il mostro non lo raccontano gli avvisi di garanzia e le ordinanze di perquisizione di cui Saladino è stato oggetto, lo lascia intuire la sentenza con cui il tribunale del riesame ha ordinato al pm di restituire tutto ciò che a Saladino aveva sequestrato, telefonino, agende e computer. Scrive il tribunale: «Il Pubblico Ministero non ha neanche enunciato su quali fonti di prova si basano le sue asserzioni accusatorie, le quali allo stato costituiscono solo semplici affermazioni apodittiche. Sicché, la mancata prospettazione e trasmissione di quegli elementi minimi e necessari a giustificare il sequestro impugnato, non consentono a questo tribunale di svolgere, non solo di esternare le ragioni logiche che rendono attendibile il coinvolgimento dell'indagato nella ipotizzata organizzazione, ma neppure di conoscere la realtà di fatto sottoposta al suo esame e, quindi, di poterne operare una chiara e completa ricostruzione».
La sfortuna di chiamarsi Rotundo
Si capiscono allora le sconsolate e amare conclusioni del direttore di Calabria Ora, nell'editoriale di fuoco del 19 giugno: «Trecento pagine per gli amanti del buco della serratura e per consolidare le prospettive di vittoria del gruppetto togato-insurrezionalista che si raduna ogni tanto in un piratesco ristorante lametino. Trecento pagine annunciate da tempo, anticipate nelle redazioni "amiche", accompagnate da ammiccamenti e battute da bar ("sabato fanno il Partito democratico, lunedì glielo smontiamo"). Quanti anni serviranno per spiegare che Salvatore Rotundo non è Franco Rotundo. Che l'uno farà anche l'assicuratore e sarà amicissimo di Chiaravallotti (ex presidente della Regione Calabria, ndr), ma l'altro è solo un collaboratore amministrativo del Catanzaro calcio e quei settantamila euro partiti dal conto dell'onorevole Pittelli (Fi, ndr) e suddivisi in 289 assegni di "piccolo importo" erano i 28 stipendi dei calciatori del Catanzaro? Ma a chi volete che in questa italietta gliene fotta più niente della verità».
Dopo l'assassinio di Marco Biagi il ministero degli Interni ha imposto a Saladino una scorta che è durata quasi quattro anni. Berretti verdi della Finanza. «Conoscono tutti i miei spostamenti e tutte le persone che ho incontrato in questi anni. Mi contestano i reati di truffa aggravata nei confronti dello Stato ma non è contestata nessuna condotta illecita. Però, se mi accusi di aver rubato mi devi dire cosa, precisamente, avrei rubato. Secondo. Si utilizza mediaticamente tutta una serie di contatti telefonici con le più alte cariche dello Stato, ma non c'è una sola intercettazione in cui si possa ravvisare non dico un'ipotesi di reato, ma anche solo un cosiddetto disvalore etico. Parlo con Mastella. Parlo con Nicola Rossi. Parlo col vescovo. E allora? Dove sta il reato, in queste interecettazioni che sono ormai di pubblico dominio?».
«Tonino, ti conviene allargarti così?»
Hanno perquisito anche Giorgio Vittadini, ex presidente nazionale della Cdo, il "referente" di Saladino, come lo chiama chi lo accusa. «Già, il mio "referente". Come se il nostro fosse un rapporto affaristico, politico. È proprio impossibile concepire la gratitudine e il legame con un amico. Senza di lui non avrei avuto il coraggio di buttarmi nell'avventura di impresa e creare posti di lavoro per la mia gente. Se ripenso alle discussioni sulla legge De Vito per l'imprenditoria giovanile o alla battaglia contro quel retaggio, che io chiamo il retaggio di Pasquale Saraceno, per cui deve essere lo Stato ad assumersi i progetti di sviluppo del Sud. Tutte le volte che incontro uno che mi chiede una raccomandazione per un posto fisso e sicuro gli dico: amico, di fisso e sicuro nella vita c'è solo il camposanto, perciò vedi tu. È così che nacque la Silagum, un'azienda di caramelle su cui adesso studiano i colossi franco-tedeschi della produzione dolciaria. Ecco perché oggi mi torna il brivido di vent'anni fa, quando Silagum muoveva i primi passi e un notabile locale mi chiamò: "Senti Tonino, tu fai il veterinario, vero?". "Vero". "E allora perché non continui a fare il veterinario invece di metterti nei casini?". Ecco qualche mese fa, una certa persona mi ha detto: "Tonino, ma tu sei dappertutto. Ti conviene allargarti così?"». Quanto alla Cdo, Saladino dice che «in un ambiente dove domina il disimpegno dell'io che scarica tutte le responsabilità sullo Stato o sull'eterna ingiustizia del mondo, la Cdo è stata la dimostrazione della possibilità di vivere un cristianesimo incarnato. Sì, incarnato fino al livello dell'interesse e degli affari. Perché, scusate, di cosa vive l'uomo?». Dicono in Calabria che "aria netta nun teme trona". L'aria pulita non teme il tuono.
Giovani laureati di cinquant'anni
Per capire il ruolo di calabresi come Saladino che hanno portato nella propria terra relazioni, mentalità e strumenti operativi di quel suo "referente" che sarebbe Vittadini, bisogna provare a immaginare questo. In Lombardia il problema è trovare operai. In Calabria è trovare lavoro. Al Nord il problema è come non perdere i fondi europei per la Tav. Al Sud i cospicui stanziamenti Ue restano in larga parte inutilizzati. Il caso della Calabria è emblematico, ci dice un dirigente della Regione: «Siamo nella situazione assurda della massaia al supermercato, piena di soldi, ma che non sa come spenderli. Abbiamo oltre 4 miliardi di euro di risorse pubbliche disponibili. Più della metà provengono da fondi europei, il resto dallo Stato. Bene, solo il 30 per cento di questi soldi finisce in progetti, mentre il resto va nei cosiddetti "progetti sponda", interventi ordinari che vengono utilizzati per non cadere nel cosiddetto "disimpegno automatico" e perdere i finanziamenti comunitari. Il nostro Programma operativo regionale è stato giudicato uno dei migliori d'Europa. Peccato che resti solo sulla carta. Non abbiamo la capacità di realizzarlo. E non perché la Calabria sia più negligente o corrotta di altre Regioni. Semplicemente perché manca capitale umano, formazione, educazione, professionalità. Sa, qui in Calabria si considera per "giovane laureato" anche una persona disoccupata di cinquant'anni. Non so se mi spiego». Per un altro celebre calabrese, uomini come Antonio Saladino rappresentano qualcosa di più che semplici schegge di imprenditorialità che rischiano di essere spazzate via dal braccio armato della legge. «Se conosco Saladino?». Santo Versace reagisce scandalizzato alla domanda di Tempi. «Ma vogliamo scherzare? Non solo lo conosco, ma lo stimo moltissimo. Lo stimo innanzitutto come uomo. E poi naturalmente per la sua capacità di creare vero lavoro e veri posti di lavoro. Sono certo che Tonino uscirà non solo pulito, ma anche più bello da questa storia. Comunque la prossima settimana sarò in Calabria. Lo incontrerò. E penso che faremo qualche progetto di lavoro insieme».
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