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Tunisia, salafiti instaurano emirato in una città: regna il terrore

gennaio 12, 2012 Leone Grotti

A Sejenane, piccola cittadina a 150 km da Tunisi, i salafiti hanno aperto un tribunale islamico e una prigione, dando la caccia a chi beve alcol. Denunciati alla polizia per avere instaurato un vero e proprio emirato, sono stati costretti a consegnarsi dal capo dei salafiti della Tunisia, lo sceicco Khatib

L’ordine è arrivato dallo sceicco Khatib. Grazie al capo dei salafiti tunisini, ieri una dozzina di giovani con la barba si sono recati alla polizia di Bizerte, nel nord del paese, dove erano stati convocati, martedì 10 gennaio, per rispondere dell’accusa di atti di violenza a Sejenane. In quella piccola cittadina, che si trova a 150 km da Tunisi, i fondamentalisti religiosi sono accusati di far regnare il terrore da settimane, di dare la caccia a chi beve alcol e di avere istituito un vero e proprio “emirato”, con tanto di tribunale. La polizia è stata inviata sul posto.

«Le cose non sono cambiate: prima della rivoluzione venivamo convocati per processi politici, adesso invece per problemi di diritto comune», spiega al quotidiano francese Le Monde Hichem Meschergui, 32 anni, un rappresentante dei salafiti, appena sceso da un taxi sulla strada verso Bizerte, in compagnia di altri sei uomini dalla barba lunga e con il cappello in testa. «Ennahda non c’entra» aggiunge parlando del partito islamista oggi al potere. Sotto il regime di Ben Ali i salafiti non potevano esprimersi, venivano spesso incarcerati, era vietato portare la barba lunga e non era permesso velare le donne. Oggi questi divieti sono stati rimossi, anche se nessun partito espressione dei salafiti è stato ammesso alle elezioni.

A Sejenane, un anno dopo la rivoluzione che ha cacciato dal paese il dittatore Ben Ali, il clima è teso. Colpita pesantemente dalla disoccupazione, che tocca più del 70% della popolazione attiva, la città agricola sprofonda nella crisi. «Il problema dei figli di Sejenane è quello dello sviluppo. Non vogliamo un emirato», protestano alcune persone. Davanti alla moschea, i salafiti, numerosi, danno la loro versione degli incidenti, parlano di «ubriachi» e «spacciatori di droga» che li avrebbero attaccati a colpi di bottiglie di birra un venerdì dopo la preghiera, persone «pagate dagli ex membri del Rcd [Raggruppamento costituzionale democratico, il partito di Ben Ali oggi sciolto, ndr]» per riprendersi degli edifici che i salafiti reclamano «per lavorare». Dopo un anno, la maggior parte degli uomini appartenenti al partito di Ben Ali sono stati liberati di prigione. «Perché dovremmo terrorizzare la gente che abbiamo aiutato a uscire?», si arrabbia Raouf Mellaoui, 24 anni, salafita diplomato in elettronica. Alcuni abitanti testimoniano in loro favore: «Non c’è stato nessun problema».

Ma altre persone, che si tengono a distanza, raccontano tutta un’altra storia. I vecchi locali dell’Rcd sarebbero stati trasformati in un tribunale e in una prigione, per “accogliere” i giovani bevitori di birra. «Un mattino mi hanno preso e pestato solo perché ero ubriaco, ecco tutto» spiega a Le Monde Nabil, che lavora alla stazione di taxi, con i segni ancora visibili delle ferite al volto. Yacine Zemali, 24 anni, ha un certificato medico che attesta che ha una ferita alla coscia «lunga 7 centimetri». «Me l’hanno fatto con il coltello il 27 luglio» dice, raccontando che ha dovuto smettere di lavorare, in tempi di crisi, per 20 giorni. Yacine, che è un fotografo specializzato in matrimoni, oggi disoccupato, racconta di essere stato «aggredito da una dozzina di salafiti» perché «sono il figlio dell’imam che c’era al tempo di Ben Ali», oggi rimpiazzato. «Le tensioni sono cominciate allora, hanno preso i locali del partito Rcd e li hanno trasformati in un tribunale e in una prigione».

Sulla grande via di Sejenane, alcuni giornalisti francesi, arrivati il 7 gennaio per accompagnare una delegazione della Comitato tunisino per i diritti umani, sono stati costretti ad andarsene. «C’era un folla, delle persone si sono messe a correre senza che potessimo capire perché, la mia macchina fotografica mi è stata strappata di mano e ho ricevuto un calcio violento da un uomo con la barba», spiega David Thompson, di France 24, che spiega che il regime di Ben Ali è caduto ma la democrazia è un’altra cosa.

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