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Tunisia. Diede il via alla Primavera araba e oggi la maledice: «Non ci credo più»

gennaio 23, 2016 Leone Grotti

Storia di Hosni Kaliya, che si è dato fuoco nel 2011 e oggi dichiara: «Non ne è valsa la pena»

Se potesse scegliere, Hosni Kaliya tornerebbe indietro e rifarebbe tutto. Il 42enne non aveva alcuna intenzione di dare il via alla Primavera araba, ma suo malgrado è successo. Dopo il suo paese, la Tunisia, il fuoco della ribellione si è propagato in Egitto, Libia, Siria e altri paesi, causando decine di migliaia di morti e pochi cambiamenti. «È stato uno sbaglio, non sapevo che cosa sarebbe successo. Ma non credo più nella rivoluzione».

CINQUE ANNI DOPO. Kaliya ha rilasciato le sue dichiarazioni amare al Der Spiegel a cinque anni dall’inizio della rivoluzione, in un momento in cui il governo della Tunisia ha imposto il coprifuoco notturno in tutto il paese a causa delle violente proteste contro la disoccupazione. Il lavoro che manca è un problema che affligge la Tunisia da anni: ha contribuito a causare la rivoluzione ma ancora oggi non è stato risolto.

CORPO STRAZIATO. I simboli della Primavera araba in Tunisia sono due uomini, che per protesta si sono dati fuoco: uno è Mohamed Bouazizi, l’altro Hosni Kaliya. Il primo è morto per le ustioni, il secondo è sopravvissuto, anche se oggi vorrebbe «essere morto». La mano destra di Kaliya è stata consumata dalle fiamme e ora è ridotta a un moncherino. La mano sinistra, invece, ha ancora quattro dita su cinque anche se sono bruciate, rigide e contorte. La pelle del volto è bruciata, le orecchie sono diventate piccolissime e questi difetti non si possono nascondere con i guanti. Con i polmoni e la trachea danneggiati dalle fiamme Kaliya non dovrebbe fumare, ma le sigarette sono una delle poche gioie che gli restano.

«SAI PERCHÉ SIAMO QUI?». Nel 2011, quando tutto è cominciato, aveva un ottimo lavoro in un resort di Sousse e guadagnava bene. Il 3 gennaio, mentre si trovava a Kasserine in ferie per far visita alla famiglia, venne fermato in strada dalla polizia. «Ero vestito bene e avevo molti soldi in tasca. La polizia ha adocchiato un anello che portavo al dito e mi ha detto: “Sai perché siamo qui? Per incularci la gente come te”».

L’AUTO-IMMOLAZIONE. Detto questo, lo riempirono di botte. Kaliya li denunciò, un atto da non fare sotto il regime di Ben Ali. Tre giorni dopo, rivide il poliziotto denunciato e lui gliela fece pagare. Questa volta Kaliya reagì e altri poliziotti vennero a dare man forte al collega. «Mi lasciarono sanguinante steso per terra, mi sentivo come un insetto calpestato. Non ero più in me, non sapevo che cosa stessi facendo. Comprai una bottiglia di gasolio lì vicino, me la versai in testa e tirai fuori l’accendino».

IL RISVEGLIO. I successivi otto mesi Kaliya li passò all’ospedale. Mentre lui era incosciente, la rivoluzione scoppiò anche a Kasserine, dove la gente scese in strada nel suo nome per vendicarlo. Quando si svegliò, Ben Ali era fuggito, la rivoluzione aveva vinto, e la democrazia era stata instaurata in Tunisia. Eppure Kaliya è convinto che «non ne è valsa la pena»: troppi morti, troppo dolore e troppi pochi cambiamenti.

LE CURE. Kaliya è un uomo importante in Tunisia ma la speciale commissione che aiuta gli “eroi” come lui, e che gli paga un appartamento a Tunisi dove si trova un ospedale specializzato in grado di curarlo, da tempo ha smesso di pagargli le operazioni che gli sono necessarie per riprendere una vita normale. «Mi lasciano marcire in questa casa», si lamenta l’uomo.

«MALEDICO QUESTA RIVOLUZIONE». In più, proprio come prima, a Kasserine il lavoro scarseggia. Il fratello di Kaliya, Saber, 35 anni, è stato licenziato l’estate scorsa e non avendo prospettive ha seguito la strada del fratello: si è dato fuoco nel cortile di casa e il 14 ottobre è morto in ospedale. «Io maledico questa rivoluzione, rivoglio indietro mio figlio», piange la madre. «Sempre più persone moriranno, sempre più persone combatteranno e si daranno fuoco. Non c’è futuro». La protesta contro la disoccupazione che sta mettendo a soqquadro in queste ore la Tunisia è partita proprio da Kasserine.

Foto Ansa


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4 Commenti

  1. AndreaB says:

    La storia si ripete…
    Le rivuzioni violente hanno portato solo odio e morte ed hanno dato l’opportunità a chi non ama, di acquistare più potere.
    Le vere rivoluzioni che danno frutto, sono quelle di pace, perché permettono a chi ama la pace e chi ama il suo popolo, di acquistare più potere a servizio del suo popolo. Ghandi e la sua opera sono un esempio eloquente, ma ve ne sono molti altri.

    Le vere rivoluzioni che migliorano il mondo, sono quelle dei cuori, quelle che cambiano il cuore di pietra in un cuore di carne, quelle che portano il perdono e la vita.

    • Menelik says:

      Senza offesa AndreaB, ma quello che hai scritto, a mio giudizio, è utopia allo stato puro.
      Purtroppo, la maggior parte della storia umana l’hanno fatta le armi, sia maneggiate da eserciti che da bande di miliziani.
      Ho appena finito di leggere “L’olocausto Armeno” di Rosselli, editrice Mattioli.
      104 pagine illustrate da foto, alcune delle quali davvero drammatiche.
      Se gli Armeni nel 1915 avessero avuto abbastanza armi da opporre al partito progressista che allora si chiamava Giovani Turchi e alle bande curde di poveracci irretiti dalla Sublime Porta, Rosselli non avrebbe materia per scrivere L’Olocausto Armeno.
      E’ brutta la realtà, ma è quella.
      Gandhi ha potuto permettersi il lusso di non usare armi solo perché aveva di fronte gli Inglesi e in un momento particolare della loro storia.
      Se avesse avuto di fronte i sunniti daesh, nessuno oggi saprebbe che tal avvocato Gandhi sia mai esistito.

      • AndreaB says:

        Caro Menelik,
        ciò che ho detto non è utopia, altrimenti l’essere cristiani sarebbe un’utopia.
        Non si tratta di pacifismo … E’ chiaro che quando il male raggiunge livelli ove non esiste più alcuna umanità e ragionevolezza, l’uomo non puo’ fare altro che combatterlo, anche materialmente.
        Molto spesso però la storia ci ha insegnato che quando si arriva a certi livelli di mancanza di umanità, ciò avviene perché l’uomo ha ignorato molti richiami, definiti utopici da molti, per così dire, “pragmatisti”, che piuttosto di pensare alla pace pensavano ad esercitare e conservare il loro potere ed il loro odio.
        La storia del beato Carlo, ultimo imperatore d’Austria ne e’ un chiaro esempio.
        Se più persone l’avessero ascoltato, invece di abbandonarlo, forse, addirittura lo stesso nazzismo non avrebbe preso così piede.

        Come si può pensare che una rivoluzione fatta da uomini senza scrupoli, fatta di violenze verso innocenti, fatta di omicidi dei piu’ indifesi e portata avanti da uomini che sanno solo odiare, possa portare ad una situazione migliore?

  2. maboba says:

    Tutto vero solo se …. il se non esistesse . Purtroppo la metafora più attuale della natura umana è ancora, e forse sempre lo sarà, quella di Caino e Abele. Anche il peccato originale rende bene l’idea. In realtà il cristiano non può solo affidarsi all’amore sempre e comunque. Se qualcuno attenta alla nostra vita o quella dei nostri familiari cosa deve fare il cristiano stare fermo e farsi massacrare con la famiglia? Mi dispiace, ma quello che dice Menelik corrisponde meglio assai non solo alla realtà, ma anche al corretto agire in questo mondo. Nessuno può pretendere di essere all’altezza di Gesù. Possiamo e dobbiamo sforzarci, ma siamo chiamati ad agire per la pace in questo mondo dove l’antica regola “si vis pacem para bellum” è quella che riserva meno dolori e sofferenze, cosa che poi è quello che conta per il cristiano, non un “bene” astratto ed utopico, irraggiungibile e quindi foriero di maggiori sofferenze.

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