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“Tribunale della sharia apre negli Usa”. Cosa succede quando i giudici vogliono fare i preti

marzo 1, 2012 Leone Grotti

L’ateo Perce festeggia Halloween travestendosi da “Zombie-Maometto”, il musulmano Elbayomy lo vede e cerca di farlo smettere. Arrivano alle mani e Perce lo denuncia. Il giudice archivia il caso ma nella foga di fare un bel pistolotto all’ateo finisce per compiere qualche passo falso. Così scoppia il caso fasullo degli islamici che invadono gli Stati Uniti.

Non c’è un “Tribunale della sharia” in America, né “musulmani che attaccano gli atei” e neanche un’islamizzazione del paese a stelle e strisce. Solo un grande malinteso, una frase capita male e un pistolotto esagerato e unilaterale da parte di un magistrato che, da giudice, si è riscoperto insegnante, per non dire prete. Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa ha fatto il giro del mondo una notizia molto particolare: un musulmano attacca un ateo perché stava insultando Maometto e un giudice musulmano archivia il caso rimproverando, invece che l’autore, la vittima della violenza. Tutto questo sarebbe successo in America, Contea di Cumberland, dove il capo degli atei americani della Pennsylvania Ernest Perce, durante una parata di Halloween, si è travestito da “Zombie-Maometto” con un turbante e una barba finta, cantando per le strade: «Sono il profeta Maometto, risorto dai morti». A fianco a lui un amico impersonava il “Papa-zombie”. Il musulmano immigrato Talaag Elbayomy, offeso dagli atteggiamenti blasfemi di Perce, ha cominciato a minacciarlo urlando che avrebbe chiamato la polizia e presolo per il collo, ha cercato di strappargli la barba. Per questo Perce l’ha denunciato per molestie.

Il 6 dicembre il giudice Mark Martin, veterano dell’Iraq, ha archiviato il caso per mancanza di prove e ha rimproverato a lungo Perce per i suoi atteggiamenti «ignoranti», incapaci di «comprendere l’importanza della religione per gli islamici» e per la sua mancanza di rispetto verso le culture diverse dalla sua. Poi ha aggiunto che il suo comportamento sarebbe stato condannato a morte in un paese islamico e ha pronunciato le fatidiche parole: «Sono un musulmano e lo trovo offensivo». Una breve frase che ha sollevato un gran polverone, che neanche la successiva dichiarazione alla stampa del giudice («non sono musulmano, ma luterano») ha saputo fermare. In realtà, come si capisce dall’audio della “predica” del giudice, il magistrato avrebbe detto «Non sono un musulmano eppure lo trovo offensivo», ma il “non” sarebbe stato pronunciato troppo velocemente per essere inteso.

Dall’analisi dei fatti, come scrive anche Cathy Young su Realclearpolitics, «a causa delle testimonianze conflittuali su quanto accaduto, sembra assolutamente ragionevole la decisione del giudice di archiviare il caso in quanto una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio non era possibile. Giusta la procedura, dunque». A non essere molto ortodosso è il “predicozzo” sull’uso inadeguato da parte di Perce del Primo emendamento della Costituzione e della libertà di espressione, soprattutto perché il giudice non ha in alcun modo rimproverato Elbayomy per l’aggressione. Quando infatti un giudice comincia a dire che «insultare la fede musulmana è sbagliato in modo particolare perché nei paesi musulmani la blasfemia è inammissibile» o perché «c’è differenza tra come gli americani praticano il cristianesimo e come i musulmani praticano l’islam, che rappresenta anche la loro vera essenza», qualcosa che suona strano c’è.

Più che altro, tutto questo non sarebbe successo se il giudice, che a quanto sembra archiviando il caso ha svolto al meglio il suo lavoro, non si fosse messo a fare anche l’insegnante o ancora peggio il prete. Una tendenza oggi molto in voga tra le toghe. E non solo negli Stati Uniti.
twitter: @LeoneGrotti

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