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Tre potenti molle dietro al crollo delle banche e di Piazza Affari

luglio 14, 2011 Oscar Giannino

Pubblichiamo in anteprima l’analisi di Oscar Giannino, che uscirà sul numero 28 di Tempi dal 14 luglio in edicola, sul crollo delle borse europee e in particolare di Piazza Affari.

Pubblichiamo in anteprima l’analisi che uscirà sul numero 28 di Tempi, in edicola dal 14 luglio, di Oscar Giannino sui motivi del crollo delle borse europee e in particolare di Piazza Affari.

Scrivo alla chiusura di Borsa di lunedì 11 luglio, ed è stato un nuovo bagno di sangue, con un meno 4 per cento che è il peggio nell’eurozona peggiore. Lo spread sui decennali pubblici tedeschi è salito di 70 punti base totali rispetto a dove stava all’inizio della seduta di venerdì. Intesa e Unicredit si sono alternate tutto il giorno nella sospensione al ribasso. La Spagna ci ha risuperati nel differenziale sui Bund, zompando oltre quota 300 punti base. Ci siamo, c’è poco da fare. Per un anno e mezzo l’Italia ci era riuscita, a non entrare nella lista dei paesi sfiduciati nell’euroarea, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna. Tre grandi fattori internazionali e tre circostanze italiane in pochi giorni hanno fatto convergere i propri effetti. E il quadro è cambiato. Purtroppo per noi.

Quali sono le ragioni che spiegano l’accelerazione dello spread tra i titoli di Stati italiani e il Bund tedesco in pochi giorni, e il crollo dei titoli bancari e a seguire dell’intero listino? È ovvio che non è successo nulla che abbia modificato i fondamentali. Non sono emersi ammanchi pubblici non rivelati al mercato, e restiamo l’euromembro che ha fatto in questi anni meno deficit pubblico subito dopo la Germania. Le banche italiane non sono state salvate dal denaro del contribuente né due anni fa né oggi, ma stanno ricapitalizzando con risorse dei propri soci. E allora?

Il “diversivo” degli americani
Si è ufficialmente aperta una finestra molto succosa per il mercato mondiale: scommettere sulla sostenibilità del quarto debito pubblico al mondo (il terzo è quello della Germania, che per ammontare complessivo ci ha superato nel 2010, ma il suo Pil è ben maggiore del nostro). È un’opzione succosa, perché queste scommesse si vincono – cioè si fanno soldi a palate – giocando al ribasso, cioè con opzioni a breve su una certa soglia di Cds sovrano o bancario (il Cds, credit default swap, è il derivato che stima il premio al rischio in caso di default del soggetto interessato, nel caso in cui gli si prestino soldi o gli si sottoscriva un titolo). Ed è un’opzione succosa per un’altra ragione. Il linguaggio del realismo impone di dire e spiegare che la finestra è quasi del tutto indipendente dalla manovra finanziaria italiana appena presentata. Si voti o meno così com’è, la finestra resta aperta fino al 2013, quando scatterà la nuova cornice per il salvataggio degli euromembri in difficoltà, visto che nessuno è riuscito sin qui a smuovere i tedeschi a compiere “veri” interventi d’emergenza salvaeuro. E dunque, a meno di un cambio del quadro internazionale, è fino al 2013 che attualmente ritengono di dover essere ribassiste le forze potenti che scommettono sulla crisi dell’euroarea.

La prima grande molla internazionale che gonfia le vele alla volatilità al ribasso è dunque proprio l’errore europeo. L’errore franco-tedesco, ma germanico in primis. L’ho scritto e ripetuto molte volte. È una costosa e drammatica sciocchezza da parte del governo di Angela Merkel non voler dire – da 19 mesi – agli elettori tedeschi che occorrono strumenti straordinari, non previsti dal Trattato, volti a salvare non la Grecia cicala o il Portogallo per la sua bilancia dei pagamenti o la Spagna per la sua bolla immobiliare, ma l’euro in quanto tale. Aver diluito gli aiuti condizionandoli all’introduzione di misure che strangolano i paesi eurodeboli e rendono ancor meno sostenibile il loro debito può aver aiutato le banche tedesche e francesi a disfarsi della troppa carta pubblica greca che avevano in pancia, ma ha invogliato tutti i ribassisti del mondo a scommettere che entro il 2013 l’euro salterà, se il Consiglio europeo non aprirà gli occhi. E come abbiamo detto mille volte, l’Italia, vista la dimensione del suo debito pubblico, a lungo andare sarebbe finita nel mirino anche a onta del suo basso deficit di questi anni.

La seconda potente molla si chiama America. Il 2 agosto si sfonda il tetto di debito pubblico autorizzato dal Congresso di Washington, 14,3 mila miliardi di dollari, pari all’intero Pil degli Stati Uniti. Tra l’amministrazione Obama e i repubblicani che controllano la Camera dei rappresentanti manca ancora l’accordo su come dosare tra tagli alle spese e tasse i 4 o 4,5 trilioni di dollari in un decennio che bisogna prevedere di minor deficit rispetto alle enormi spese aggiuntive accese dall’attuale amministrazione, senza che per questo la disoccupazione americana scenda sotto il 9,2 per cento e il totale degli scoraggiati al lavoro sotto il 16-17 per cento delle forze di lavoro complessive. Con questi chiari di luna sul proprio mercato, è ovvio che ai fondi e alle grandi banche d’affari americane convenga drammatizzare sull’Europa scommettendo sulla sua bassa tenuta, perché gli intermediari e gli investitori statunitensi sarebbero i primi a pagare invece i maggiori oneri di una crisi di credibilità della propria capacità di sostenere l’eccesso di debito.

Subito tagli veri o sarà patrimoniale
La terza potente molla è quella del sistema bancario internazionale. In attesa, venerdì 15 luglio, dei risultati degli stress test europei (tra parentesi dico che questo esercizio è stato tecnicamente compiuto a mio giudizio coi piedi, consentendo alle banche tedesche di fare quello che vogliono o quasi e proiettando su tutte le altre lunghe ombre), l’interesse convergente del sistema internazionale ma soprattutto delle maggiori banche tedesche, francesi e britanniche (molte delle quali in piedi grazie ai denari dei contribuenti) è a spingere verso il basso la capitalizzazione dei maggiori istituti di credito italiani. Unicredit e Intesa sono trattate oggi a prezzi ridicoli rispetto ai fondamentali e ai mezzi propri. Non è leggenda metropolitana, ma realtà, che qualcuno di molto forte in Germania pensi in questo modo di spingere per esempio Unicredit – puliti nel frattempo gli attivi tedeschi all’Est Europa, comprati anni fa a caro prezzo per come erano opacamente contabilizzati dai germanici – a ricederli agli stessi tedeschi a prezzi di saldo.

Attenti per favore. Io non penso e non sto affatto dicendo che l’Italia è vittima di una congiura. Lascio il complottismo a chi crede che il mercato sia guidato da pochi malefici gnomi. Il mercato è fatto da centinaia di migliaia di operatori che decidono in base alle finestre di possibilità che vedono aperte. Ma la politica dovrebbe tenere gli occhi aperti, e sapere che nel mondo globalizzato meccanismi di questo tipo sono pronti a scattare sinergicamente, appena se ne creano le condizioni. Invece, la politica italiana non lo ha fatto. Ed ecco i tre fattori interni. Si chiamano: divisione all’interno del governo, con diluizione della manovra originaria prima e durante il Consiglio dei ministri; le vicende giudiziarie di Marco Milanese, che lambiscono il Tesoro, con indebolimento conseguente di Giulio Tremonti, anche a causa di quanto Berlusconi ha detto su di lui a Repubblica; infine l’indebolimento ulteriore del premier, per effetto della sentenza sul lodo Mondadori che gli impone di versare 560 milioni di euro alla Cir a titolo di risarcimento.

Conclusione. Per realismo – e se conosco i mercati – non basta affatto approvare la manovra così com’è, cioè senza ulteriori diluizioni che erano annunciate e il più rapidamente possibile in Parlamento. Onestà e serietà impongono oggi di dire che la danza macabra degli spread si interromperebbe solo per pochi giorni, rispetto all’attesa dell’eurocrac comunque entro il 2013. Occorre rafforzarla, la manovra, con una decina di miliardi di euro di tagli strutturali aggiuntivi e non di ulteriori tasse. Subito: per esempio ripristinando il tetto pensionabile a 65 anni per le lavoratrici private a cominciare dal 2012 e a pieno regime entro il 2018, non a cominciare dal 2020 fino al 2032, come indicato dopo la correzione della prima stesura. In più, aggiungendo privatizzazioni immobiliari per un paio di punti di Pil almeno. State attenti. Io vorrei sbagliare, ma o si ha la forza di far così, oppure di qui al termine della legislatura sarà un calvario. E alla fine sarà patrimoniale.

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