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Tre miliardi di euro l’anno per un sistema carcerario che sforna delinquenti

maggio 3, 2016 Maurizio Tortorella

Per ogni detenuto il costo è 130 euro al giorno. Cifra altissima, paradossale, visto lo stato di quasi tutte le nostre prigioni. Surreale, se si analizzano i “tassi di recidiva”

carcere-italia-ansa

Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Credo che gli italiani, in stragrande maggioranza, non sappiano quanto costa allo Stato l’ultima appendice della giustizia penale, quella che nei tribunali da Bolzano a Ragusa viene quotidianamente amministrata in loro nome. Ecco, forse è arrivato il momento di dire loro che questo paese, ogni anno, spende quasi 3 miliardi di euro per “l’esecuzione penale”.

Il lettore probabilmente si domanderà: e che diavolo è l’esecuzione penale? Semplice, è l’insieme delle misure tese a mettere in pratica una condanna. Quindi: i 193 carceri attivi in Italia, con tutte le spese annesse e connesse; forse anche i circa 4 mila braccialetti elettronici disponibili, con relativi canoni d’affitto; probabilmente anche le varie attività di reinserimento. Il problema è che questa immensa ricchezza pubblica viene letteralmente buttata via, attraverso una finestra chiusa a grate.

Soltanto per ognuno dei 53.495 detenuti che erano presenti in cella al 30 marzo scorso, c’è chi ha calcolato che il costo si aggiri sui 130 euro al giorno. Ma la cifra è altissima e insieme paradossale, visto lo stato disastroso di quasi tutte le nostre prigioni.

E il dato diventa doppiamente paradossale, quasi surreale, se si analizzano i “tassi di recidiva”, cioè la propensione a delinquere di chi è già passato almeno una volta dietro le sbarre: in Italia torna a compiere reati il 68 per cento dei detenuti, mentre nel resto d’Europa si va dal 15 al 20 per cento. Insomma, il carcere in Italia è davvero l’eccellente scuola di delinquenza di cui si è sempre parlato.

Misure alternative non pervenute
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, da un anno pare impegnato a fondo in una campagna a favore delle pene alternative, e per riformare il tema complessivo dell’esecuzione penale. È una scelta oculata e corretta, la sua, e non soltanto dal punto di vista sociale, ma anche per gli effetti che quella riforma potrebbe avere sul conto economico del ministero e del Paese.

Un suo predecessore, Paola Severino, aveva già calcolato nel 2012 che «la recidiva di chi sconta la condanna attraverso misure alternative (quindi non passando per il carcere, se non in certi casi e comunque fugacemente, ndr) scende drasticamente al 19 per cento». Paola Severino aveva correttamente valutato anche un altro aspetto fondamentale della questione: il lavoro dei condannati. Che purtroppo in Italia è ancora un’araba fenice. «La percentuale di recidivi che non hanno mai lavorato in carcere – calcolava quattro anni fa l’ex guardasigilli – è superiore di tre volte rispetto a coloro che hanno svolto mansioni lavorative all’esterno o all’interno dei penitenziari».

Il problema è che in Italia l’82,6 per cento delle condanne viene scontato in carcere, in pochi metri quadrati di cemento armato e quasi sempre senza che sia prevista alcuna attività lavorativa: e l’ozio, se possibile, abbrutisce ancor più i detenuti.

In Francia e in Gran Bretagna avviene quasi l’esatto contrario, con due terzi dei condannati impegnati in lavori di pubblica utilità, per di più condotti quasi sempre all’esterno delle prigioni. Non vale nemmeno la pena di parlare di realtà come la Danimarca, dove le regole sono così lontane dalle nostre da essere quasi inconcepibili alla fioca luce della nostra esperienza. È vero che anche in Italia ci sono (pochi) casi esemplari: come il carcere di Bollate, vicino a Milano, dove invece il lavoro è la regola, e la recidiva è inferiore al 20 per cento. Ma sono per l’appunto casi, e in quanto tali isolati. Purtroppo.

Foto Ansa


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