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Trattare i detenuti da uomini, e marciare con loro

aprile 5, 2016 Elisabetta Longo

Intervista a Giorgio Pieri, responsabile del Servizio carcere dell’Associazione Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

carcere-shutterstock_186447470«Quando il detenuto ha finito di scontare la sua pena, esce dal carcere senza niente. Di solito gli restano solo quattro stracci messi in un sacco dell’immondizia nero. Una casa non ce l’ha più, l’auto probabilmente gli è stata sequestrata, gli affetti più cari sono spariti, cosa altro dovrebbe fare se non cedere alla tentazione di ripetere l’errore già compiuto?». È la drammatica domanda che si pone Giorgio Pieri, responsabile del Servizio Carcere dell’Associazione Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

CONTRO L’INDIFFERENZA. Eppure può anche accadere che i detenuti, soprattutto se durante la detenzione sono stati aiutati a recuperare se stessi e una qualche abilità lavorativa, una volta scontata la pena, siano pronti per rientrare nella società. Di qui l’importanza dei percorsi di recupero e i sistemi di pena alternativi. Per questo, come ormai da sette anni, domenica 3 aprile si è tenuta nei dintorni di Rimini una marcia-pellegrinaggio alla quale, ci racconta Pieri, «partecipano i detenuti che provengono dalle nostre comunità. Vogliamo che le persone capiscano che esistono dei reali percorsi di recupero, e l’unica strada perseguibile è quella dell’incontro, del conoscere i detenuti stessi».
«Don Oreste Benzi – spiega Pieri – diceva che l’opposto della misericordia è l’indifferenza, quell’atteggiamento che ci porta a non pensare ai carcerati se non perché vogliamo “gettare via la chiave”. Altrettanto sbagliato è alimentare il sentimento di vendetta, pensando che l’unica strada da seguire sia quella di inasprire le pene. L’attuale sistema lascia alto il tasso di recidiva. Gli ultimi dati del Viminale indicano che su 900 detenuti che hanno esaurito la loro pena, ben 600 di loro commetteranno un altro reato entro tre anni, persino più grave di quello che li aveva fatti condannare in precedenza».

DRAMMI CHE SI INTRECCIANO. Molto spesso le storie di vita dei detenuti sono drammatiche già dall’infanzia. Commettere un reato, per alcuni, non è che il naturale modo di crescere: «Penso ai racconti di vita che incontro quotidianamente. Penso a Pino, che mi spiegava che a 8 anni faceva colazione con la pistola del padre appoggiata sul tavolo. Penso a Gioia, il cui padre le diceva sempre “sono l’uomo più pericoloso che potresti incontrare”. Penso a Samir, che mi raccontava che sua madre aveva ogni giorno a disposizione un solo piatto di riso, e doveva scegliere se darlo a lui o a sua sorella». Chi si deve prendere carico di compiere una totale ristrutturazione del sistema carcere continua a rimandare: «I politici spesso parlano senza cognizione di causa. Vorrei chiedere a molti di loro se sono mai stati in carcere, a guardare negli occhi un detenuto, a vedere che dramma vive in cella. E quanta differenza c’è invece negli occhi di chi riesce a intraprendere un percorso di pena alternativa, in grado di gettare le fondamenta per l’uomo di domani. Quello che sarà libero e avrà imparato a lavorare».

SENZA GUARDIE. Per Pieri è ora di un cambio di rotta: «Un detenuto costa allo Stato ogni giorno 250 euro. L’85 per cento di questa cifra è motivata dalla presenza della polizia penitenziaria. Nei nostri centri, invece, un detenuto costa 40/50 euro. Ogni volta che andiamo a Roma a incontrare le istituzioni, noi continuiamo a proporre il nostro modello, un modello in cui i detenuti si sentono trattati da uomini, grazie a una fitta rete di operatori e volontari. Il carcere così come è oggi è una struttura medioevale».
Pieri cita il caso positivo delle strutture di detenzione brasiliana: «Si chiamano Apac, sono piccoli carceri speciali in cui non ci sono guardie. Sono i detenuti stessi a vigilare gli uni sugli altri. Nel 2008, quando sono andato in Brasile a studiare questo modello, erano solo una ventina. Oggi sono 80, a riprova che un’organizzazione meno sorvegliata permette al detenuto di scontare la propria pena secondo un’altra ottica».

Foto da Shutterstock


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1 Commenti

  1. Rolli Susanna scrive:

    Per capire le prostitute, bisogna parlare con loro, conoscerle. Lo stesso per tanti altri drammi umani, pure per quello dei carcerati. Aiutarli significa far comprendere loro il loro errore (la correzione fraterna, e vale anche per la sottoscritta la correzione fraterna), per far comprendere loro che la vita vera non è quella che si son ritrovati “tra le mani”, la vita vera ce la sa spiegare molto bene Giorgio Pieri, che la sta spiegando anche ai detenuti: a forza di amore. Grazie, don Benzi…vedi bene che chi semina, poi raccoglie!! Prega per noi dal Cielo…deve vincere Gesù!!

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