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Trattare per i Balcani

aprile 7, 1999 Casadei Rodolfo

Demoni al lavoro tra Danton e Milosevic.
Perché la guerra per il Kosovo finirà
soltanto con una nuova Rambouillet.
Parla un osservatore critico dell’intervento NATO

Don Gianni, lei ha scritto che l’intervento della NATO in Jugosla-via è basato su un’idea errata delle realtà nazionali nei Balcani, che sono diverse da quelle occidentali. Può spiegarci che differenza c’è fra l’idea romantico-illuminista di nazione dell’Europa occidentale e la realtà delle entità balcaniche?

La nostra idea di nazione è figlia della Rivoluzione francese e del compromesso fra illuminismo francese e romanticismo tedesco. E’ l’idea di nazione portatrice di un messaggio universale: la Rivoluzione stessa, nel caso della Francia, la missione storica del popolo tedesco, nel caso della Germania. In entrambi i casi la nazione è incarnazione della Ragione universale. Questo porta da un lato alla sacralizzazione dello Stato-nazione, che sfocia nelle due Guerre mondiali, ma porta anche alla nascita della coscienza civile e laica che distingue fra identità culturale e religiosa e cittadinanza, all’affermazione dei diritti individuali, eccetera. Le nazioni, ovviamente, esistevano anche prima della Rivoluzione come entità spirituali e culturali; ed esistevano politicamente come regni cristiani liberi, come corpi sociali liberi, non sottomessi ad altri. Fino all’occupazione turca, il mondo balcanico segue la medesima storia nostra: linguaggi e culture fondati su regni cristiani come il regno di Croazia, il regno serbo, eccetera. Con la vittoria dei turchi, che sconfiggono i serbi nel Kosovo nel 1389, cambia tutto: questi paesi diventano agli occhi dell’Impero turco delle comunità cristiane sottomesse, identificate esclusivamente sulla base della loro appartenenza religiosa. Il patriarca diventa il capo della comunità ortodossa anche in termini civili: è lui che paga la decima e che media con gli occupanti. Perciò i balcanici vengono bloccati nell’identità religiosa, non hanno più uno sviluppo civile e culturale proprio.

Per questo dice che “sono comunità culturali e carnali e non nazioni”?

Non sono nazioni nel senso nostro, sono nazioni che hanno conservato la loro identità non in stato di libertà, ma di oppressione religiosa, e si sono identificate puramente e semplicemente alla loro religione: hanno resistito 500 anni senza islamizzarsi. E questo vale soprattutto per i serbi, la nazione che combattè di più contro i turchi, tanto che gli Asburgo li insediarono nelle Krajne, parola che significa “confini”, proprio per arginare i turchi.

Eppure oggi i popoli balcanici appaiono molto laicizzati: molti che si dicono ortodossi o musulmani sono in realtà degli atei o degli agnostici, e in generale la pratica religiosa è blanda. Cosa significano allora queste identità religiose?

L’appartenenza religiosa è un fatto di identità, può sussistere anche senza la fede. E’ un caso simile a quello degli ebrei: quanti ebrei sono non credenti! Eppure rivendicano la loro appartenenza all’ebraismo e al popolo ebraico. L’identità religiosa risulta determinante, anche indipendentemente dalla scelta soggettiva di aderirvi; è legata alla memoria storica dell’oppressione e alla trasmissione mediante i legami di sangue. Quella attuale non è una guerra di fedi religiose, ma di culture religiose. Ed è singolare che dopo 50 anni di comunismo quest’ultimo sia completamente scomparso come concetto nell’ex Jugoslavia, e siano riemerse le divisioni religiose come fattori che contano.

Gli analisti strutturalisti, come Lucio Caracciolo di Limes, sottolineano piuttosto la strumentalizzazione del riflesso identitario da parte delle varie fazioni balcaniche. Più che una lotta fra identità, sarebbe una lotta di potere dove le identità sono strumentalizzate.

Ma se sono strumentalizzate vuol dire che esistono, che sono il vero dato politico fondamentale. Il politico lavora su quel dato, e non al di fuori di esso. Se oggi i serbi non si ribellano, e anzi Milosevic appare più solido, è perché si sente sicuro del sostegno dei serbi in quanto serbi.

Appurato che nel mondo balcanico i diritti delle comunità carnali e cultural-religiose vengono prima dei diritti individuali, come possono intervenire l’Unione Europea e la Nato, i cui discorsi politici sono centrati sulla nozione dei diritti individuali?

Non è solo un problema balcanico: dall’Africa alla Cina, dall’Asia al mondo islamico, la visione euro-americana dei diritti politici individuali, che si esprime politicamente nella liberal-democrazia, non è accettata.

Questo significa che non dobbiamo intervenire nei Balcani e lasciare che i balcanici si massacrino fra loro?

Già l’abbiamo fatto con la Bosnia, dove abbiamo assistito per quattro anni ai massacri e alla pulizia etnica. Gli americani hanno deciso che per il Kosovo non debba essere così, che si intervenga per impedire un’altra pulizia etnica. Il problema, secondo me, è che l’accordo di Rambouillet è troppo sbilanciato a vantaggio dei kosovari, i serbi non lo possono accettare.

Qualche sera fa lei evocava lo scenario dello “scontro di civiltà”, già ipotizzato da Huntington, che implica un conflitto fra mondo occidentale e mondo islamico. Ma la Turchia è un paese islamico e allo stesso tempo fa parte della Nato.

Sì, ma la Turchia è un paese laico che ora sta scivolando verso l’islam radicale. La Turchia rimane laica solo perché governata da una dittatura militare che impedisce ai partiti islamici radicali di partecipare alle elezioni. E forse una delle ragioni dell’intervento della Nato nel Kosovo è proprio quello di impedire uno scenario in cui la Turchia, compiuta una scelta islamica radicale, si metta alla testa di una liberazione dei popoli musulmani dei Balcani.

E’ questa la ragione strategica principale per cui gli Usa hanno deciso questa guerra?

Aggiungerei la necessità americana di posizionarsi nel modo migliore per partecipare allo sfruttamento dei grandi giacimenti petroliferi del Caucaso: si trovano tutti in repubbliche ex sovietiche islamiche legate in vario modo alla Turchia.

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