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Tra i No Tav ci sono pure i cattoNoTav (che la Madonna di Rocciamelone ci protegga)

marzo 5, 2012 Luigi Amicone

Reportage dalla Val di Susa, dove ci si scanna per una galleria «larga un metro e mezzo in più del tunnel della metropolitana di Torino». E dove si scopre che “i cattolici per la vita della valle” accusano il vescovo di “cesaropapismo” e non si fanno problemi ad arruolare tra gli antagonisti il Papa e Maria.

dal nostro inviato in Val di Susa

Cosa ci sarà mai dietro lo psicodramma che ha trasferito in mondovisione, in un fiume di chiacchiere e immagini televisive, una notte di follia a uno svincolo autostradale della Val di Susa? La mattina di venerdì 2 marzo, lungo l’autostrada A32 Torino- Bardonecchia-Frejus, la rotonda degli scontri e dei fuochi all’altezza del casello di Chianocco è linda come il parco giochi di un nido d’infanzia.

Ventiquattro gradi al sole e nessun segno delle bravate notturne di inizio settimana. La troupe Sky rosola al sole e altri furgoni coperti di satellitari sostano nell’area pic-nic. Niente pecorelle e nemmeno angeli delle montagne. «Angeli? L’epiteto più gentile che si è presa una mia amica che non è nemmeno “sì tav” è “bocchinara”». Birichini. Ma Laura Melis, tosta politica di origini barbaricine, consigliere Pdl a Vaie, sembra non temere nessuna di quelle botte, minacce e ritorsioni, di cui, come è noto, qualche giorno fa hanno fatto le spese anche colleghi della stampa e la troupe televisiva del corriere.it. «Non sono per il “no”, ma neanche per il “sì” senza condizioni. Chiaro che occorrono compensazioni per i valligiani e garanzie per l’ambiente. Ma io voglio discutere, non farmi strumentalizzare da capetti che si credono Gioacchino da Fiore».

E dire che i leader della rivolta hanno radici nei “gruppi di azione non violenta” che discutevano di altri mondi possibili già negli anni Settanta sulla rivista “Dialogo in valle”, come ci racconta Maurizio Berta, imprenditore di Borgone Val Susa. «Adesso sembra un po’ difficile spiegare queste cose ai ragazzotti che vengono a passare le serate qui dai collettivi di mezza Italia e dalla torinese Askatasuna». Adesso il “parco a tema” della protesta è deserto. E se non fosse per le bandiere “No Tav” stese come biancheria al sole sui pali della luce di Chianocco, si direbbe che in valle è appena passato un circo molto rumoroso. E il giorno dopo non c’è rimasto niente, nemmeno il guano di un cammello.

Ma allora, rimugina il dilemma, chi c’è dietro tutto questo trambusto che fa gridare al pericolo di una nuova stagione di terrorismo e, addirittura, a una “guerra” di secessione? « E chi lo sa – sorride Diego Mele, esponente di una lista civica di Borgone – magari c’è dietro l’ente autonomo del turismo della regione autonoma Trentino-Alto Adige, visto che questa situazione di conflitto sta facendo fioccare le disdette per le settimane bianche e mette in ginocchio l’economia su in alta valle».

Battute a parte, chi arriva per la prima volta in Val Susa – già un po’ dimessa e tristanzuola in sé, vagamente decrepita alla vista di capannoni sparsi senza idee, sovrappassi, sottopassi, case di ferie vuote come cent’anni di solitudine – si chiede: come mai tutto questo casino, quando stiamo parlando, per dirla con Mario Virano, presidente dell’Osservatorio tecnico della Tav, di una galleria sul versante italiano lunga una decina di chilometri e «larga un metro e mezzo in più del tunnel della metropolitana di Torino»? Al netto di un’opera concordata con l’Europa e che altrimenti ci taglierebbe fuori dalle grandi direttrici commerciali continentali, qual è l’ecologista puro e duro che non scambierebbe per un tunnel il transito in valle di 600 mila camion all’anno? Qual è la giunta arancione Pisapia che non farebbe carte false per evitare al proprio territorio lo smog di tonnellate e tonnellate di pm10, polveri sottili, ossido di carbonio, in cambio di un traffico veloce, efficiente, pulito e fuori dalle scatole del verde valligiano?

«Stanno lavorando al raddoppio del Frejus e hanno scavato una galleria idroelettrica esattamente nel punto della montagna contestato a primo progetto Tav. Nessuno ha detto niente. E allora?». E allora viene in mente che l’unica impresa che davvero ha molto da perdere, in termini di profitti, in questa storia dell’Alta Velocità, è l’apparato industriale che gravita sull’asse dell’A32. Che con la Tav si svuoterebbe di gran parte del traffico pesante su gomma. Grandi industrie in valle non se ne vedono. I capannoni sono disordinatamente sparpagliati e vuoti lungo i due lati della sede autostradale. E l’economia valsusina già gravita su Torino. Tutto lascia pensare che l’unico partito che dovrebbe essere ragionevolmente “No tav” dovrebbe essere il “partito” dei pedaggi e dell’indotto autostradale.

Illazioni, naturalmente. Fatto sta che del famoso “popolo della Val di Susa” non c’è traccia nelle più recenti evoluzioni anti-Tav. A dar manforte agli scalmanati che bloccano strade e crocicchi cercando lo scontro con le forze dell’ordine, rimane soltanto uno zoccolo duro di poche centinaia di militanti di estrazione composita. Politici in cerca di una visibilità nikivendoliana, pensionati, centri sociali torinesi, militanti del Prc, funzionari statali. Gli stessi leader “No tav” rappresentano bene questa composizione. Sandro Plano, uomo Pd in rotta con il suo partito e presidente della comunità montana. Alberto Perino, pensionato, ex impiegato di Unicredit. Luigi Casel, 52enne funzionario statale di Bussoleno. Gigi Richetto, secondo una cronaca di Liberazione del 3 settembre 2011, «docente di filosofia in pensione, si è inventato il Presidio Filosofico Resistente, un ciclo di incontri che si svolge a Chiomonte, a cinquanta metri dal primo check point delle forze dell’ordine».

Ma non bisogna dimenticare “i cattolici per la vita della valle”. Sigla un po’ comica se si pensa che pretende rappresentare (e trasferire nella religione “No Tav”) i richiami di Benedetto XVI a “custodire il creato”. Ne sa qualcosa monsignor Alfonso Baldini Confalonieri, vescovo di Susa accusato dai CPVDV di “cesaropapismo”. Addirittura. E ciò per il fatto di essersi egli opposto alla furia iconoclasta di certi membri del direttivo diocesano di Azione Cattolica a Susa, ancora questa settimana hanno invitato i fedeli a partecipare attivamente alle manifestazioni del “movimento”. Naturale che il vescovo veda male questa esibizione di muscoli che pretende ingaggiare nella lotta “No Tav” pure la Madonna di Rocciamelone.

Di là della Val Susa, sul versante d’Oltralpe, piovono soldi e applausi all’impresa della Tav francese. Dalle popolazioni autoctone e da tutte le organizzazioni ambientaliste di Francia. Di qua, il risultato più interessante raggiunto dalla bagarre di questi giorni, sono le piste vuote di Bardonecchia e l’annuncio della cassa integrazione per 234 lavoratori della società Autostrade.

Cosa ne pensa di tutto questo marasma la “maggioranza silenziosa” degli 80 mila abitanti della Val Susa? Difficile dirlo, anche perché i siti internet degli “antagonisti” cosiddetti filmano e stendono liste di proscrizione di quanti “collaborano con lo Stato”. Come è accaduto agli imprenditori che hanno ospitato nei loro alberghi le forze dell’ordine. Al che è evidente che anche al valsusino doc, che non ne può più di «questi che non ragionano proprio», non viene da dire il proprio nome e cognome quando ricorda e ragiona di quel giorno in cui i mille di “occupy wall street” sono scesi dai marciapiedi e si sono messi semplicemente a camminare nel traffico senza tirare pietre né disturbare nessuno. «A New York li hanno caricati e li hanno arrestati tutti e mille. Qui da noi, puoi essere a Roma o a Chianocco, di mille teste calde ne fermano quattro e le rilasciano tutte e quattro il giorno dopo». Vero. Ma là è New York, Stati Uniti, la più grande democrazia del mondo. Qui è Roma o Val di Susa, Italia, la più comica delle democrazie d’Europa.

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2 Commenti

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