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Tossica è soltanto la solitudine. Storia della Comunità Shalom

agosto 27, 2012 Rodolfo Casadei

Alle porte di Brescia c’è un posto dove chi si stava buttando via rinasce grazie a una suora “tosta”. «Le dipendenze sono il sintomo del male che ha colpito la famiglia, diventata luogo del benessere materiale anziché degli affetti»

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», cantava Fabrizio De André, e tutti si sorprendevano di essersi dimenticati una verità palese, che si impara dalla semplice osservazione. Ma perché il letame si trasformi miracolosamente in fiori e frutti è necessario che sia sparso sulla buona terra. È la terra che permette il miracolo. Ed è ugualmente necessario che della cosa si occupi un bravo contadino, che avrà bisogno di tanti altri bravi contadini e braccianti per portare a buon fine l’opera. Insomma, ci vuole l’ambiente giusto e l’amore di qualcuno.

La citazione e i nota bene te li ispirano loro con una metafora che evita l’eufemismo: «Siamo entrati qui che eravamo delle merde, adesso siamo delle persone». Loro sono Elisa, Valentina, Cristian, Nevio, Angelo, ecc., ospiti insieme ad altri 300 della Comunità Shalom. Che è la buona terra che suor Rosalina Ravasio ha cominciato a mettere insieme 25 anni fa, quando ha lasciato la sua congregazione per dedicarsi interamente ai giovani che stavano facendo del male a se stessi e al mondo attorno a loro. Un quarto di secolo dopo, questa è probabilmente l’esperienza di recupero dalla tossicodipendenza giovanile col più alto tasso di successo in Italia. Senza dimenticare alcolisti, anoressiche e bulimiche, e persone affette da disturbi psichici, tutti soggetti rappresentati nella grande famiglia insediata nella grande fattoria alle porte di Palazzolo sull’Oglio (Bs), lungo la via per Chiari (altre due sedi più piccole della comunità si trovano a Pontoglio e Villa D’Adda). Non solo il 90 per cento (stima approssimativa) degli ospiti che dopo un percorso di 5-6 anni escono da qui si possono considerare recuperati, ma quasi tutte le famiglie che hanno in seguito costituito sono ancora in piedi; e fra le decine di ospiti in età di obbligo scolastico che anno dopo anno si presentano come privatisti per l’esame di maturità, le bocciature non superano il 5 per cento.

Alla Comunità Shalom si fa quello che si fa in tanti altri posti dove si vorrebbero aiutare i tossicodipendenti: i maschi allevano bestiame, mungono mucche, curano alberi da frutta, diventano falegnami, elettricisti, meccanici; le femmine cuciono, ricamano, dipingono icone e soprattutto decorano ambienti, mobili e soprammobili dei sei-sette fabbricati in cui si svolge la vita della comunità. Ma ci sono differenze non da poco. Mai risse. Mai furti. Mai ragazze che rimangono incinte. Mai uso drastico di mezzi correzionali al di là dei limiti: «Le punizioni consistono nel vedersi negate le sigarette, o la visione di un film, o il caffè. Non c’è violenza perché noi per primi diamo l’esempio: non abbiamo bisogno di mettere le mani addosso per aiutare le persone a cambiare, e perciò nessun altro lo fa», spiega Luca, uno dei laici consacrati che aiutano suor Rosalina. «Qui non entra niente, te lo assicuro», giura un ospite che ha visto girare droga in altre strutture. Non entrano neanche soldi pubblici, né statali né regionali, perché la comunità vive esclusivamente di donazioni e volontariato, oltre che del lavoro quotidiano di chi ne è parte. La religiosa fa capire che proprio questa è una delle principali ragioni del successo dell’esperienza: «Gli aiuti pubblici fatalmente indeboliscono la scelta morale e spirituale che ha fatto nascere una comunità, incrinano la deontologia: si scivola, si scende a compromessi per quei 100 euro al giorno o non so quanto di sovvenzione. E troppe persone offrono i loro servizi alle comunità attratte dalla remunerazione: si creano pool di esperti disomogenei, che non condividono necessariamente l’ispirazione della comunità, e questo ha conseguenze negative: i ragazzi che escono fuori ricominciano a drogarsi, rientrano in comunità o passano in un’altra, e la giostra dei finanziamenti pubblici non smette di girare. Invece i nostri duemila volontari sono veri volontari, dal primario psichiatra che viene qui agli insegnanti che vengono a fare lezione alle mamme che lavano la biancheria sporca: non chiedono nemmeno il rimborso spese». Uno degli aspetti straordinari della Comunità Shalom è proprio la grande solidarietà popolare che ha suscitato, il fenomeno di coesione sociale che ha prodotto anche fuori dai confini catastali delle tre sedi. E che facilita un’altra benemerenza della comunità: tutti coloro che escono alla fine del percorso di recupero entrano immediatamente nel mondo del lavoro, se non decidono di iscriversi all’università.

Suor Rosalina non le manda a dire
Tutto ciò è stato ed è possibile per l’aiuto della Provvidenza e per la chiarezza di giudizio di suor Rosalina: «Il problema non è il ricorso alla droga, e nemmeno il disagio esistenziale dei giovani: l’una e l’altra cosa sono il sintomo della malattia che ha colpito la famiglia e la società. La famiglia è diventata il luogo del benessere materiale anziché il luogo degli affetti. Questo genera la fragilità e l’insicurezza dei giovani, ripiegati su di sé alla ricerca del comfort. È questo autismo psicologico che fa cadere nella droga e negli altri mali. Non gli hanno insegnato che l’uomo è fatto per andare verso gli altri e verso il mondo: ha i piedi e le braccia proprio per questo».

Qui le persone imparano a uscire da se stesse, condizione per trovare (o ri-trovare) se stesse. Attraverso il lavoro, l’attenzione nei rapporti umani e la preghiera. La sera non si va a dormire se prima non si sono chiariti gli screzi e le discussioni della giornata. «Le persone vengono messe di fronte ai propri errori, ai propri atteggiamenti sbagliati che all’inizio si rifiutano di ammettere. Ma allo stesso tempo sono oggetto di un’attenzione costante, sentono che chi le critica vuole il loro bene e li accompagnerà nella sua realizzazione. L’ordine, la pulizia e la bellezza di tutti i dettagli li fanno stare bene e gli fanno capire che sono amati, come pure il vedere tanti volontari in azione per loro», spiega Luca. «Quando sono entrata qui non sapevo nulla di me, non vedevo nulla e non provavo più nulla come tutti i depressi, per la droga o per un’altra ragione, che entrano qui dentro», racconta Elisa. «Adesso posso dire di avere scoperto me stessa, facendo tutta la fatica che bisognava fare».

La preghiera ha un posto importante nella “terapia”, e nessuno ne è esentato: chi entra in questa comunità lo sa. All’inizio molti la considerano una costrizione fra le altre. Ma nel tempo si rivela, insieme a tutte le altre componenti della vita comunitaria, un fattore decisivo. «Io ero uno che fuori da qui bestemmiava tutto il giorno e ne faceva di tutti i colori», racconta Cristian. «E i primi tempi quando mi trovavo davanti al crocifisso lo sfidavo: “Cosa fai tu per la gente che soffre oggi? Perché li lasci soffrire?”. Lui mi ha risposto attraverso i volti dei volontari, gente che donava se stessa per uno come me, e soprattutto attraverso suor Rosalina: quando lei ti guarda, ti accorgi che ti legge in fondo al cuore».

@RodolfoCasadei

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5 Commenti

  1. eli scrive:

    veramente questa comunità è sotto inchiesta e il 90% di recupero è un dato quanto meno fantascientifico per chi conosce la complessità del fenomeno delle dipendenze patologiche. Davvero un pessimo articolo anzi un ottimo spot pubblicitario.

  2. erika menassi scrive:

    ciao rosalina sono la erika menassi ti scrivo per dirti che mi dispiace per quello che e successo io vivo dai miei nonni sto molto bene anche moralmente davvero ho cominciato una vita nuova io sono contenta di avere imparato qualcosa di giusto nella vita e non smettetro mai di ringraziarti per quwello che hai fatto per me mi manca a volte la comunita e su questo sono sincera spero che un giorno potrai perdonarmi ti faccio i miei migliori auguri di buona pascqua da parte mia e dei miei nonni salutami le ragazze ti voglio bene davvero rosalina un aqbbraccio erika menassi

  3. Forlani Roberto scrive:

    sono un ex posso dire che l’articolo è molto reale,ma voglio sapere da dove arrivano i video.?
    Chi a filmato se quando io ero li non potevo avere cell quindi telefonare avere contatti esterni.
    Rispondimi per favore ciao.
    Mi faro vivo al più presto in comunità per rivedere Rosalina e amici.

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