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Tosi: «Io, Renzi, le primarie del centrodestra (e quelle strane “attenzioni” di Report)»

marzo 3, 2014 Luigi Amicone

Il sindaco di Verona si prepara a sfidare il sindaco d’Italia. E in questa intervista ci spiega il suo programma. Dalla sburocratizzazione al federalismo, dall’Europa alla macroregione

«Siamo il governo dei sindaci». È una delle tante novità rivendicate dal frizzante e twitteriano Matteo Renzi. Vale perciò la pena di sentire l’altra campana. Flavio Tosi, sindaco di Verona e tra i più accreditati primi cittadini di area centrodestra.

Renzi sarà il salvatore della patria?
Ci sono due scuole di pensiero: o è un pazzo oppure è convinto di avere i numeri per farlo. O fa il miracolo – e io glielo auguro, perché spero anch’io, come dice Renzi, che le cose vengano fatte – oppure Renzi si va a schiantare. L’unica cosa da fare è aspettare e vedere.

Dia un voto alla compagine governativa del Renzi I.
Ottimo per la continuità di ministri competenti come Alfano, Lupi e Lorenzin. Sufficiente per i giovani che aspettiamo di vedere alla prova. Pessimo per il prescelto a ricoprire il dicastero dell’Economia…

Perché è così duro con il povero Pier Carlo Padoan? Che male le ha fatto? Dopo tutto è solo un “tecnico”.
Appunto. Essendo l’economia il dicastero del super ministro per eccellenza, il fatto che abbiano scelto un cosiddetto “tecnico” invece che un politico significa che hanno voluto dare un segnale chiaro e forte ai grandi poteri finanziari-internazionali. L’Italia non merita di avere un ministro che ha tutto il profilo del funzionario succube della Bce e della Germania.

Lei è tra i sindaci più popolari del centrodestra. Qual è, per dirla alla Renzi, la sua «ambizione smisurata»?
Mi pare evidente che, al di là dei problemi giudiziari di Berlusconi, prima o poi anche nel centrodestra si dovrà decidere chi sarà il leader. A quel punto, anche Tosi si candiderà alle primarie di qua. Poi, chi prenderà più voti sarà il leader. Sarà banale, ma non vedo altra strada per ricompattare il centrodestra e riavvicinare quegli elettori che in questo momento non votano o votano Grillo.

Questo significa che lei considera un punto fermo il bipolarismo e la collocazione della Lega nel centrodestra?
Se la Lega decidesse di andare da sola sarebbe una scelta in controtendenza rispetto a questi anni. Soprattutto, mi sembrerebbe in contraddizione con un Nord che stiamo governando in un quadro di quel tipo di alleanza. C’è poi da dire che almeno una frazione dell’attuale sinistra è evidentemente incompatibile con la politica della Lega.

Come ha già lasciato intendere lei, il Veneto è una delle regioni più colpite dal grillismo. Sta cambiando qualcosa?
No. Per ora credo che ci sia tornato indietro poco e niente. Grillo fotografa i mali della politica e prende i voti su quello. Così, penso, andrà a livello nazionale: finché la politica non riprende a macinare decisioni e riforme, Grillo porterà a casa una valanga di consensi. Quando la politica farà il suo dovere e rimetterà in sesto il paese, allora Grillo ritornerà da dove è venuto.

L’idea di macroregione può funzionare?
Può funzionare se non ti limiti agli annunci e la realizzi. Sulla sanità mi pare che stia già funzionando: Piemonte, Lombardia e Veneto hanno fatto fronte comune sul riparto del fondo sanitario nazionale e hanno fatto in modo di ottenere non privilegi, ma semplicemente una ripartizione più equa delle risorse. Perché va bene dare risorse aggiuntive alle amministrazioni, però se quelle risorse non vengono mai usate per fare le riforme e mettere a posto i conti, poi succede quello che, purtroppo, si vede a Napoli e a Roma: un mare di soldi buttati via, città fallite nonostante le montagne di soldi affluiti nelle loro casse. Ecco, io penso che se la macroregione funziona con la sanità e con le infrastrutture, può funzionare con tutto, tagliando spese e liberando nuove risorse. Quanto più noi concretizzeremo questa idea, tanto più verrà percepita come un bene dai cittadini. Perché è chiaro, poi questo schema lo puoi riportare al Centro e al Sud. Roberto Maroni è il motore di questo processo.

Come sindaco di Verona ha davanti a sé ancora tre anni. Però le si potrebbe presentare anche a breve l’occasione di un passaggio alla politica nazionale…
Guardi, se sta pensando alle europee, no. Non mi interessano. E poi escludo anche di andare a Roma come parlamentare. Ne ho portati parecchi a Roma. Personalmente, non mi interessa la vita da parlamentare. Sono abituato ad amministrare. A fare, prima come amministratore della sanità del Veneto, poi come sindaco…

Insomma, o il contendente di Renzi o niente.
Io corro. Poi, ce la fai, non ce la fai… C’è poco da girarci attorno: per me l’obiettivo è quello.

Suppongo che nel centrodestra stiano pensando la stessa cosa in parecchi…
Chissà. Tosi non è un genio. Ma non mi pare che oggi nel centrodestra ci sia un panorama di geni. Il vantaggio che ho io e che ha avuto Matteo è che mentre la gran parte della politica nazionale gode della sfiducia dei cittadini, chi non ha fatto parte del panorama politico nazionale oggi ha un minimo di credibilità.

È anche vero che una cosa è fare il sindaco, un’altra il presidente del Consiglio. Come lei sa, a Roma la politica è ostaggio del “cuore di tenebra” dello Stato.
Vero. Però spetta al legislatore e a chi governa modificare questo stato di cose. Perché se i governi scrivono le copertine delle leggi e le burocrazie i testi, beh spetta a chi è al governo e a chi fa le leggi cambiare questo stato di cose.

In effetti, pare che Renzi voglia dare subito un bel taglio all’alta burocrazia.
Ma è la prima cosa che deve fare! Renzi deve fare l’esatto contrario di Bassanini, che tolse il potere a chi viene eletto dal popolo per darlo alla burocrazia che non risponde a nessuno. E secondo lei, al di là del marcio che c’è in politica, chi ha scatenato l’antipolitica per evitare che si guardasse dentro a quello che c’è in certe corporazioni dello Stato? Quindi, prima priorità se si vuole sul serio il cambiamento, bisogna riportare il potere a chi viene eletto dal popolo. Se non metti mano a quei meccanismi lì è inutile che poi ti lamenti. Provare a far le cose e poi vederle schiantare dalla Corte costituzionale non va bene. E allora devi mettere le mani lì. Da sindaco queste cose le vedi bene e concretamente.

Altre priorità da mettere subito in agenda? 
Sburocratizzazione a costo zero. Qualche segnale sulla diminuzione degli emolumenti ai parlamentari. Vero, non risolve nessun problema del paese, ma un segnale va dato visto che tutti gli altri, amministratori, sindaci, governatori, se li sono diminuiti. E poi va fatta la riforma della Costituzione. Che blocca il paese perché è scritta in modo che il sistema burocratico di cui abbiamo appena parlato difenda se stesso e impedisca il cambiamento. Lo scontro è tra i grandi poteri dello Stato e la grande burocrazia che difende se stessa e i propri antichi privilegi.

E la Costituzione come va modificata?
Bisogna arrivare a presidenzialismo e federalismo. Altrimenti non se ne esce. Ci vuole autorità e insieme responsabilità condivisa da tutto il paese. Non si può più andare avanti con il modello Roma-Napoli, le amministrazioni fanno i buchi e poi i contribuenti li ripianano.

E sull’Europa? Non mi pare che Tosi abbia la stessa agenda di Salvini.
No, e lo dico a Salvini. L’euro è una gabbia e il fiscal compact una assurdità. Però, siccome tutti sappiamo che l’uscita dall’euro è impraticabile, allora io dico: agisco in Europa e mi difendo come paese Italia per modificare queste cose. Non dico: usciamo dall’euro. Perché questo può succedere solo se salta l’Italia, salta l’euro, salta tutto. L’uscita dall’euro non è l’extrema ratio. È la disfatta. Tutti sanno che il Parlamento europeo conta niente, conta solo la Commissione. È lì che la burocrazia ha un peso e un potere smisurato. Lì bisogna agire. Tutti sanno che l’Europa è solo una questione commerciale e una ragione economico-finanziaria. Di politico non c’è nulla. Ma se il Parlamento europeo avesse dei poteri veri, allora sì che potresti costruire l’Europa su basi nuove. Però, un conto è avere l’obiettivo politico di cambiare l’Europa. Un altro è fare l’Italia che va a Bruxelles solo a prendere ordini. Le faccio un esempio sul discorso infrastrutture, visto che sono anche presidente della concessionaria Brescia-Padova. L’Italia subisce l’Europa che dice: le autostrade devono andare tutte a gara. Perché? Perché l’Europa vuole la gara. Bene. La Spagna si è fatta dei regi decreti che hanno prolungato le concessioni e se ne è infischiata di quello che dice l’Europa. Allora, siamo noi italiani dei sudditi che andiamo lì col cappello in mano. Invece, siccome di soldi noi nell’Europa ne mettiamo tanti e ne mettiamo più di quanti ne riceviamo dalla stessa, beh allora dobbiamo cominciare a difenderci. Fossimo un paese dell’Est, dovremmo dire solo grazie per i soldi che riceviamo. Ma siccome siamo l’Italia, dobbiamo sul serio cominciare a battere i pugni.

Della stessa Europa – o meglio delle Commissioni europee – fanno parte la famosa agenda dei “nuovi diritti” (gay, eutanasici, eugenetici) e il programma “gender mainstreaming”, obbligo di introdurre, come sta avvenendo, dagli asili all’università, le politiche di genere e l’istruzione contro le cosiddette discriminazioni. Di fatto ci si obbliga a una sorta di martellante lavaggio del cervello, per esempio in vista dell’abolizione di mamma e papà, del matrimonio gay e quant’altro.
Questo fa parte di un disegno di destrutturazione della società dietro il quale uno potrebbe vedere – di nuovo – le radici economiche finanziarie di questa Europa e un certo sistema di poteri forti. È evidente che se c’è una identità culturale e religiosa è più difficile controllare la gente. La spersonalizzazione è il modo migliore per controllare la gente. Di sicuro non sono cose casuali, un disegno c’è.

E adesso veniamo alle due vicende giudiziarie che la riguardano. Il caso del suo ex vicesindaco arrestato il 17 febbraio scorso con l’accusa di corruzione e abuso di ufficio. E la sua querela per diffamazione alla trasmissione Rai Report, alla conduttrice Milena Gabanelli e all’inviato Sigfrido Ranucci. 
Il caso che riguarda il mio ex vicesindaco è circoscritto e puntuale. Non è una vicenda che riguarda me. È un affare di tangenti, sostiene l’accusa, in un rapporto tra lui e un imprenditore non nuovo a vicende di quel genere. Adesso vediamo quale sarà lo svolgimento del processo. Certo, dopo quello che è capitato a me, mi aspetto chiarezza. E comunque, la mia speranza è che la persona che per molti anni è stata mio vicesindaco e un amico – perché comunque vada a finire l’amicizia resta – riesca a dimostrare che le cose non stanno come le hanno dipinte i suoi accusatori. Per il resto, cosa vuole che le dica, solo qui in Italia succede che una persona venga condannata prima ancora di essere processata. Perché è chiaro che per la gente il mio ex vicesindaco, Vito Giacino, adesso è solo un colpevole. Non un “presunto innocente”, come prescrive il diritto. Ma siamo in Italia. Ci sono carte processuali che non dovrebbero stare sui giornali eppure sono lì per servire le tesi di una accusa e una condanna preventiva. Ripeto: rispetto a Verona, questa è una vicenda laterale. Non solo, il mio vice si è dimesso a novembre, non appena ha avuto notizia dell’indagine, mettendosi subito a disposizione dell’autorità giudiziaria. Perché lo arrestano adesso? Quale rischio di reiterazione del reato, inquinamento delle prove o fuga c’è, adesso, piuttosto che tre mesi fa, dato che, secondo il codice di procedura penale, deve verificarsi almeno una di quelle tre condizioni per un’ordinanza di arresto preventivo? Francamente è un provvedimento che faccio fatica a capire.

Ci spieghi meglio.
Parliamo dell’affare Report e così lei e i suoi lettori ne trarrete forse una lezione su quello che sta succedendo nelle ultime settimane a Verona. Ebbene, è da qualche mese che in città hanno accesso i riflettori sulle grandi opere e sulle scelte compiute dalla nostra amministrazione. Per carità, la cosa non ci disturba. Anzi. Però è una cosa singolare…

Pensa a quanto è accaduto in Piemonte? Sospetta che la Lega sia nel mirino e che si punti a scalzare i suoi uomini che governano le regioni del Nord (ridotte a due dopo la caduta via Tar della giunta Cota), Lombardia e Veneto?
Beh, si può notare che da un certo momento in avanti, fatalità vuole che, su piccoli e grandi vicende, su emerite puttanate come su questioni anche serie, scatta un riflettore in contemporanea. Però, siccome da nessuna delle vicende sono neanche lontanamente sfiorato, pensavo io, vabbè facciano pure…

Finché, venerdì scorso, lei ha convocato una conferenza stampa dove ha annunciato querela a Milena Gabanelli, accusando Report di essere pronta a pagare quindicimila euro per un video su suoi presunti festini hard e rapporti con la ’ndrangheta. Secondo la versione della Gabanelli, è tutto più semplice: «Ci è stato proposto un video nel quale si parla di appalti pubblici e per questo video ci sono stati chiesti soldi. Si è fatto intendere una nostra eventuale disponibilità». L’inviato di Report, Sigfrido Ranucci, autore di quella che lei considera una operazione di «fango» e «diffamazione», l’ha sfidata. Dice che «il filmato che conta è ben altro e tanto. E andrà in onda ad aprile con tutta la mia inchiesta sul “caso Verona”». 
Esamini il materiale che in parti significative è già comparso sul Giornale e Libero, poi spieghi ai suoi lettori cosa ci ha trovato dentro. All’inviato di Report, invece, non ho da dire niente. Ci vediamo in tribunale.

Ci riassuma la sua versione.
Non è la mia versione. Sono atti depositati in procura e che, ripeto, vi invito a visionare, lei e i suoi lettori. Detta in sintesi, Sigfrido Ranucci si trovava da giorni in città ufficialmente per realizzare una puntata su Verona e la sua amministrazione. In realtà era qui a costruire una puntata di Report con il chiaro intento di distruggere, con notizie false, politicamente e personalmente, il signor Flavio Tosi. Ci sono registrazioni video e audio che provano queste cose. Sono andato in procura con Sergio Borsato, ex militante leghista, al quale Ranucci si è rivolto presumendo che avesse documenti contro di me e che fosse mio nemico. Cosa che è documentata nei file audio e video in cui sono registrati due incontri tra Ranucci e Borsato avvenuti a Padova e a Roma. Ranucci era alla ricerca di un video da acquistare nel quale ci sarebbe la prova dei miei contatti con la ’ndrangheta. Il giornalista ha millantato di avere rapporti con tre procure (Venezia, Verona e Padova) e di avere fonti investigative di altissimo livello; ha parlato in modo esplicito del comandante del Ros del Veneto, dei servizi segreti. Ha fatto affermazioni gravissime, dichiarando che la ’ndrangheta mi avrebbe regalato Rolex d’oro, organizzato festini hard, raccolto fondi per la campagna elettorale. In una registrazione, Ranucci sostiene di avere un rapporto paritario con la Gabanelli, e dice che Report è una «repubblica a parte». Pur non potendo usare fondi Rai, dice Ranucci, lui avrebbe potuto acquistare il presunto filmino ricorrendo a fondi «paralleli» riconducibili comunque alla Rai. Non so se mi spiego…

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3 Commenti

  1. domenico b. scrive:

    al di là delle “strane attenzioni di report”, io ho notato che i giornalisti hanno già iniziato a chiamare questo governo col nome di “Renzi I”
    Mi chiedo perchè, stiamo forse aspettando, o preparando, un “Renzi II”?

  2. francesco taddei scrive:

    mi piace tosi, il suo “leghismo non secessionista” e le sue idee sulle liste civiche. MA. l’italia ha bisogno che lo stato (che non è solo il governo, comprende pure le regioni, le province, i comuni) retroceda in alcuni settori (es. trasporti, smaltimento rifiuti) e la lega, come gli altri partiti forti sul territorio non vogliono rinunciare alle proprie posizioni di rendita e potere.

  3. marziano scrive:

    no l’unica cosa non va fatta è proprio “aspettare e vedere” caro Tosi bensì occorre cooperare al bene comune attivamente. anche fornendo supporto politico alle idee giuste per tagli della spesa e delle tasse e basta.
    altro che aspettare e vedere… così vinceranno le grigie burocrazia ministeriali che sono ben più compatte quando si mina il loro potere (di spesa dei nostro soldi). eccheccazzo.
    niente proprio nessuno capisce una fava in questo paese.

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