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Torino, quel declino che i politici non vogliono vedere

agosto 29, 2012 Marco Margrita

L’arcivescovo Nosiglia parla della crisi della città piemontese, ma in questa analisi il sindaco non si ritrova. Sei anni dopo le Olimpiadi, ci si barrica dietro a immagini ottimistiche. Ma la povertà è in crescita

Torino non è più, da tempo, la città-fabbrica. Ed, infatti, da anni, non abbassa la saracinesca in contemporanea con la chiusura degli stabilimenti dell’auto. Ad essersi presa le ferie, rispetto alla questione Fiat, in anacronistica obbedienza al rito agostano d’un tempo, è stata solo la politica cittadina. A dire parole chiare sulla questione industriale ed operaia, quindi, è stata l’Arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia. Il titolare della cattedra di San Massimo non solo a dedicato la preghiera dell’Assanta agli operai di Mirafiori, ma ha osato, in più di un intervento, pronunciare la parola incriminata: declino. Secondo l’arcivescovo: «Se non si inverte l’attuale fase negativa, Torino corre il rischio di un declino che avrebbe conseguenti molto pesanti per tutta la popolazione nei prossimi anni». L’invito è alle «istituzioni nazionali e locali, ma anche alle componenti produttive del territorio, alle proprietà ed azionisti delle imprese, al credito e ai mass-media, affinché ciascuno faccia la sua parte, assumendosi con il massimo impegno le proprie responsabilità».

Le prime risposte, quelle del sindaco Piero Fassino e della segretaria provinciale del Pd Paola Brigantini, dalle colonne dei giornali, non sono certo state concilianti. Il primo cittadino, rivendicando le magnifiche sorti e progressive di due decenni abbondanti di governo della città da parte del centrosinistra, ha detto a Repubblica: «Non siamo una città in declino. Se fossimo solo noi in difficoltà, nel contesto più generale di un paese e di un’Europa in buona salute, allora si potrebbe parlare di declino. E invece mi pare che Torino stia nel range di una crisi internazionale che non risparmia nessuno. Ecco perché dico che non siamo un’isola infelice in mezzo a tante isole felici, ma siamo uno dei moltissimi territori alle prese con gli effetti di una crisi senza precedenti». La responsabile provinciale del partito di Bersani, sempre su Repubblica, ha pestato ancora più duro: «Nella polemica con l’arcivescovo Nosiglia, che ha invitato a pregare contro il declino della città, io ho scelto di stare convintamente con Fassino. Trovo sbagliato dare l’idea di un declino che non c’è o è qualcosa d’altro. L’arcivescovo dovrebbe farsi un giro intorno e si renderebbe conto che non è proprio come lui dice».

Sul fronte cattolico, ieri, un gruppo trasversale di “democristiani della diaspora” – Mino Giachino (Pdl), Giorgio Merlo (Pd), Marco Calgaro (Udc) e Vito Bonsignore (Pdl) – si sono confrontati con il fondatore del Sermig Ernesto Olivero, in un convegno presso l’Hotel Ambasciatori dal titolo: “Torino è in declino? Che fare per la crescita?”. Ne è uscito un ritratto della città diverso da quello ottimistico ed “olimpico” che ancora è egemonico nella narrazione dominante. In particolare, Olivero ha squarciato il velo sulle nuove povertà: «Sono almeno 10 mila al giorno le persone che assistiamo al Sermig». E la stessa cosa potrebbero dire molte altre opere presenti sotto la Mole. Non sarà un declino, ma forse dalla Curia l’angolo prospettico è migliore rispetto a Palazzo di Città.

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1 Commenti

  1. ragnar scrive:

    ‘Ndova son finì ij Piemontèis,
    ij legendari bogianèn,
    ch’a l’han nen trëmblà ‘dnans ij fransèis,
    ‘dnans a-i alman?
    Coi òmo fier ‘n po’ testard col pass pesant da montagnar,
    ch’a l’han fecondà sta nòstra tèra tribulà.

    ‘Ndova son finì coi Piemontèis
    con la vos dura e ‘l cheur ‘d ëvlu, ch’a l’han lotà,
    ch’a l’han sofert, ch’a l’han chërdu?
    Coi travajeur sensa soriss
    ch’a l’han piantà nòstre radiss,
    sota le fiòche, sota ‘l tuf, sota ‘l ciel gris.

    Lontan, lontan…
    come ‘n lament as leva ‘na canson,
    a l’è ‘l sospir profond ‘d la tradission,
    ch’a smija ‘d bësbijè ant j’orije ‘d nòstra gènt.
    Dësvijte bogianen aussa toa front,
    arvendica toa tèra, tò Piemont.

    ‘Ndova van ij Piemontèis
    con cola facia d’artajor
    ch’a smija spetè la man dal preive e dal sotror,
    e con al cul ‘nsavonà
    da presentè come ‘n bochèt
    al prim ‘beté ch’a mostra j’ale da galèt?

    ‘Ndova van ij Piemontèis
    col còl ‘stòrt e ij sòld ‘n man
    për marcandè ‘n po’ d’ilusion fin-a doman,
    con le scalose fòra ‘d l’uss
    per fè pì ‘n presa ‘npajè ij tond
    se ‘n deficènt a crija ch’a-i j’è la fin dal mond?

    Lontan, lontan…
    come ‘n lament as leva ‘na canson,
    a l’è ‘l sospir profond ‘d la tradission,
    ch’a smija ‘d bësbijè ant j’orije ‘d nòstra gènt.
    Dësvijte bogianen aussa toa front,
    arvendica toa tèra, tò Piemont.

    ‘Ndova finiran ij Piemontèis
    con l’italian an mess ai dènt
    e con le fomne e ‘l sol di Napoli ‘nt la ment,
    le braje pien-e ‘d confusion
    grassios cadò ‘d coi pelegrin
    mandà da Roma an nòstre vigne a fè ij padron?

    ‘Ndova finiran ij Piemontèis
    con le man veuide e ij tubo pien,
    imposission, nacià, gabèle, umiliassion,
    sensa ‘n drapò sensa destin,
    tra pizza mafia e mandolin,
    sensa ideal sensa ‘n ëspron sensa ambission?

    Lontan, lontan…
    come ‘n lament as leva ‘na canson,
    a l’è ‘l sospir profond ‘d la tradission,
    ch’a smija ‘d bësbijè ant j’orije ‘d nòstra gènt.
    Dësvijte bogianen aussa toa front,
    arvendica toa tèra, tò Piemont.

    Dësvijte bogianen aussa toa front,
    arvendica toa tèra, tò Piemont.

    (Gipo Farassino)

    La verità su Torino è che di torinesi e piemontesi veri ce n’è sempre meno. Una volta la gente di Torino e del Piemonte era semplice, fatta di contadini e operai che lavoravano dal mattino alla sera e che avevano il rispetto per l’autorità e la gente che incontravano. Spiace dirlo, ma da quando sono arrivati i meridionali prima e gli extracomunitari poi Torino e il Piemonte hanno perso quella semplicità e quella spinta geniale che gli avevano fatto affrontare periodi bui e pericolosi come l’assedio del 1706 (sacrificio di Pietro Micca) e il rischio di perdere l’indipendenza nel 1747. Di quell’anno è l’espressione bogia-nen (= non muoverti), che viene dalla battaglia dell’Assietta e che indica una persona risoluta ad affrontare le difficoltà. La verità è che bisogna ritornare ad essere dei veri bogia-nen e insegnarlo a tutti quelli che vogliono venire ad abitare in Piemonte: solo così Torino e il Piemonte potranno ripartire

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