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Toreada con la morte

agosto 9, 2017 Francesco Palmieri

A un secolo dalla nascita, storia, grazia e carisma di quello che è stato probabilmente il più grande matador di tutti i tempi

manolete

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Fu più pallido e assente quel pomeriggio di sole feroce, lo sguardo rivolto al toro e a una donna che non c’era. Quando infilò la spada fra le scapole del Miura chiamato Islero, 495 chili e un’indole pericolosamente mansueta, volle farlo con pazzesca lentezza e il toro non perdonò. Così, il 28 agosto 1947 Manuel Rodríguez Sánchez detto Manolete giocò la sua vita nell’arena minore di Linares a trent’anni appena compiuti. Come lui poco alla volta, qualcuno molto dopo, sono usciti di scena goccia a goccia tutti gli attori di quella tarde, così tragica per la Spagna che il capo di Stato Francisco Franco decretò tre giorni di lutto nazionale. Il testimone più importante è stato l’ultimo ad andarsene, all’imprevedibile età di 104 anni nel luglio 2016: Canito, celebre fotografo taurino, fu l’unico che documentò le estreme immagini di Manolete, dalla cornata alla morte nell’alba del 29 all’ospedale della cittadina andalusa.

Quest’anno, settanta dopo, non tutta la Spagna come accadde allora ma tutta quella degli aficionados ha celebrato il torero cordovese che nacque un secolo fa, con mostre, conferenze, pubblicazioni e la sua effigie sul cartello della Feria de San Isidro. Ti guarda con la tipica mirada triste che indossò sempre quando toreava e rifinì l’impronta irripetibile di artista statuario e verticale. La sua eterea, quasi stanca silhouette da meno di sessanta chili acuiva il contrasto con la massa orizzontale del toro, che la grazia di un’arte rischiosa sovrastava offrendo l’illusione temporanea di uccidere la morte dopo averci danzato. Scrisse il critico K-Hito, che gli forgiò il soprannome di “Monstruo”: «Manolete fu l’estetica e la statica».

Perciò, dopo di lui poté signoreggiare solo un matador sorridente. Già il pomeriggio di Linares certificò la successione al nuovo re, che aveva appena ventun anni e non credeva in Dio. Oppose all’assorto, religioso carisma di Manolete una bellezza quasi insolente e la totale estroversione del gesto e delle gesta, dentro e fuori la plaza. Era Luis Miguel Dominguín l’astro che quel giorno toreò con Manolete e avrebbe brillato fino ai primi anni Settanta sulle pagine taurine e nelle cronache rosa. Parola più parola meno, a quanti gli avrebbero chiesto di Linares diede sempre la medesima risposta: Manolete, secondo Dominguín, già portava la morte stampata sul viso prima di entrare nell’arena. «Cascò sul toro con l’inguine aperto offrendogli la femorale. Non fu il toro che prese Manolete, piuttosto lui che prese il toro. Islero mosse solo un po’ la testa e girò il corno destro con tutto il peso del torero sopra». Ricadde sulla sabbia come una bambola di pezza nel traje de luces che quel giorno aveva scelto colore rosa pallido.

Doña Angustias e «la sgualdrina»
Nell’apparente miglioria seguita all’intervento chirurgico, fra le poche cose dette fumando una sigaretta, El Monstruo lamentò il dispiacere che avrebbe dato alla mamma: doña Angustias, vedova di due toreri morti però per malattia (il secondo, papà di Manolete, passò alla storia perché molto miope, combatteva le corride con gli occhiali). Quando si arricchì, Manolete realizzò il primo di due sogni: una vita agiata per lei. Le comprò il più bel palazzetto di Cordova, appartenuto al padre del filosofo aficionado taurino José Ortega y Gasset, e oggi proprietà dell’imprenditore di tlc Antonio Carrillo. Il secondo sogno si chiamava Antoñita Bronchalo Lopesino, attrice di poca fortuna e già amica di toreri. Manolete s’innamorò pazzamente del suo sguardo. Lei, nome d’arte Lupe Sino, saputa la notizia di Linares s’era messa in viaggio e adesso stava fuori della stanza mentre lui moriva. L’impresario e i collaboratori non fecero entrare quella che doña Angustias chiamava «la sgualdrina», temendo forse un matrimonio in articulo mortis che l’avrebbe resa erede, perché Manolete diceva da tempo di volersi ritirare e progettava di sposarla. L’unica volta che il matador statuario cedette alla passione non gli fu perdonata da nessuno, come debolezza inaccettabile e cagione persino del “disgusto” con cui aveva ultimamente toreato. È che il mondo una volta fissato un cliché mal ne tollera la rottura: ai Manolete signorili e devoti alla mamma non si consente sensuale romanticismo. Se avesse sempre assaporato numerosi e meno intensi amori non avrebbero eccepito. Ma doveva essere un altro. Dominguín per esempio: le sue attrici si chiamavano Ava Gardner, Romy Schneider, Lucia Bosé e le donne che ebbe furono forse duemila quanti i tori uccisi in carriera. Avrebbe scritto un giorno, all’amico Pablo Picasso, che «il torero combatte perché sulle gradinate c’è la donna». «Se la donna non presenziasse alla festa i toreri non esisterebbero. Per lo meno io».

Dominguín aggiunge che «lo stimolo della donna» non si riferisce a una donna reale, ma «è l’immagine simbolica del desiderio di felicità che ogni uomo porta in sé». Per Manolete invece la donna sulle gradinate non fu l’astratto simbolo di tutte, ma una sola, che malgrado la gelosia della madre e l’avversione generale si chiamava Lupe Sino. E se quel giorno a Linares non c’era, quel giorno mancavano tutte le donne.

Di un remoto amore, che spiega anche l’ultimo, aveva raccontato in un’intervista due giorni prima di incontrare Islero. Quando il giornalista domandò l’origine del suo mechón de pelo blanco, confidò che una volta amava «pazzamente» una ragazza di Cordova alla quale piaceva pure lui, ma non trovò il coraggio di dichiararsi. Attese un anno, due, finché tornato da un viaggio la ritrovò sposata. Per otto giorni pianse come un bambino e alla fine quel ciuffo, che i compagni gli tiravano quando stava in collegio, diventò tutto bianco: «È un sigillo di questa mia odiosa timidezza che la gente scambia per orgoglio».

Quel profumo inconfondibile
Lupe Sino morì, il più possibile dimenticata, una domenica di settembre del ’59 in un povero quartino madrileno, mentre nella plaza della capitale si matava un toro battezzato Islero, perché il destino traccia linee che gli uomini non possono abolire. Molto le sopravvisse la matriarca Angustias, fino alla soglia dei cent’anni, quando s’addormentò nella più bella casa di Cordova il 12 novembre 1980, cieca da tempo, guardando solo un figlio che non c’era più. Aveva chiesto di essere sepolta con lui nel cimitero di Nuestra Señora de la Salud, sotto il mausoleo di marmo che raffigura Manolete sul letto di morte. Fecero posto riesumando e spostando ciò che restava del Monstruo in un sacchetto ai piedi di doña Angustias. Sul teschio del torero era attaccato ancora un ciuffo, riferì al giornalista Tico Medina chi partecipò alla cerimonia.

Ci sono, tra le ipotesi di fascino forse sfuggite a Dominguín, quelle di una distanza mai colmata che si dissolve in aria come il fruscìo della muleta sfiorata dal toro. Un giorno le donne del Barrio di Santa Marina, interrogate se si ricordavano di Manolete, dissero che ne percepivano il passaggio dalle finestre aperte, senza vederlo, per l’inconfondibile profumo della sua colonia di nardo. Lo dissero ormai da cinquantone, mentre agitavano i ventagli per il caldo e perché l’aria smossa restituisse, con la fragranza del torero, la loro giovinezza e qualche sogno nell’illusione temporanea di uccidere la morte.

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