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Timor est: rinasce da mille sofferenze la più giovane nazione dell’Asia

gennaio 5, 2013 Matteo Rigamonti

Breve storia di una terra che, dopo anni di efferate violenze e ingiustizie, sembra finalmente aver trovato un po’ di pace. Dalla prima indipendenza, alla visita del papa, alla seconda indipendenza a oggi.

Dopo quasi quarant’anni di sofferenze Timor Est è una nazione. Si è compiuta lo scorso capodanno la missione di pace delle Nazioni Unite che sull’isola durava da 13 anni, ossia da quando Dili ha proclamato la sua indipendenza, dopo 25 anni di massacri e soprusi ad opera dell’esercito indonesiano. Ad attirare le mire dei potenti su Timor Est sono sempre state le ingenti risorse petrolifere che da più parti nel corso degli anni hanno provato ad accaparrarsi. Il secondo motivo di interesse è la posizione strategica dell’isola, i cui mari toccano i 3.300 metri di profondità, una profondità alla quale i sottomarini non possono essere localizzati dai satelliti.

UN PO’ DI STORIA. L’isola di Timor, nel sud-est asiatico, è stata colonizzata nel XVI secolo da portoghesi e olandesi che, nel 1904, si spartirono i territori: al Portogallo andò Timor est, all’Olanda Timor Ovest. Durante la seconda guerra mondiale l’isola venne poi conquistata dai giapponesi, ma, alla fine del conflitto, Timor Est ritornò sotto controllo portoghese e Timor Ovest divenne territorio indonesiano. Fu in concomitanza con la rivoluzione dei garofani in Portogallo che, il 28 novembre 1975, Timor Est dichiarò la propria indipendenza; passati nove giorni, però, l’esercito indonesiano prese il controllo dell’isola dopo averla invasa e i militari con gli “squadroni della morte” diedero inizio a un massacro di civili, che contribuì a ridurre la popolazione di un terzo nel giro di un decennio (oggi gli abitanti sono 600/800 mila), nel silenzio dell’opinione pubblica internazionale. Qualche mese più tardi, nel luglio del 1976, l’Indonesia dichiarò Timor Est sua provincia. Le Nazioni Unite si opposero dichiarando quella parte dell’isola “territorio non autogovernato sotto l’amministrazione portoghese”.

COME IN CAMBOGIA. Da allora ebbe inizio un periodo di violenza estrema nei confronti della popolazione timorense: per anni i militari indonesiani fecero di tutto per cancellare le tracce della secolare presenza portoghese e l’eredità delle missioni cattoliche che fino ad allora avevano contribuito a edificare la società. Non ci sono documenti ad attestarlo, ma chi ha avuto la fortuna di visitare Dili, la capitale, Aileu e le altre città dell’isola in quegli anni racconta che le violenze nei confronti della popolazione (cattolica al 90 per cento, mentre l’Indonesia era in maggioranza musulmana) furono anche peggiori di quelle perpetrate in Cambogia dai Khmer rossi: a Timor Est si sono sempre parlati una miriade di dialetti, ma la lingua comune era il portoghese e chiunque veniva scoperto a parlarlo veniva ucciso seduta stante, tanto che le generazioni dei trentenni e quarantenni di oggi ancora non lo parlano, mentre lo parlano sia gli anziani sia i più giovani. Ad aiutare queste persone, costrette a nascondersi da sole o in gruppi in minuscole e disumane buche nella foresta, ci furono anche numerosi uomini di chiesa. Persino quelle piante tipiche che mettono fiori rossi venivano sradicate dai militari per il solo fatto che il rosso, accostato al verde delle foglie, ricordava la bandiera portoghese.

LA VISITA DI GIOVANNI PAOLO II. In tutta l’Indonesia e a Dili in particolare si recò in visita nell’ottobre del 1989 Giovanni Paolo II, dove celebrò una messa nella spianata di Tassi Toli. «Per troppo tempo avete sofferto per la mancanza di stabilità che ha reso il vostro futuro incerto», aveva detto Giovanni Paolo II nell’omelia. «Dev’essere fermamente assicurato il rispetto dei diritti che rendono la vita più umana: diritti degli individui e diritti delle famiglie. Prego affinché tutti coloro che hanno responsabilità per la vita del Timor orientale agiscano con saggezza e buona volontà verso tutti, mentre cercano una soluzione giusta e pacifica». E poi aggiunse: «Cari fratelli e sorelle in Cristo: chi sarà il sale che conserva la vita nella morte, se non voi? Chi sarà la luce che illumina la saggezza nell’oscurità, se non voi? Voi che siete rimasti saldi nella fede da quando il Vangelo si è diffuso per la prima volta in questi luoghi quattro secoli fa? La vostra terra ha bisogno di salvezza cristiana e di riconciliazione». Quando toccò il suolo di Timor Est, il papa, non baciò il terreno come era solito fare in ogni stato e come aveva fatto anche in Indonesia probabilmente perché non voleva mettere ulteriormente a rischio la posizione dei cattolici dell’isola.

IL MASSACRO AL CIMITERO. Sull’isola nulla cambiò fino al 12 novembre 1991, quando il massacro di Dili balzò agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Quel giorno, al cimitero di Santa Cruz, si celebravano le esequie di Sebastiao Gomes, un indipendentista giustiziato pochi giorni prima dalle truppe indonesiane, e, durante le celebrazioni, scoppiarono disordini che terminarono in un eccidio da parte dell’esercito che costò la vita a centinaia di civili (sicuramente più di 250). Il massacro venne ripreso da un giornalista facente parte della delegazione che era accorsa a Timor Est in quei giorni per seguire la presenza dell’ispettore Onu sui diritti umani in missione sull’isola. Le efferate immagini delle uccisioni fecero il giro del mondo e oggi si trovano ancora su Youtube. Nel 1999, in seguito alla pressioni della comunità internazionale, fu indetto un referendum per l’indipendenza; gli indipendentisti vinsero con il 78 per cento (anche se l’indipendenza divenne effettiva solo nel 2002), ma sull’isola si scatenò un’ondata di violenze che portò all’intervento delle Nazioni Unite: era la missione di peace keeping che è poi durata fino al capodanno scorso.

LA PIÙ GIOVANE NAZIONE ASIATICA. Il motivo che sta all’origine della partenza dei caschi blu è semplice: finalmente a Timor Est c’è un minimo di stato, ci sono istituzioni democratiche (un presidente, un primo ministro, un governo e un parlamento) e c’è una costituzione sul modello di quella portoghese. Questo è un fatto positivo, perché segna la nascita della più giovane nazione dell’Asia, la seconda cattolica, dopo le Filippine. Anche se c’è chi saluta, se non con malizia almeno non con gioia, la fine della decennale presenza della delegazione Onu, ipotizzando il raggiungimento di accordi poco trasparenti sulla spartizione del petrolio da parte degli attori in gioco, a discapito del governo di Timor Est.

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