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The Words, quando a essere mediocri sono proprio le parole

settembre 25, 2012 Simone Fortunato

Mediocre thriller dell’identità, deludente sotto il profilo della narrazione, della gestione della suspense e della storia in generale. La storia è presto detta e assai risaputa: un giovane scrittore (Bradley Cooper) ha conosciuto un grande successo. È invitato a tutti i party letterari più esclusivi e ottiene riconoscimenti nazionali e internazionali. Il suo rapporto con […]

Mediocre thriller dell’identità, deludente sotto il profilo della narrazione, della gestione della suspense e della storia in generale. La storia è presto detta e assai risaputa: un giovane scrittore (Bradley Cooper) ha conosciuto un grande successo. È invitato a tutti i party letterari più esclusivi e ottiene riconoscimenti nazionali e internazionali. Il suo rapporto con la bella Dora (Zoe Saldana) va a gonfie vele così come il conto in banca che non dà alcun problema. Sembra il coronamento di un sogno mai accantonato, dopo tanti anni di fatiche, lavori umili e saltuari, notti insonni passate a cercare le parole perfette nella speranza del grande salto. E ora, al colmo del successo, la svolta: un vecchio misterioso (Jeremy Irons) lo accusa di essersi appropriato del suo romanzo, perduto decenni prima.

QUANTI DIFETTI. Ingessato in una struttura narrativa ovvia e per nulla funzionale, il film dei due esordienti Brian Klugman e Lee Sternthal ha tutti i difetti dell’opera prima: la narrazione (lo script è degli stessi registi, anche attori in ruoli di secondo piano) è schematica, gli snodi prevedibili e i colpi di scena praticamente nulli. E anche il cast, sulla carta interessante (Irons, Cooper, la bella Saldana, Olivia Wilde più un paio di caratteristi in gamba come J.K. Simmons e John Hannah) gira male. La vicenda con protagonisti la coppia Quaid-Wilde è la parte peggiore: dovrebbe fare da cornice alla vicenda e riassumere in sé la morale della storia ma, un po’ per la scrittura debole, un po’ per una regia inesperta nel gestire i troppi piani narrativi, stenta a decollare. In più i personaggi sono inerti e non sono aiutati dall’interpretazione dei due attori. Quaid non riesce mai a conferire autenticità al suo carattere, la Wilde è tanto bella quanto algida e inespressiva. Un po’ più avvincente è la storia di Cooper alle prese con il sapore amaro del successo. Al di là della colonna sonora, irritante, Bradley Cooper e la Saldana regalano qualche momento di verità nelle sequenze intime e domestiche. Peccato che anche qui gli sceneggiatori si dimentichino di contestualizzare e di dare corpo alla vicenda della coppia: il rapporto tra la famiglia e lo scrittore, potenzialmente interessante, è risolto in due scene; della vita al di fuori di casa di Dora si sa poco o nulla.

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Quando arriva la svolta — ahinoi assai telefonata — le cose precipitano: Irons nei panni di un vecchio scrittore per caso non è credibile e il racconto che fa rievocando una vicenda dolorosa avvenuta a Parigi subito dopo la Seconda guerra mondiale e che sulla carta dovrebbe commuovere ed emozionare lascia invece molto freddi per i motivi già visti. Alla fine quando, dopo i troppi salti tra passato, presente, pagina scritta e raccontata, si torna dalle parti di Quaid, lo spettatore che sia stato un minimo attento alla vicenda si ritrova in tasca il segreto celato dietro alle parole del titolo. Un segreto di Pulcinella, purtroppo.

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