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The Grey, una lotta contro i lupi per ritrovare se stessi

dicembre 6, 2012 Simone Fortunato

The Grey è un grande thriller selvaggio e fisico con al centro la lotta per la sopravvivenza di un uomo solo contro tutto e tutti. Soprattutto, contro una Natura bestiale e violenta che pare uscita da uno dei capolavori di John Boorman. Ottway (un grande Liam Neeson) lavora per una raffineria di petrolio in Alaska. […]

The Grey è un grande thriller selvaggio e fisico con al centro la lotta per la sopravvivenza di un uomo solo contro tutto e tutti. Soprattutto, contro una Natura bestiale e violenta che pare uscita da uno dei capolavori di John Boorman. Ottway (un grande Liam Neeson) lavora per una raffineria di petrolio in Alaska. È coinvolto in un incidente e con pochi compagni finisce, senza poter chiedere aiuto, nel cuore dell’Alaska a centinaia di chilometri dalla civiltà. Dovrà imparare a sopravvivere guardandosi le spalle dai lupi e non solo da loro.

GHIACCIO E INFERNO. Joe Carnahan dirige un thriller secco e senza fronzoli mettendo l’uno contro l’altro, come in un duello infernale, un carismatico Liam Neeson – davvero in uno dei suoi ruoli migliori – e una Natura ostile, gigantesca, mostruosa in cui si riconoscono le tracce di tanti romanzi di Jack London ed Ernest Hemingway. Il regista californiano, che ha alle spalle buoni film come A-Team, sempre con Neeson protagonista, e soprattutto il torbido noir Narc, confeziona un film in cui tensione e realismo vanno a braccetto sin dalle prime sequenze (quella dell’incidente è molto forte e inaspettata) fino al racconto del tentativo di fuga di Ottway. La confezione è pregevole. La fotografia illumina ambientazioni splendide e inquietanti che immergono lo spettatore in un’avventura nei ghiacci dove, sequenza dopo sequenza, pericolo dopo pericolo, le paure più elementari (il buio, la solitudine, la fame, i lupi) prendono il sopravvento e intaccano le certezze.

REALISMO. La sceneggiatura solida ed essenziale che lo stesso Carnahan trae da un racconto breve di Ian Mackenzie Jeffers aumenta realismo e tensione e ci regala qualche sorpresa: la voce fuori campo di Neeson che ricorda il dolore ancora fresco per la perdita della moglie è forse un richiamo alla vicenda terribile che Neeson ha provato sulla sua pelle quando si è visto portare vita la moglie Natasha Richardson, morta nel 2009 proprio sulla neve per una caduta dagli sci. Neeson combatte la sua battaglia contro gli incubi della moglie morta tra i ghiacci e contro la paura più grande di tutti e che forse tutti abbiamo. Quella di non farcela, di non riuscire a superare il lungo deserto freddo dell’Alaska che è – e questo è davvero il punto di forza del film di Carnahan – un luogo fisico ma anche spirituale in cui è possibile perdersi, rimanere indietro senza che nessuno lo sappia o ci venga in aiuto. Un luogo insomma in cui morire non è mai stato così tragico.

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