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«Tfa? Il nostro problema è culturale: non riteniamo l’educazione una priorità»

marzo 5, 2012 Carlo Candiani

Interivsta a Roberto Pellegatta, preside di un liceo professionale in Brianza: «L’avvio del Tfa è fondamentale, ma non vogliamo capire che l’ingresso nella scuola deve essere valutato, non può essere più “ope legis”».

A giugno il Tfa aprirà le porte, secondo quanto comunicato dal Ministero dell’Istruzione. «Finalmente dopo un lungo ritardo, e per merito di una battaglia avviata dai giovani insegnanti, inizia questo percorso abilitante» dichiara a tempi.it il prof. Roberto Pellegatta, preside di un liceo professionale in Brianza e presidente dell’Associazione professionale di dirigenti scolastici Disal. «Sicuramente sarà un’occasione per ringiovanire la classe docente, perché in Europa l’età media dei docenti italiani (52/53 anni) è la più alta in assoluto, e questo crea ed aumenta sempre più i problemi della comunicazione e del rapporto tra insegnante e allievo. Però c’è il nodo reclutamento ancora da scogliere».

Come agevolare questo passaggio cruciale?
La priorità è reclutare insegnanti: prima si riesce, meglio è. Su 700 mila insegnanti effettivi, attualmente ci sono qualcosa come 140 mila supplenti, che sono precari, e questa situazione fa pagare enormi danni didattici specialmente agli istituti professionali, tecnici e alle scuole elementari. Il problema è la stabilizzazione dei docenti: non conta che si faccia con un concorso o con la sperimentazione del reclutamento diretto, l’importante è che si faccia prima possibile. Purtroppo, il ministero ha dimostrato di essere affaticato nella gestione del reclutamento.

È dal 2008 che si aspetta l’apertura del Tfa. È stato fatto solo ora per problemi economici?
Anche, ma non è il dato decisivo. La scuola italiana soffre da decenni di una irrazionalità gestionale. Per quale motivo, tutte le politiche dei passati governi hanno sempre messo la scuola all’ultimo posto? Questo ritardo è il risultato di una ristrettezza culturale: facciamo fatica a capire, nonostante qualche dichiarazione di principio, che la formazione e l’educazione dei giovani sono una priorità cruciale.

Quindi, il ministro Profumo sta cercando di sistemare una situazione deteriorata da anni.
Esatto. Anche perché va benissimo abilitare i giovani ma poi bisogna reclutarli, farli entrare a scuola. Chi osserva da fuori le vicende della scuola italiana, si accorge spesso di entrare in un ginepraio in cui è difficile districarsi, e non ha tutti i torti. La gestione centralistica del sistema ha generato situazioni complicate da risolvere. Le famose “risorse”, sia economiche che occupazionali, possono essere ottimizzate solo da iniziative incisive che partano dal basso, sul territorio. Vogliamo davvero rimediare alla cecità degli ultimi tempi? Forse sarò vecchio, ma sono pessimista. 

È solo un problema politico?
Ripeto: si fa fatica dal punto di vista culturale a concepire la scuola come “la” priorità. Non è solo la classe politica ad avere questa difficoltà: è la mentalità corrente delle famiglie. Quante famiglie sono disposte ad investire una parte importante del proprio bilancio familiare sull’istruzione dei figli, piuttosto che per l’acquisto dei costosissimi iPhone o per una vacanza di un certo livello? E questo pensiero dominante ha conseguenze concrete: la disoccupazione giovanile, che è la più alta d’Europa.

E i sindacati che ruolo giocano in tutta questa storia?
I sindacati hanno fatto di tutto per rallentare i Tfa, fondamentalmente per privilegiare i precari che sono già dentro le graduatorie e questo è un altro grave problema di debolezza culturale. Non vogliamo capire che l’ingresso nella scuola deve essere valutato, non può essere più “ope legis”.

Cioè?
Bisogna individuare il merito, le capacità: per questo la sperimentazione che la Regione Lombardia ha deciso di avviare, con un metodo di reclutamento più vicino alla scuola, non più con le graduatorie nazionali e regionali, sarebbe molto utile: chi meglio della scuola è in grado di valutare la preparazione di una persona all’insegnamento? Chissà perché gli ospedali e i Comuni possono fare i concorsi per reclutare direttamente il loro personale mentre la scuola deve sottostare a uno statalismo centralista.

I sindacati potrebbero bloccare i Tfa?
Mi auguro di no. Ma chi garantisce che il Parlamento non faccia qualche scherzetto in corso d’opera?

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