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«Tfa, attenzione! I numeri che ci sono in giro sono un po’ ballerini»

marzo 6, 2012 Carlo Candiani

Intervista a Mariella Ferrante, presidente di Diesse Lombardia, sul Tirocinio formativo attivo. «Ci possono docenti che presenziano in due o tre graduatorie contemporaneamente».

La decisione dello svolgimento del Tfa (Tirocinio formativo attivo), da parte del ministero dell’Istruzione, rimette in primo piano la complessità della situazione organizzativa in cui vive la scuola italiana. Il Tfa coinvolgerà circa ventimila candidati, perlopiù giovani universitari, in attesa di abilitazione all’insegnamento, autorizzandoli in seguito a partecipare a concorsi per l’arruolamento nelle sedi scolastiche, attraverso regolari concorsi. Dopo uno “scienziato delle leggi” (Giovanni Cominelli) e un preside di liceo (Roberto Pellegatta), tempi.it ha contattato Mariella Ferrante, presidente di Diesse Lombardia, una delle associazioni di docenti più presenti sul territorio.
«Si sono chiuse le graduatorie e noi dell’associazione non vogliamo che si riaprano. Attenzione, però, perché i numeri che circolano sono un po’ ballerini. Ci possono docenti che presenziano in due o tre graduatorie contemporaneamente: un insegnante di lettere può essere iscritto alle graduatorie al tecnico, al classico, allo scientifico. D’altra parte, che ci siano troppi insegnanti è sotto gli occhi di tutti. L’altro aspetto è che c’è un certo numero di precari abilitati, che hanno fatto supplenze in questi anni e tante supplenze: vuol dire per lo Stato pagare un numero di docenti per un unico posto. Sul piano culturale e politico, da parte degli insegnanti che vivono il precariato, c’è ormai l’abitudine a considerare la supplenza partendo dalla graduatoria e dalla propria abilitazione, sperando, poi, nella leggina che li assorba immettendoli in ruolo. Il problema è che manca il regolamento del reclutamento, cosa che l’ex ministro Mariastella Gelmini non ha fatto, frenata dalle insormontabili questioni sindacali: una difesa ad oltranza dei precari che, va detto, hanno anche loro le loro ragioni. Corretto sarebbe l’avvio del numero programmato degli abilitati, ma ci vuole il regolamento del reclutamento: una volta che si abilita, il ministero dovrebbe immediatamente indire un concorso in cui confluiscano precari abilitati e nuovi abilitati, per i posti che sono necessari».

Ci aiuti a fare un quadro realistico della situazione.
Ci sono alcune graduatorie che sono deserte. Non è vero che dappertutto ci sia surplus. Per esempio, in Lombardia, si ha un grande problema di insegnanti nella scuola primaria. Mentre in quasi tutte le regioni le classi sono diminuite, in Piemonte, Lombardia e Veneto la presenza degli stranieri ha implicato un aumento delle classi. Se oggi tu hai bisogno di un insegnante alle elementari abilitato non lo trovi in graduatoria. Per esempio, in matematica e fisica la graduatoria è esaurita e così per una serie di materie tecniche. I nostri tecnici sono un fiore all’occhiello? Ebbene da anni su queste materie si chiamano supplenti non abilitati, perché c’è il deserto di abilitati, anche perché le università interessate, per esempio il Politecnico di Milano, non ha primario interesse a formare i propri studenti all’insegnamento. Questa è la situazione: il problema immediato, prima che economico, è che fatta l’abilitazione bisognerebbe fare il regolamento del reclutamento e il concorso per dare luogo alla possibilità di assumere là dove mancano insegnanti, mettendo a concorso i più giovani e più vecchi.

Come si potrebbe sistemare definitivamente la questione?
Ci vorrebbe una rivoluzione. Ci vorrebbe una chiamata diretta cioè la possibilità di poter selezionare gli insegnanti dalle reti di scuole, non solo attraverso l’abilitazione, ma anche secondo il curriculum. Perché in certe scuole ci potrebbe essere bisogno di certi insegnanti, differenti che in altre scuole, e da altre parti una riduzione del personale. L’importante è non essere schematici o massimalisti Non bisogna nemmeno “buttare via” questi ventimila giovani, altrimenti non ne veniamo più a capo! Il guaio è che non esiste ancora un progetto di sistema.

In un ripensamento della scuola qual è un modo possibile per ridurre il numero degli insegnanti e rivisitarne il loro ruolo, compito e stipendio?
Per prima cosa riprendere in mano il discorso della riduzione del percorso scolastico di un anno, che era stato affrontato dal ministro Berlinguer (la chiusura della scuola a diciotto anni con lo sconto di un anno nelle superiori). A suo tempo non andò in porto per una forte opposizione. La priorità, in questo caso, non è tanto la riduzione dei costi, ma adeguare l’uscita della scuola dei ragazzi italiani a quella degli altri europei a diciotto anni. E poi sarebbe giusto ripensare a quello che si chiama “core curriculum”, ovvero le materie fondamentali per ogni tipo di scuola. Ma un ragazzo che esce dalle medie, dalle elementari, dai licei, che cosa deve effettivamente sapere? Per certi aspetti, tutto il compito informativo che la scuola aveva un tempo, oggi l’ha molto meno, perché le fonti informazione sono a disposizione di tutti. Per la scuola d’oggi è più importante strutturare un percorso che aiuti a convogliare queste informazioni. Quindi servirebbe una riduzione delle materie insegnate. Un ripensamento che non dovrebbe essere gestito centralmente ma essere valutato nelle singole situazioni: la sospirata autonomia scolastica.

Cambierebbe anche il modo di reclutare gli insegnanti?
Prenda la novità del Tfa, il tirocinio: finalmente si intuisce che il problema per capire se l’insegnante è adeguato non è semplicemente la preparazione teorica universitaria sui contenuti delle discipline, ma la verifica in atto delle sue capacità pedagogiche, psicologiche, comunicative, di relazione e di responsabilità nella conduzione del sistema scolastico in cui viene inserito. Da questo punto di vista, rispetto poi al reclutamento, bisognerebbe ripensare la modalità di assunzione di un insegnante in una certa scuola. Pensiamo ad un quartiere di Milano ad alta immigrazione e facciamoci una domanda: non è più importante assumere un insegnante che abbia nel suo curriculum esperienze con gli stranieri, che abbia competenze di mediazione culturale, rispetto ad un altro che non presenta queste particolarità?

È per questo che l’apertura allo svolgersi del Tfa è una notizia interessante?
Questa decisione ministeriale apre a concepire il profilo professionale degli insegnanti anche nel reclutamento. Il fatto di aver cominciato a dire che, per definire la competenza dell’insegnante, non basta la preparazione universitaria teorica, ma occorre anche il tirocinio, vuol dire che cominciamo a pensare all’insegnante in modo diverso, con un occhio al reclutamento. Bisogna lavorarci, ed è qui che viene fuori la proposta della Lombardia per l’assunzione dei docenti.

E Diesse Lombardia come si è messa a lavorare?
Sollecitati da molti giovani insegnanti (“giovani” per modo di dire, non essendoci le abilitazioni dal 2008, arrivano anche ad avere 35 anni) abbiamo svolto un lavoro con loro, che è stato utilissimo a posteriori: organizzando corsi per gruppi sui contenuti disciplinari fatto con insegnanti esperti, valutando le competenze disciplinari, secondo le indicazioni nazionali, calandole nella scuola, secondo la prospettiva dell’attività didattica. I corsi li abbiamo intitolati, simpaticamente “Ecco chi TiFA x te”. È stato un servizio per tutta Italia, che si è potuto seguire anche in videoconferenza.

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