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Come difendere la fede senza alzare la voce. Il rischio di una testimonianza personale, cioè pubblica

luglio 4, 2015 Martina Pastorelli

La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione, diceva Benedetto XVI. Così “Catholic Voices” cerca di tradurre queste parole nella vita pubblica

Questo articolo, tratto dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).

Non è soltanto un saggio di comunicazione e di strategia della comunicazione. Come difendere la fede senza alzare la voce è prima di tutto una guida ragionata a quello che dice la Chiesa cattolica nelle materie (matrimonio, contraccezione, aborto, omosessualità, eutanasia, donne, eccetera) che la quotidiana controversia mediatica espone con sentimento polemico e, quasi sempre, a prescindere dalla conoscenza di quello che veramente la Chiesa dice. Perciò, come abbiamo detto in occasione di una presentazione pubblica del volume, si può (e si deve, a nostro modesto parere) storcere il naso e non essere affatto convinti che il paolino «rendere ragione della speranza che è in voi» sia traducibile con un approccio che ripone la propria speranza in una strategia di “bon ton”, nel senso più nobile del termine, di attenzione alla “sensibilità” dei nostri interlocutori.

Però, nel bailamme di un mondo cattolico in cui proliferano parole e orientamenti che in nome del “dialogo” si impediscono di dire l’identità da cui un vero dialogo non dovrebbe mai prescindere – pena la mimesi con la mentalità dominante al fine di ottenere da essa riconoscimento e consenso – sorprende positivamente la consapevolezza che per dialogare non bisogna annacquare ciò che si è, si crede e in cui si consiste umanamente parlando. Ma, piuttosto, occorre approfondire, conoscere, sapere di cosa stai parlando, quando umanamente ti esponi con la tua fede, le tue convinzioni, le tue ragioni, in pubblico agone. Come ogni fenomeno storico, il cristianesimo chiede soltanto una cosa: di non essere rifiutato prima di essere conosciuto.

Ora, sempre in quella presentazione pubblica, il vescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi, avvertiva i partecipanti alla conferenza circa la prevalenza di tre fenomeni tipici del nostro tempo. Primo, il progressivo restringersi, anche nelle democrazie occidentali, degli spazi di libertà. Secondo, l’affermarsi dell’ostilità al cristianesimo, in diverse forme, ma con regolarità e ovunque nel mondo; terzo, la tendenza a relazionarsi con il fenomeno “Chiesa” non a partire da contenuti e sulla pretesa verità da essa annunciata, ma solo ed esclusivamente sulla base del ruolo di “agenzia umanitaria”, Ong, strumento di fisiologia, igiene e integrazione sociale che essa rappresenterebbe agli occhi dei poteri di questo mondo. A fronte di questa situazione, osservava Crepaldi, «la dimensione pubblica della Chiesa non è necessaria, è essenziale».

È quello che abbiamo colto nel tentativo di Martina Pastorelli. Per questo le abbiamo chiesto di raccontarci come è nata la sua “Catholic voice”, sezione italiana. Qualunque ne sia l’esito, l’iniziativa nasce sana. Perché nasce dall’urgenza di dare risposte a un marito e a un mondo di frequentazioni tendenzialmente ostili al cristianesimo. Non nasce come un accomodamento borghese alla mondanità o come clericalismo strategico. Ma come rischio e testimonianza personale. Cioè pubblica.

come-difendere-fede-libroLa goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, data con tono tra l’incredulo e lo sprezzante durante la cena che chiudeva uno splendido fine settimana di festeggiamenti per il 50esimo compleanno di mio marito. Immaginatevi la scena: una tavolata di amici in uno dei posti più belli al mondo, mare e pini marittimi in lontananza, cielo stellato e lumI di candele tutto intorno; in un clima rilassato, nel bel mezzo di una conversazione “leggera” condita da diversi bicchieri (a testa) di ottimo vino bianco, arriva la frecciata di Ian, brillante professionista londinese, omosessuale dichiarato: «Ma l’avete sentita l’uscita di Mr. Barilla, che ha detto che per la sua azienda esiste solo la famiglia tradizionale?!».

Stupore e irritazione percorrono immediatamente i presenti. Subito scattano reazioni oltraggiate, fioccano coloriti commenti, ed è tutto uno scuotere di teste, dirsi scioccati di fronte a tanta disumanità, indignarsi per l’atteggiamento bigotto di Barilla e di chi (leggi: la Chiesa e, per analogia, i cattolici) lo sostiene e lo ispira in questa difesa ostinata, irragionevole, corporativa e financo fascista, di un modello sociale vetusto e discriminatorio.

Io, che la dichiarazione rilasciata poche ore prima da Mr. Barilla non l’avevo proprio sentita e non potevo quindi neanche rettificare eventuali inesattezze, cominciai ad agitarmi. Ora, mettetevi nei miei panni: ero l’unica cattolica (e neanche troppo fervente) in un gruppo di agnostici/secolaristi/atei, per di più inglesi, quindi, come spesso scherzo, costituzionalmente “allergici” al cattolicesimo. Tutti amici storici della mia dolce metà (anche lui, per nascita, suddito di sua Maestà). Tutti con ottimi studi alle spalle e promettenti carriere già ben avviate davanti a sé. Tutti abitanti della città più cool del pianeta: Londra. Tutti sedicenti “umanisti”. Tutti – come si dice – “persone di mondo”.

Lo ricordo ancora come se fosse oggi quel momento spartiacque: nella testa mi si affacciarono una serie di frasi, e pensieri, e concetti. Inevitabilmente stizziti e difensivi di fronte a quella che a me sembrava una manifesta scorrettezza e una palese ingiustizia. Avevo voglia di urlare “ma di che cosa stiamo parlando?!”, far presente che non occorre essere cattolici per difendere la libertà di pensiero e di espressione (tanto più se esercitata senza offendere nessuno) o il diritto dei bambini di avere un padre e una madre (che evidentemente non sono la stessa cosa). Per far presente che dirsi a favore della famiglia naturale non è una questione confessionale, ma logica. E di buon senso.

Ma stetti zitta. Rimuginai in silenzio le mie considerazioni, principalmente per un motivo: temevo che intervenendo avrei finito per “scaldarmi” e quindi per alzare la voce, e in ultima analisi per discutere invano nel tentativo di mostrare l’evidenza a chi non voleva vederla; e siccome non mi andava di rovinare con una litigata la festa a mio marito (che tra l’altro la pensava come “loro”), tacqui.

Quel silenzio mi pesa ancora adesso, a tre anni di distanza. La conversazione poi proseguì, e si spostò su altri argomenti, ma non dopo aver confermato in tutti la convinzione che certe posizioni oscurantiste e discriminatorie non possano più essere tollerate, si debbano rovesciare e vadano anzi “punite”.

Prova a giustificarti
“Loro” parlavano d’altro e io continuavo a pensare a quello che avrei potuto dire, sentendomi più frustrata che mai. Rinunciando per diplomazia a far sentire la mia voce fuori dal coro, avevo dato per scontata l’impossibilità di intenderci e in fin dei conti avevo perso un’occasione per chiarire, per spiegare: magari non li avrei convinti (di certo, non tutti) ma avrei potuto fare un po’ di luce per aiutare a vedere tra i pregiudizi. Tacendo, invece, avevo buttato un’opportunità preziosa.

Non era la prima volta che mi succedeva: essendo stata sempre circondata – per frequentazioni personali e professionali – da non credenti, negli ultimi anni mi era capitato frequentemente di venire chiamata in causa per la mia fede, quasi a dover giustificare ciò in cui credo. E da cattolica in sonno – molto in sonno – ero stata proiettata nel ruolo di avvocato difensore della Chiesa. «Sei cattolica vero?», mi sentivo chiedere sempre più spesso. «Ma come fai a sostenere una posizione simile?!», saltava su inevitabilmente qualcuno ogni qualvolta la conversazione si arenava su un tema sensibile: eutanasia, aborto, omosessualità, procreazione assistita, matrimonio, eccetera eccetera. E il sottotitolo era sempre lo stesso: «Su avanti, prova un po’ a giustificare l’insegnamento della Chiesa!».

Il problema era che dai confronti (per usare un eufemismo) che ne scaturivano, uscivo sempre a pezzi: o, per quieto vivere, me ne stavo zitta come alla famosa cena di cui sopra, o, irritata dal fatto che per l’ennesima volta la Chiesa fosse finita sul banco degli imputati, finivo per borbottare qualcosa che suonava poco convincente persino alle mie orecchie, dando generalmente l’impressione di arrampicarmi sugli specchi. Oppure – peggio ancora – replicavo aggressiva, finendo così per contraddire quegli stessi valori che volevo difendere e lasciando i miei interlocutori sconcertati e perplessi di fronte a tanta incoerenza.

In generale, tutto concorreva a rafforzare in me la sensazione di essere perseguitata da una sorta di autoproclamatasi inquisizione di umanisti secolari, unita alla certezza che in ultima analisi l’incomunicabilità fosse totale. Però sentivo anche che volevo – che dovevo – condividere con i miei amici “umanisti” quello che a un certo punto della mia vita avevo capito: e cioè che tutto il cosiddetto “umanesimo” di cui questa società tanto si vanta (giustizia, libertà, uguaglianza, dignità, e così via) in realtà è tutelato – in toto – da un’unica istituzione. Che non è laica; ma che è la Chiesa. La Chiesa insomma è la vera umanista. Non ambivo di certo a convertirli, ma volevo piuttosto provare a portarli a vedere la Chiesa – e la posizione cattolica in generale – con occhi diversi. Colmando quel divario che c’è tra la percezione che la società ha della Chiesa e la realtà che invece la Chiesa di fatto è, come ben sa chi la conosce e la frequenta. Insomma volevo sostituire quel grande “no” che la Chiesa sembra dire – all’uguaglianza, all’amore, alla sessualità, alla libertà, alla dignità – con il grande “sì” che di fatto la Chiesa dice a tutte queste cose.

ragione-verita-amiciziaCome far breccia in “loro”?
Dopo quel fine settimana decisi che era arrivato il momento di fare qualcosa, e mi ripromisi che avrei colto ogni opportunità per far sentire un’altra versione.

Il problema era: come? Come fare breccia in quel muro sordo che chiude i discorsi prima ancora che incomincino e che non permette alle persone di fede nemmeno di farsi ascoltare? Da che parte iniziare per spiegare l’impegno della Chiesa per il bene comune e la dignità di tutte le persone a una cultura dominata prevalentemente dall’etica dell’autonomia e dall’individualismo? Come comunicare, in un contesto prevalemente cinico e indifferente, la bellezza del messaggio cristiano senza risultare aggressivo, ostile, o all’opposto nostalgico e ingenuo?

Un giorno – un bel giorno – durante una conversazione di quelle “animate” scoppiata con mio marito, mi sentii dire: «Ecco, è così che quelli come voi riusciranno a portare dalla vostra parte quelli come noi!». Cos’era successo? Che nel frattempo mi ero imbattuta in Catholic Voices, un progetto di comunicazione nato pochi anni prima in Inghilterra, nel suo metodo, chiamato reframing, e nel libro che lo spiegava. Avevo letto il libro, avevo applicato un certo metodo, ed ero riuscita – finalmente – a farmi ascoltare. Perchè ero uscita da quelle cornici all’interno delle quali noi cattolici veniamo rappresentati (e quindi visti, percepiti), che agiscono come un filtro e fanno sì che veniamo rifiutati prima ancora di aprir bocca, quasi per principio. Catholic Voices chiama questi filtri “frames” (in italiano, appunto, “cornici”) e spiega che per essere ascoltati, e di conseguenza per poter raccontare la nostra storia, dobbiamo prima di tutto uscire da queste cornici.

Chi fa reframing rende di fatto possibile la conversazione e quindi può riaprire il dialogo con tutti, credenti e non, su temi che sono di tutti, perché profondamente umani. Cosa che – evidentemente – ero riuscita a fare anch’io con mio marito. «Dialogare con tutti coloro che condividono se non la fede quantomeno la stessa visione di uomo e di società», era stata l’esortazione a tutti i cristiani di papa Francesco pochi mesi dopo la sua elezione, «perchè – aveva spiegato – non sono pochi i non credenti e i non cristiani convinti che l’essere umano debba essere sempre un fine e mai un mezzo». Verissimo: io questi non credenti li frequento tutti i giorni, uno l’ho perfino sposato, e ho potuto verificare direttamente che ripartendo da ciò che abbiamo in comune, il dialogo è possibile.

Anche con chi crediamo lontano. Non solo: se noi riapriamo il canale di comunicazione, diamo alla Verità – che siamo chiamati a servire e che è di fatto ciò che convince – la possibilità di operare, far mutare atteggiamenti, smontare pregiudizi e perfino aprire a un nuovo modo di vedere le cose. I pagani la chiamavano metànoia ed è, di fatto, il principio di una conversione.

Non proselitismo ma fascino
Proprio da questo desiderio di fare da ponte tra la Chiesa e la società è nato Catholic Voices, che si prefigge di aiutare i cattolici a ritrovare la propria voce sulla pubblica piazza, sia sui mezzi di comunicazione – nuova agorà mediatica – sia nella vita di ogni giorno, giacché la vita li chiama in causa per la loro fede ogni giorno e nelle circostanze più disparate: dalla pausa caffè con i colleghi d’ufficio, al dibattito televisivo, alla cena fra amici (un tempo, decisamente, le mie bestie nere!). A dare il via al progetto, nel 2010, fu un’esigenza concreta: la visita di Benedetto XVI nel Regno Unito, evento molto atteso ma anche molto contestato, con tanto di gruppi di protesta che aspettavano al varco il Pontefice. In considerazione dell’impatto mediatico che l’evento – nel bene o nel male – avrebbe avuto, si decise di selezionare (tra volontari) e formare, un gruppo di giovani cattolici – “voci cattoliche”, appunto – per renderli efficaci comunicatori della propria fede; preparati, a disposizione dei media, pronti a offrire una testimonianza ragionata, pacata, ma soprattutto convincente.

Fu un successo: da Londra, il progetto si è allargato prima al resto dell’Inghilterra, poi in tutto il mondo. Ora è presente in un ventina di paesi (dagli Stati Uniti all’Australia, dal Canada a gran parte dell’America Latina, nonché in diversi Stati europei) e da poco è sbarcato anche in Italia (www.catholicvoicesitalia.it).

L’idea di portarlo nel nostro paese è venuta come detto dall’aver sperimentato in prima persona la sua efficacia e dal desiderio di aiutare tutti i cattolici che, proprio come è successo a me, quando finiscono sul banco degli imputati per ciò in cui credono, sono in difficoltà, e non sanno cosa dire né come dirlo per far capire tutto ciò che di bello e di buono la nostra fede rappresenta.

Catholic Voices punta proprio a questo: ad equipaggiare i cattolici perché, uscendo dalla logica delle contrapposizioni siano in grado di rappresentare questo bene, se possibile suscitando negli altri il desiderio di vivere la stessa esperienza. Con la consapevolezza, come diceva Benedetto XVI, che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione». E che, come ha di recente scritto il teologo gesuita Marko Rupnik, «l’idea che non è capace di incarnarsi come bellezza dimostra la propria impotenza».

Foto Ansa


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