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Testimonianza appassionata di un giornalista che ha conosciuto mons. Mazzolari, “padre” del Sud Sudan

luglio 18, 2011 Rodolfo Casadei

Mons. Cesare Mazzolari, vescovo in Sudan, scomparso lo scorso 16 luglio dopo 30 anni di missione, era un sacerdote baldanzoso e senza paura, iper-fiducioso nella Provvidenza e impermeabile allo scoraggiamento. Quando veniva in Italia trovava sempre giornalisti interessati alle sue parole perché parlava dell’islam senza diplomazia. Ma quello che gli stava più a cuore era il timido germogliare del Cristianesimo nelle diocesi sudanesi

L’ultimo messaggio di padre Cesare mi è arrivato via e-mail una settimana fa. Ringraziava per il reportage sul Sud Sudan alla vigilia dell’indipendenza e supplicava: «Continua a scrivere del Sudan, ne abbiamo bisogno». Mazzolari era un vescovo baldanzoso e senza paura, iper-fiducioso nella Provvidenza e impermeabile allo scoraggiamento. Ma la poca attenzione italiana ed europea in generale verso la tragedia sudanese continuava a ferirlo anche dopo 30 anni di missione. Nei primi sei mesi di quest’anno bombardamenti, agguati e raid hanno causato in Sudan più morti che in Siria, ma lontano dal Sudan nessuno se n’è accorto. Se andate a vedere la copertura mediatica, il paragone è improponibile: le violenze politiche siriane hanno ricevuto dieci volte più attenzioni di quelle sudanesi.

Quando Mazzolari veniva in Italia trovava sempre giornalisti interessati alle sue parole, principalmente per un motivo: era un ecclesiastico che volentieri parlava dell’islam senza diplomazia e le consuete prudenze. Non mancava di sottolineare l’incoscienza e l’imprudenza con cui i paesi europei esaudivano le richieste dei musulmani in materia di moschee e di trattamento speciale per gli immigrati islamici, insisteva sulla necessità di recuperare l’identità cristiana, italiana ed europea come condizione indispensabile per una relazione con l’islam che non fosse arrendevole e condiscendente. Ma pochi gli chiedevano e lo lasciavano parlare di quello che gli stava più a cuore: l’impiantazione e il timido germogliare del cristianesimo nella sua e nelle altre diocesi sudanesi. Quel che Mazzolari ha fatto in un trentennio a Rumbek, in quello che corrisponde all’attuale Lakes State, Stato dei laghi, è incredibile soprattutto in considerazione delle condizioni di partenza: guerra in corso con radicamento della popolazione e tentativi di pulizia etnica, cultura locale centrata su valori molto lontani dal Vangelo, assenza quasi totale di comunità cattoliche e presidio del territorio da parte degli anglicani.

In un trentennio Mazzolari è riuscito a fare di Rumbek una diocesi, ad attirarvi missionari cattolici da tutto il mondo, a costruire scuole, ambulatori e parrocchie come se si vivesse nella pace dell’epoca coloniale e non nei decenni della grande strage sudanese (2 milioni di morti, 3 milioni di profughi e sfollati). E persino a coltivare vocazioni sacerdotali che sono sfociate nelle prime ordinazioni di preti locali dinka. Mazzolari era uno che aveva perfettamente compreso e calato dentro di sé il monito di Jahveh del salmo: “Le mie vie non sono le vostre vie”. Non si scoraggiava di fronte all’apparente impossibilità di innestare il cristianesimo sulla pianta del modo di vita dinka, antropologicamente estraneo all’annuncio evangelico. Alla domanda su cosa avessero capito i dinka del cristianesimo finora, rispondeva con ironia e senza alcun disagio: «Vagamente l’hanno capito». E di fronte al misto di triste sorpresa e morbosa curiosità giornalistica che io mostravo di fronte al succedersi settimanale di massacri fra pastori e intere comunità di villaggi nella sua diocesi causati dai reciproci furti di vacche e dal dovere di proseguire vecchie faide, lui tagliava corto: «Non perdiamoci nel gossip. Cerchiamo di vedere sempre il quadro di insieme». Non era cinismo frutto della consuetudine con i cicli delle vendette tribali, ma fede risoluta nei tempi di Dio.

Mi aveva esortato a parlare con le donne dell’associazione Santa Monica, lebbrose cacciate dalla famiglia, poliomelitiche, vedove costrette a risposare parenti che le maltrattavano. Frequentando l’associazione diretta da una suora, avevano imparato a produrre creme e saponi da un frutto tropicale, a cucire a macchina, persino a leggere e a scrivere. Erano passate dallo statuto di proprietà di valore inferiore a quello delle vacche con cui erano state comprate dai mariti a quello di persone a pieno titolo. Quando era stato letto loro il brano del Genesi dove si racconta la creazione di Eva dalla costola di Adamo, avevano esultato insieme: «Ma allora anche noi siamo esseri umani come i maschi!».

Del Cristianesimo fino ad allora avevano capito poco più di questo. Ma quel poco in realtà era un passaggio di civiltà enorme, destinato a minare negli anni a venire la poligamia e la vendetta, le due istituzioni attorno alle quali ruota la società dinka precristiana. Ma Mazzolari ne era certo: nelle omelie non dimenticava mai di spiegare quali valori tradizionali non erano compatibili con il cristianesimo. Ma puntava su altro: le sue chiese piene di giovani e di ragazzi e quasi prive di anziani erano il segno della strada che il Cristianesimo aveva trovato per entrare nel cuore dei dinka: «Questi frequentano tutti le nostre scuole», commentava con orgoglio e con una strizzatina d’occhio.

Rispettato e onorato da tutti, dopo i giorni duri della guerra, quando a un certo punto l’Spla lo aveva arrestato e espulso per alcune giuste critiche da lui espresse, Mazzolari continuava a vivere con una modestia che sfiorava l’indigenza. La casa vescovile era un casotto sormontato da una tettoia ondulata, diviso in due minuscoli locali, il soffitto basso da sfiorarci la testa. L’atrio ospitava la scrivania da lavoro, una libreria e poco altro, la camera da letto conteneva il giaciglio sovrastato dalla zanzariera e nient’altro. Niente servizi: per il gabinetto e la doccia bisognava traversare il cortile ed entrare in un gabbiotto. Monsignor Cesare riceveva le visite sotto una tettoia di vimini davanti all’ingresso di casa, attorno a un tavolo all’aperto poggiato sul nudo terreno.

Un missionario di questa scorza è giusto che se ne sia andato così come è successo: esalando l’ultimo respiro mentre diceva Messa nella piccola, gradevole, temporanea cattedrale rotonda dipinta di giallo e circondata di contorte piante tropicali, a fianco della grande, rialzata strada rossa sterrata che attraversa Rumbek da est a ovest.

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