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Terremoto. «Se non potete ridarmi casa, almeno seppellitemi sulla mia montagna»

gennaio 19, 2017 Vittorio Robiati Bendaud

Viaggio nella “zona rossa” di Camerino e nell’Italia centrale colpita dal sisma. Dove l’inverno s’infila nelle crepe dei muri e gela le ultime speranze che albergano tiepide nei cuori.

Ieri ci sono state altre scosse di terremoto nelle zone dell’Italia centrale già colpite lo scorso anno dal terremoto. Quel che vi anticipiamo di seguito è un articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) che racconta la situazione della zona fino a pochi giorni fa. Ed era già una situazione drammatica, aggravata ora da queste ulteriori nuove scosse.

Camerino
Fa freddo a Camerino e i Sibillini, incantati, sono ormai coperti di neve. In questi primi giorni del 2017 spira un vento gelido e tagliente per tutto il Maceratese. Incontro in un locale del centro di Macerata una valente giovane parlamentare locale del Pd, Irene Manzi, con cui scambio alcune battute sul post-terremoto. Manzi si dice rassicurata dalle misure straordinarie prese dai governi Renzi e Gentiloni, inclusa la nomina di Vasco Errani, che già supervisionò l’emergenza del “terremoto Emilia”, a commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma. «Certo – ammette la Manzi – in Emilia si trattava di territorio omogeneo e pianeggiante, mentre qui è molto diverso, alternandosi collina e alta montagna, in un’area vastissima». Manzi è ben conscia che, differentemente da altri post-terremoto come quello di Marche e Umbria del 1997, la popolazione locale è per lo più sfollata altrove, al mare o presso parenti. Si tratta di numerose migliaia di persone, sicché la montagna maceratese è oggi drammaticamente abbandonata, con enormi ipoteche sulle attività agricole, casearie e turistiche, come pure sulla futura sopravvivenza di molti piccoli borghi, che rischiano, oltre ai danni, l’abbandono e la conseguente rovina e dissoluzione.

Così non riesco a non pensare alla pluridecennale e scellerata assenza di una seria politica di rilancio della montagna italiana, alpina o appenninica che sia. Dalla Sila al Cadore, passando per i Sibillini e le Valli Valdesi, occorrerebbero da tempo urgenti investimenti in tutela ambientale, rilancio agricolo e artigiano, ripopolamento, formazione culturale strategica, turismo e valorizzazione dei beni artistici, paesaggistici e gastronomici. Mancando da decenni una progettualità a medio e lungo termine, la montagna italiana da risorsa inestimabile è divenuta zavorra economica. E così, il terremoto al di qua e al di là del Monte Vettore di pochi mesi fa, sfigurando stavolta il dolce territorio dei Sibillini, rischia ora di favorire ulteriormente l’impoverimento e l’abbandono di un tesoro italiano in cui l’opera dell’uomo e quella della natura si percepiscono così vicine.

Risalgo l’entroterra maceratese, ormai completamente innevato, portandomi nella bella Camerino, la “capitale” dei Sibillini, un gioiello della storia culturale e artistica italiana, con la sua sede arcivescovile, la sua antica università e le vestigia di quella che ai tempi fu una fiorente comunità ebraica (c’è infatti ancora la “via della giudecca”). Più mi avvicino a Camerino, più vedo singole case in pietra puntellate o comignoli rovinati sulle tegole del tetto sottostante. La cittadina mi è nota da anni con le sue vie popolate da studenti, con i suoi negozi, con la fragranza acre di legna scoppiettante che impregna l’aria tagliente dell’inverno. Mentre scorgo vie interdette e chiuse, parziali crolli di case, palazzi disabitati, incontro la mia amica Donatella Pazzelli, segretaria del sindaco, Gianluca Pasqui, il quale con grande cortesia mi ha concesso di accedere al centro storico altrimenti interdetto. Neve e ghiaccio la fanno da padroni: metto gli scarponi e il casco di sicurezza, balzo nell’agguerrita vecchia Panda 4X4 di Donatella e con gli uomini dei Vigili del Fuoco (la squadra di oggi viene dal novarese) entriamo in “zona rossa”, che ahimé corrisponde più o meno all’intero centro storico.

Camerino la conosco bene e da tempo; amo profondamente la Marche, il maceratese e il fermano-ascolano e, ovviamente, i Monti Sibillini. Chi tra voi ci è stato – anche una sola volta – capisce facilmente il perché.

“Il futuro non crolla”
Entrare in Camerino mi ha turbato e straziato. L’auto procede rumorosa in mezzo a un silenzio opprimente e irreale. Le botteghe sprangate; gli scuri dei palazzi spalancati o chiusi come per un insensato volere autonomo; i panettieri con la serranda abbassata; la sede storica dell’università deserta e con danni visibili; l’orologio della cattedrale rotto. Tetti crollati e crepe più o meno vistose ovunque. Mi si stringe il cuore e con la coda dell’occhio scorgo Donatella che, pur facendo ormai da settimane avanti e indietro da quella che sino a pochi mesi fa era una città viva e pulsante, è dolente, ferita e gonfia di lacrime che tiene dentro di sé.

Entriamo nell’antico edificio del Palazzo Comunale di Camerino (Palazzo Bongiovanni). Polvere e calcinacci ovunque. Le crepe profanatrici partono dal pian terreno e si irradiano ai piani superiori. Stucchi e fregi rovinati al suolo. Accediamo in quella che fu una bellissima sala di rappresentanza: il sisma ha fatto crollare parte di una parete e ha divelto un’antica targa celebrativa in marmo. Su un piedistallo, illeso, mi fissa severo il busto scuro di un ecclesiastico, che pare rivendicare in mezzo a tanto sfacelo la sua dignità sovrana. Lo riconosco, ma mi pare impossibile che sia lui. E invece è proprio lui: papa Urbano VIII Barberini immortalato nel metallo dal Bernini. Il capolavoro artistico si è salvato, la parete di fianco è lesionata. Di lì ci spostiamo in un’altra ala, dove sorge, adiacente al Comune, lo splendido e storico Teatro Marchetti (inaugurato nel 1857), a forma di ferro di cavallo, con tre ordini di palchi e il loggione. Sotto al palcoscenico vi è un’area archeologica di epoca romana, che prima del sisma era possibile visitare: si tratta dei resti di un colonnato di 13 colonne calcaree, conservate per un’altezza di circa 90 centimetri. Il Marchetti è intatto per quanto riguarda la sala, purtroppo però il tetto delle quinte retrostanti è collassato e ora vi è unicamente una copertura provvisoria.

Usciamo dal Comune e riprendiamo la perlustrazione tra le vie di una Camerino sfigurata. La chiesa di San Filippo è parzialmente crollata e la facciata è devastata; una squadra di pronto intervento dei Vigili del Fuoco è riuscita però a salvare il Tiepolo che vi era custodito. La neve ha quasi completamente ricoperto un’auto, distrutta dai grossi blocchi in pietra della parte superiore dell’abside della chiesa di San Francesco, una delle più antiche di Camerino. E che dire della martoriata chiesa di Santa Maria in Via, la cui facciata si sta letteralmente “aprendo” da lato a lato, dentro cui ancora vi sono due delle quattro opere del pittore Valentin de Boulogne (le altre due sono ora esposte a New York)? Prima di uscire dalla “zona rossa”, noto che un negoziante ha esposto nella bacheca del suo negozio chiuso una maglietta rossa dell’Università di Camerino con scritto: “Il futuro non crolla”.

Gli abitanti di Camerino – incluse le frazioni più remote –, esclusi gli studenti universitari, sono circa 6000: 2100 sono sfollati al mare e oltre 6000 (studenti inclusi) sono ospitati in “sistemazione autonoma” presso parenti e amici. Ottantuno persone, dopo due mesi in un centro di prima accoglienza nel locale palazzetto dello sport, con un unico bagno in comune, vivono ora in moduli abitativi di emergenza con stanze singole e la condivisione dei servizi igienici. Nel frattempo è stato da poco aperto un bando della Protezione Civile (regioni Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) per destinare le future “casette” per chi non ha più casa (i “Sae”, Strutture abitative di emergenza), il cui arrivo è previsto forse per la fine estate 2017.

Senza luce e segni di vita
Abbandono il centro e mi porto in una frazione distante alcuni chilometri, dove incontro l’arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro, un veneto innamoratosi della splendida terra di cui è vescovo e della sua accogliente e schietta popolazione. Anche lui è sfollato: una camera con bagno, pochi effetti personali e molti libri, stipati ove possibile. È da tempo che non incontro don Francesco, allievo al liceo di una giovanissima Antonia Arslan e poi sacerdote strettamente legato al cardinale Martini e al dialogo ebraico-cristiano. Mi accoglie con un sorriso affettuoso, che tradisce tuttavia stanchezza, preoccupazione e amarezza. Mi informa che la notte appena passata si era a -14 e che devo far attenzione al ghiaccio sulla strada. «Caro amico, non sai quanta tristezza e sconforto profondo sia vedere la città buia la sera, senza una luce, senza segni di vita». I dati che Brugnaro riporta sono impressionanti: le migliaia di sfollati, i paesi abbandonati o distrutti, i 45 preti sfollati al mare su 85 complessivi, vescovo incluso. «E si tratta di un clero per lo più anziano, senza new entries». Su 473 chiese, 310 sono inagibili e con danni più o meno ingenti, mentre oltre 60 sono perdute per sempre. Per comprendere l’enormità dell’accaduto, anche per quel che riguarda l’arte, don Francesco mi ricorda che circa il 47 per cento dei beni artistici e culturali ecclesiastici delle Marche sono proprietà dell’arcidiocesi camerte.

Il Museo Diocesano di Visso, che ospitava i manoscritti di Leopardi, è rovinato al suolo. «Ho fatto approntare il palazzo vescovile di San Severino a ricovero dei beni artistici che via via si riescono a ricuperare, in maniera che non abbandonino il territorio di provenienza. I beni artistici delle Marche devono rimanere qui. Ho fatto portare lì il Tiepolo e la statua lignea del 1407 della Madonna della Misericordia». Il vescovo riprende: «Non parliamo degli allevatori, che fanno la spola tra la pianura e il monte e che cercano di non far chiudere i loro allevamenti e che ora, con il freddo, vedono morire i loro poveri animali». Silenzio. E di nuovo: «Se muore Camerino – che già è stata ridimensionata per provvedimenti amministrativi – muore l’alto maceratese; se muore l’alto maceratese, la montagna che incanta turisti di ogni dove, perirà per consunzione. Bisogna riportare quanto prima la gente nei suoi paesi, anche con moduli abitativi. Bisogna che si facciano sopravvivere le piccole realtà lavorative familiari o sarà la fine. L’ho detto a Matteo Renzi e a Vasco Errani. Fortunatamente l’Università è illesa nelle sue strutture nuove e almeno la vita universitaria può continuare, pur con delle difficoltà».

Riprende fiato e con non poca commozione mi dice: «Ho anche detto loro che non si capisce davvero il terremoto finché non ti si fa vicina una donna novantenne che con grande dignità, pur sfollata al mare, ti prega: “Eccellenza, non tornerò a vivere a casa mia nel mio paesino. Mi prometta però, che mi farà seppellire nella terra della mia montagna”».

Foto Ansa

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