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Terremoto Centro Italia. «Ma quale ricostruzione, siamo ancora nel caos»

giugno 22, 2017 Caterina Giojelli

La burocrazia, gli errori del governo Renzi prima e Gentiloni poi, la protezione civile depotenziata. La zona colpita dal sisma è ancora ne caos. Intervista a Guido Castelli, sindaco di Ascoli

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«Ma quale ricostruzione, siamo ancora in piena emergenza. Il governo ha inopinatamente parlato di ricostruzione già a settembre 2016, lo ha fatto sulla base di una volontà propagandistica che non ha consentito per lungo tempo di oggettivare e affrontare il vero problema: macerie a terra, gente senza casa, animali a cielo aperto. Sto percorrendo la Salaria, la situazione è la stessa di otto mesi fa». Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno, sta andando a Roma, e a tempi.it conferma e rilancia i contenuti del servizio di Repubblica uscito ieri sulla ricostruzione nel caos: promesse frantumate, burocrazia soffocante, assurdità procedurali, pagate sulla pelle di un popolo che non ha ancora un posto dove ricominciare a vivere: «Ad Arquata del Tronto, zona rossa, lo sa quante casette sono state realizzate in dieci mesi? Appena ventisette su duecentocinquanta: per giunta sono state assegnate alle persone attraverso una estrazione a sorte. Una riffa. E per arrivare a questo risultato si è passati per l’iter regionale che doveva fronteggiare l’emergenza, un dedalo di verifiche, vincoli, appalti per le opere di urbanizzazione, appalti per la costruzione dei basamenti in cemento, appalti per la realizzazione a livello Consip, e per cosa? Per un’abitazione jackpot che ci vuol fegato a dirsi casetta: chiamateli container “di lusso”, visto quanto costano. All’Aquila in tre mesi realizzarono 20 mila moduli abitativi a 800 euro circa al metro quadro. Qui stiamo oltre i mille euro».

Qual è stato il collo di bottiglia?
La delega alle Regioni da parte della Protezione Civile, in altre parole l’impostazione ideologica che il governo Renzi prima e Gentiloni dopo hanno dato all’emergenza. C’era bisogno di una gestione centrale e poteri speciali, si è invece appaltato al governo locale che ha gestito il caos in forma ordinaria producendo una serie di inenarrabili ritardi. I nostri sono territori montani o pedemontani, carichi di vincoli urbanistici e ambientali, le procedure dovevano essere continuamente adeguate, tutto si è subito arenato. Questo mix – delega alle Regioni, forma ordinaria di intervento, presenza di una burocrazia locale già supervincolata – ha prodotto i risultati denunciati da Repubblica.

Intanto i marchigiani non hanno ancora una casa, ma nemmeno una casetta. Dove si trovano?
Stiamo parlando di 20 mila persone, ora si trovano in alberghi o camping sulla costa, oppure in sistemazioni autonome in affitto. Le strutture ricevono un rimborso di 30 euro al giorno erogati dalla Regione sulla base delle contabilità speciali messe a disposizione del governo, ma la stagione estiva è iniziata, gli operatori turistici rischiano di rimanere fuori dai circuiti di accoglienza e perderanno clienti che sarà difficilissimo recuperare. E intanto ad Arquata, Accumoli, Amatrice e nell’entroterra marchigiano siamo nella stessa situazione di ottobre.

E i comuni che fanno?
I comuni soffocano, il meccanismo varato da Renzi si è spiaggiato sulle deleghe alle Regioni non appena si è cercato di riproporre il “modello emiliano”. Un modello inapplicabile nel cratere di questo terremoto: il sisma emiliano aveva interessato una zona di pianura, si erano registrati danni prevalentemente nelle strutture industriali e la Regione era dotata di standard di efficienza particolarmente alti. Qui la situazione è completamente diversa: ad Ascoli, una città di cinquantamila abitanti, che ha tenuto egregiamente al terremoto, ma ha registrato danni all’impianto medievale della città – scale e facciate che rendono inutilizzabili gli edifici – abbiamo ricevuto circa diecimila richieste di verifiche e sopralluoghi, necessari a far partire l’iter di intervento per sistemare gli immobili, ma le prime squadre che dovevano essere inviate dalla Regione non sono arrivate che a febbraio/marzo. E siamo ancora nel bel mezzo di queste procedure: guardi che non si parlerà di “ricostruzione” prima di 15 anni. E nel frattempo assistiamo a una dispersione di risorse spaventosa: anche il danno più lieve rende una casa inutilizzabile fino alle verifiche, intanto le persone devono beneficiare di un contributo per campare altrove. Non solo i ritardi ledono il diritto sacrosanto del cittadino di avere una casa, ma anche ogni principio di una corretta e giusta gestione delle risorse pubbliche.

Quanto ha inciso lo spettro del “modello Bertolaso”, stigmatizzato da Repubblica al pari del “modello burocrazia”?
Qui la situazione è diversa, è stata data una dimensione politica al terremoto fin dall’inizio, la nomina congiunta di Vasco Errani a commissario straordinario alla ricostruzione e quella di Fabrizio Curcio a capo della Protezione Civile rispondeva al messaggio del governo “faremo tutto e subito”. Invece il cratere era immenso e quello che abbiamo registrato subito è stato un deficit di comprensione generale del fenomeno. All’Aquila mi risulta che siano state attivate qualcosa come tre o quattro ordinanze, qui siamo a 39, via via adattate alla realtà, alla ricerca della pietra filosofale della più giusta descrizione normativa delle varie fattispecie del territori. Fabrizio Curcio ha speso tutto se stesso in questi mesi ma è innegabilmente rimasto vittima di due cose: la riforma del governo Monti del 2012 che proprio a causa dello spettro di Bertolaso ha depotenziato l’autorità del capo dipartimento della Protezione Civile; e la delega alle Regioni che hanno reclamato la gestione in forma autonoma di questo sistema di verifiche, che ha inevitabilmente portato a contenziosi con i comuni. Sostanzialmente un dialogo tra sordi, vista la già emergenziale “questione appenninica” sempre più indebolita da una politica di tagli del governo che ha penalizzato le amministrazioni locali ben prima del sisma. Il terremoto non ha fatto altro che manifestare e drammatizzare il modello obsoleto di sviluppo di un centro Italia che non ha ancora deciso come spendere e giocare il suo futuro.

Quali sono state le distorsioni a livello locale prodotte dal modello Renzi-Gentiloni?
Avrei decine di esempi. Solo il mese scorso è stato riconosciuto il diritto al rimborso della Tari che i comuni ovviamente hanno smesso di incassare: in pratica il legislatore sospendendo giustamente i pagamenti della Tari non aveva pensato che i contratti di servizio per la pulizia e lo smaltimento in discarica che i comuni hanno stipulato con i privati dovevano comunque essere onorati. Ebbene, questo “ristoro” è stato individuato e licenziato solo un mese fa. Nel frattempo i gestori hanno lavorato aumentando il debito e il buco di bilancio delle amministrazioni comunali. Il che è un guaio per un sistema che si trova a gestire un terremoto e già indebolito dai tagli feroci degli ultimi cinque anni, con personale ridotto e una capacità di reazione non certo paragonabile a quella che abbiamo avuto dopo il sisma del 1997. Per questo abbiamo dovuto chiedere la dismissione di vincoli, pareggi di bilancio, patto di stabilità e quant’altro per gestire una crisi in cui abbiamo sperimentato tutta la confusione tra i livelli di governo. Solo dieci giorni fa siamo stati autorizzati a reclutare personale in più per smaltire le richieste di verifiche. Per mesi abbiamo avuto la Salaria intasata di camion colmi di macerie caricate ad Arquata e portate vicino a Roma perché la Regione non aveva ancora attivato i centri di smaltimento delle Marche. Le province quest’inverno non avevano soldi per fare uscire gli spazzaneve perché semplicemente non dovevano esistere più. Non da ultimo, nella piattaforma messa a disposizione delle Regioni per mesi è mancata la possibilità di potere accreditare la propria banca come destinataria del bonus fiscale con cui si sostanzia l’intervento e il sostegno dello Stato alla riparazione degli immobili delle città. Lo Stato infatti non eroga soldi ai terremotati, ma riconosce un rimborso in forma di esenzione fiscale: questo meccanismo impegna necessariamente una banca, che ricevendo il bonus libera i soldi che vengono utilizzati per pagare l’impresa che riparerà i danni. Ma i cittadini si sono trovati nell’impossibilità di attivare i lavori per questa falla tecnica, e altri soldi sono stati dispersi.

Mi descrive l’iter di queste famigerate verifiche che si è intestata la Regione per rendere utilizzabili gli edifici?
I comuni ricevono le segnalazioni, e le inoltrano alla Regione richiedendo di verificare li immobili segnalati. La Regione invia le squadre che compilano le schede dell’immobile che certificano se un immobile è utilizzabile, inutilizzabile o richiede approfondimenti. Le schede vengono rinviate ai Comuni, i quali devono procedere a decodificarle, verificarle (delle diecimila ricevute ad Ascoli un terzo ha richiesto nuove ispezioni), emanare le ordinanze di utilizzabilità o meno, rintracciare i proprietari. A questo punto i cittadini possono incaricare un’impresa di procedere alla riparazione del danno, l’impresa realizza la pratica che viene reinoltrata alla Regione, la Regione la verifica e la rimanda al comune per una validazione successiva. Solo allora può avere inizio l’intervento, che è pagato con quella procedura del bonus fiscale di cui parlavamo sopra (procedura che per mesi, ricordiamolo, ha reso impossibile accreditare le banche per ricevere il bonus). Ora: le prime squadre sono state inviate dalla Regione a febbraio, e saranno sempre di meno visto che si tratta di gruppi di volontari degli ordini professionali che escono e a fronte di un minimo rimborso spese procedono alle ispezioni. Siamo a giugno, su diecimila richieste ricevute ad Ascoli solo poche decine di lavori sono iniziati.

Foto Ansa

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