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In terra araba e islamica c’è una Chiesa con poca libertà religiosa ma «viva, piena di gioia e senza complessi»

giugno 5, 2015 Leone Grotti

Intervista al vicario apostolico dell’Arabia meridionale, Paul Hinder: «Sareste stupiti di vedere le nostre chiese, pienissime. Che differenza con le vostre in Europa!»

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Ad Abu Dhabi le chiese sono affollatissime, a Dubai è difficile trovare un posto a sedere per la Messa e anche nella capitale del Sultanato dell’Oman, Mascate, si rischia sempre di restare in piedi. «Sareste stupiti di vedere le nostre chiese, pienissime. Che differenza con le vostre in Europa!». Monsignor Paul Hinder è il vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, responsabile della Chiesa per Oman, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Svizzero di 73 anni, è stato ordinato vescovo ad Abu Dhabi nel 2004 e nominato vicario nel 2005. A tempi.it racconta la vita della Chiesa in terre arabe dove «non ci sono cristiani locali», la libertà religiosa è «relativa», i problemi «non mancano», ma «c’è una gioia che faccio fatica a trovare così forte altrove in Occidente».

Monsignor Hinder, nelle terre arabe di sua competenza quanti cattolici ci sono?
Non sappiamo il numero esatto, non ci sono statistiche affidabili. Soprattutto nelle grandi città ci sono mega parrocchie un po’ fuori controllo. A Dubai, ad esempio, la parrocchia della Chiesa di Santa Maria conterà tra i 200 e i 300 mila fedeli. Non esagero. Quando mi fanno questa domanda, io di solito rispondo che abbiamo un milione di fedeli.

Come li calcolate?
Qui non ci sono cristiani locali, ma solo lavoratori immigrati. Come punto di riferimento, prendiamo ad esempio il numero dei filippini, che secondo le statistiche ufficiali sono circa 700 mila, anche se potrebbero essere anche di più. Poi ci sono 2-300 mila cattolici indiani e altri che vengono da tutto il mondo. Tra Emirati e Oman, quindi, direi un milione. Lo Yemen possiamo anche non contarlo.

Perché?
Prima che scoppiasse il conflitto, c’erano 4 mila cattolici in tutto il Paese. Ora saranno sicuramente meno ma è impossibile avere cifre esatte.

Com’è strutturato il suo Vicariato?
Abbiamo sette parrocchie, tra poco otto, negli Emirati, quattro nell’Oman e quattro parrocchiette nello Yemen, che ormai sono presenze simboliche. Per quanto riguarda i sacerdoti, il loro numero cambia se non ogni giorno, ogni mese. Ce ne saranno una sessantina in tutto.

Come definirebbe la sua realtà?
Noi siamo una Chiesa pellegrina per i pellegrini, migrante per i migranti. Siamo in fluttuazione perpetua e siamo internazionali. La nostra Chiesa è caratterizzata poi dal forte impegno dei laici: senza la loro collaborazione non potremmo sopravvivere. I sacerdoti, infatti, sono presi soprattutto dalla pastorale sacramentale e i laici sono fondamentali per catechesi, gruppi di preghiera, formazione. Abbiamo anche cinque scuole del Vicariato e cinque nelle mani delle congregazioni. Fanno un servizio per tutti, ne servirebbero di più.

Una Chiesa vitale, insomma.
Le Messe sono pienissime. Durante la mia visita pastorale per la Pentecoste in una parrocchia di Abu Dhabi, dal giovedì sera alla domenica ci sono state 25 Messe. Ho detto una parola in tutte e almeno 20 di queste 25 erano affollatissime. Quest’anno, solo nella parrocchia della Chiesa di Santa Maria a Dubai, ho cresimato 800 persone più 300 in un’altra. Diciamo che l’esperienza che faccio qui è molto diversa rispetto a quando torno in Europa.

Come sono i cristiani occidentali, visti dalla Penisola arabica?
Ho l’impressione di una Chiesa stanca, dove non c’è quella gioia e vitalità che trovo qui. Non voglio idealizzare, ma questa gente è gioiosa e vive la sua fede senza complessi.

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Vuole dire che non avete problemi?
Noi viviamo in un mondo musulmano e la libertà è relativa. Siamo obbligati a fare le celebrazioni solo nei luoghi che ci vengono assegnati per il culto. Per farle fuori bisogna ottenere un permesso speciale. Non c’è libertà completa. Però non c’è paragone con l’Arabia Saudita: qui abbiamo libertà di culto, io posso girare con il mio abito da vescovo e c’è anche un grande rispetto verso la mia figura.

Cosa può dare la Chiesa in una terra musulmana?
Noi possiamo dare sostegno e appoggio morale alla nostra gente. La stragrande maggioranza dei nostri fedeli è composta da lavoratori poveri e spesso isolati, con la famiglia nei paesi d’origine. La Chiesa in un certo senso è la loro patria, dove trovano un rifugio spirituale e morale, dove possono incontrarsi in sicurezza, senza essere troppo esposti. Poi abbiamo alcuni laici che vanno anche nei “campi di lavoro”, giganteschi quartieri residenziali da decine di migliaia di persone, a offrire conforto, organizzare una vita spirituale. A volte poi cerchiamo di aiutare chi ha problemi economici o con il visto, chi deve tornare nel suo paese ma non ha i soldi per il biglietto aereo.

Quando si parla di cristiani del Medio Oriente, ormai si pensa solo alla persecuzione. È anche il vostro caso?
Noi non siamo figli di questo paese, siamo ospiti e la nostra situazione non è così difficile come sembra da fuori. Siamo un po’ insicuri, perché se capita di perdere il lavoro, non si può più restare. Nessuno sa quanto tempo potrà rimanere, il permesso di soggiorno può scadere in ogni momento.

Com’è il vostro rapporto con la maggioranza musulmana?
È chiaro che in una situazione di conflitto si vive miseramente, ma qui siamo in un’isola di pace, se escludiamo lo Yemen. I rapporti a volte sono cordiali, il problema del fondamentalismo non c’è. Certo, non so come andrebbe a finire se il conflitto raggiungesse anche Emirati e Oman. Non abbiamo problemi con i musulmani, i rapporti sono normali, però è chiaro che noi abbiamo la nostra vita e loro la loro vita, non siamo quotidianamente in contatto diretto.

Ha citato lo Yemen, qual è la situazione nel paese a causa della guerra?
La chiesa dell’Immacolata Concezione di Aden l’11 maggio è stata colpita da un bombardamento (compiuto dalle forze aeree dell’Arabia Saudita, ndr). La chiesa ha subìto molti danni e sembra che poi qualcuno sia entrato e abbia distrutto le statue, ma non so esattamente a che punto siamo. Il problema più grosso è la sicurezza: non ci sono più uomini a guardia delle chiese e chiunque può entrare a rubare.

Crede che i ribelli sciiti e la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita troveranno un accordo?
Sono in corso negoziati in Oman, speriamo. A volte ho l’impressione che nessuno voglia arrendersi per non perdere la faccia e continui per questo la guerra. Chi soffre di più non sono i cristiani, ma tutto il popolo. Mi sembra che nessuno pensi a loro.

Ci sono ancora sacerdoti in Yemen?
Ne è rimasto uno solo e speriamo che presto un altro possa tornare per aiutarlo. Ci sono poi anche le suore di Madre Teresa di Calcutta in quattro diversi luoghi.

Come vive il suo incarico da vicario in una terra così particolare?
Anch’io sono un vescovo pellegrino. Quando mi hanno chiesto di venire qui, ero un po’ titubante ma poi ho visto che c’è un grande servizio da rendere ed essere vescovo di questa Chiesa un po’ particolare ma molto vitale, e con tante cose da fare, mi riempie di gioia. È un po’ stancante, ma qui c’è una gioia che non trovo altrove.

Come mai?
Qui la gente confida in Dio, crede che non siamo lasciati soli, anche se spesso la situazione è difficile. Siamo nelle mani di Dio e non lo dimentichiamo mai. Se siamo sempre consapevoli che c’è un Padre che ci accetta e che ci ha mandato suo Figlio, che attraverso lo Spirito Santo risiede nei nostri cuori, allora possiamo vivere con gioia anche nei momenti difficili. Non è che qui ridiamo sempre, ma sappiamo di non essere lasciati nelle mani del diavolo o dei poteri oscuri. Questo è ciò che conta e i giovani, qui, lo sentono e lo vivono. Siamo profondamente convinti di essere salvati, pur con i nostri peccati.


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