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Termini Imerese, dopo la Fiat il futuro è in bilico tra incertezza e rinascita

aprile 10, 2012 Chiara Rizzo

Dopo la chiusura, duemila lavoratori attendono di capire cosa accadrà. Un’azienda molisana vuole riassorbire i 1.312 ex dipendenti, ma c’è il problema dei 650 lavoratori esodati e dei 200 lavoratori dell’indotto che non hanno ancora ricevuto la cassaintegrazione. Intanto una delle aziende si reinventa per sopravvivere.

«Sono circa 2 mila persone, tra chi lavorava in Fiat e chi nell’indotto, che dal 31 dicembre si trovano a vivere con 800 euro al mese». Termini Imerese, provincia di Palermo: a parlare così è Roberto Mastrosimone il rappresentante Fiom-Cgil che ha seguito tutta la vicenda dello stabilimento Fiat chiuso dopo 40 anni lo scorso dicembre. Dalla metà di marzo si sono susseguite notizie su ciò che dovrebbe accadere a questi operai e per il momento non ancora accade. Nel dicembre 2011 è stato infatti convocato un tavolo al ministero dello Sviluppo, insieme ai rappresentanti di quello del Lavoro, alle parti sociali (Fiom-Cgil, Fim-Cisl,Uilm) e all’azienda molisana Dr Motor, che si è presentata per rilevare lo stabilimento di Termini. Il tavolo ha pattuito il riassorbimento di 1.312 lavoratori, con l’obbligo della mobilità per 640 persone, che dopo la riforma delle pensioni si trovano di fatto come “esodati”. Il problema è sorto nei mesi immediatamente successivi.

«La situazione più difficile – spiega Giovanni Scavuzzo, rappresentante Fim-Cisl a Termini – è quella dei 640 lavoratori “esodati” che dovrebbero avere, secondo l’accordo, un pensionamento anticipato. Il successivo decreto Monti però ha lasciato poca chiarezza, per cui non possiamo mandare nessuno in mobilità. Ma Dr Motor non riuscirebbe a sopportare l’intero organico del vecchio stabilimento. Inoltre, secondo quanto pattuito, perché tutti gli altri lavoratori possano accedere al secondo anno di Cig, occorre trovare sistemazione per il 30 per cento dell’organico: i 640 in mobilità sono dunque la soluzione a entrambi questi problemi». Secondo Mastrosimone: «Il progetto doveva partire a gennaio, ma è ancora tutto fermo perché ci sono delle difficoltà finanziarie. Le banche infatti non hanno ancora erogato i finanziamenti per il progetto Termini. Inoltre Di Risio, titolare della Dr Motor, ha avuto problemi in un suo stabilimento molisano (dove i dipendenti non avrebbero ricevuto lo stipendio da novembre a gennaio, ndr.)». Tutto ciò però si è sviluppato nel silenzio delle istituzioni. «Dal primo dicembre – spiega Scavuzzo – se non fosse stato per le nostre pressioni, non avremmo avuto più contatti con gli altri protagonisti. Semplicemente non si sono fatti più sentire, mentre era loro dovere aggiornarci. Il tavolo tecnico non è finito con la firma, ma proseguirà secondo me sino a che non verrà iniziata la reindustrializzazione. Il 2 aprile siamo stati a Roma per un nuovo tavolo al ministero dello Sviluppo, chiedendo più trasparenza e chiarezza e che, se ci sono problemi insormontabili, noi siamo disposti a cercare una soluzione alternativa. La risposta è stata che il problema sarà risolto entro il prossimo appuntamento, fissato il 3 maggio».

Massimo Di Risio, ad di Dr Motor, assicura invece a tempi.it: «I problemi sono indirettamente legati a Dr Motor e riguardano proprio i lavoratori che dovrebbero andare in pensione e dei quali al momento non si capisce ancora quale sarà il destino. È un punto che andrebbe approfondito e penso sia prioritario, perché altrimenti il piano non sarebbe più quello che abbiamo pattuito con le parti lo scorso dicembre. Al tavolo degli scorsi giorni, il ministero si è impegnato proprio in merito alla situazione degli esodati. Non è vero invece che le banche non abbiano accettato la mia proposta, in realtà non l’hanno ancora analizzata. Noi stiamo trattando, presentando ulteriori documenti. Non è nemmeno vero che abbiamo problemi con i nostri dipendenti molisani. Riguardo a Termini, convocheremo presto una conferenza in cui spiegheremo tutto».

Intanto Termini Imerese resta con il fiato sospeso. Prosegue Scavuzzo: «Il più giovane dei dipendenti, sia in Fiat che nell’indotto, in media ha 45 anni. Il 90 per cento sono persone che hanno mogli e figli a carico. Come fanno a pagare l’affitto, o la spesa? Si ricorre alla famiglia, ai genitori, al sindaco». È il “welfare” casalingo, che di fatto sta tenendo in piedi Termini. Così racconta il sindaco, Salvatore Burrafato. «La cosa che mi fa stare più in apprensione non è solo l’incertezza che si delinea all’orizzonte, ma anche una sorta di “guerra” tra i poveri. Abbiamo detto di sì al processo di reindustrializzazione con la condizione indispensabile che tutti i lavoratori sarebbero stati reimmessi. Invece vediamo lavoratori di serie A, quelli della Fiat, coperti dagli ammortizzatori sociali, e di serie B, quelli dell’indotto, circa 450 persone, che non prendono nulla. Erano persone che hanno lavorato fianco a fianco, e ora si stanno guardando in cagnesco. Sono tutte famiglie monoreddito, che sono passate da uno stipendio di 1.300 euro a 900 euro. Hanno da pagare mutui e bollette, ovviamente questo si riversa su tutto il resto. Continuano ad esempio a chiudere i negozi». Il sindaco racconta anche che questa situazione ha messo la cittadina siciliana davanti allo specchio. «Paghiamo anni e anni di appiattimento su questo moloch che era la Fiat. La nostra imprenditoria non ha investito diversamente in ricerca o sviluppo, i nostri giovani sono cresciuti con l’idea di vivere con un posto da dipendente fisso, pubblico o privato, in Fiat. Ora smuoviamo le acque. Abbiamo avviato un progetto con l’università di Palermo: una delle aziende dell’indotto ha deciso di abbandonare il filone dell’automotive e si dedicherà alla ricerca per la riforestazione del sistema marino». Si tratta dell’impresa Idea, e secondo la rivista Nature, il valore economico di servizi ecosistemici come questo è stimato in 20 mila dollari per ettaro. «Sembra strano – conclude il sindaco – passare dalla plastica alla flora, ma è un esperimento importante che fa capire che si può ripartire nel territorio». Anche qui, a Termini Imerese.

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