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Tedeschi Trucks Band, il suono nero delle anime bianche

maggio 23, 2012 Carlo Candiani

Due nuovi arrivi nello scaffale “discoteca” della Stanza di Elvis: due esempi di contaminazione, non tra generi, ma tra interpreti. È uscito da poche ore un live di puro blues, bollente funky, chitarre furenti, fiati impazienti, tastiere nervose,  percussioni insistenti. Musica che rimanda direttamente al Delta del Mississippi, tra riti magici e devozione religiosa, tra […]

Due nuovi arrivi nello scaffale “discoteca” della Stanza di Elvis: due esempi di contaminazione, non tra generi, ma tra interpreti. È uscito da poche ore un live di puro blues, bollente funky, chitarre furenti, fiati impazienti, tastiere nervose,  percussioni insistenti. Musica che rimanda direttamente al Delta del Mississippi, tra riti magici e devozione religiosa, tra locali di fumo fuorilegge ed echi di gospel angelico. Everybody’s talkin’ è un doppio live, eseguito da un gruppo composto da Susan Tedeschi, cantante leader e chitarrista, e Dereck Trucks, virtuoso rock- blues della sei corde elettrica, coniugi biondi e bianchi. Anche se l’intera band vede la partecipazione di valenti session man di colore, si rimane sorpresi dall’ascoltare due artisti bianchi prodursi in una serie di brani che affondano le radici nella più profonda cultura musicale afro americana.

La Tedeschi Trucks Band non calca le scene da molto tempo, ha all’attivo un solo disco in studio, ma subito ha voluto realizzarne un live per documentare il temperamento e l’appassionato feeling con il suono del blues più caldo e ruvido. E cominciano in grande stile, con la cover di Everybody’s talkin’, una della ballate “americans” più famose, colonna sonora del film Un uomo da marciapiede (1969), eseguita nella versione originale dalla voce gentile di Harry Nilsson. Qui viene completamente stravolta e diventa quasi irriconoscibile, trasformata in rock sudista trascinante e incalzante: una cover che vale tutto il concerto, che continua con tributi a Stevie Wonder, quando ancora era Little Wonder, Muddy Waters, Bill Whiters, Joe Cocker e Sam Cooke. Insomma, per gli amanti della musica americana, nata nelle polverose strade che portavano ai campi di cotone del profondo sud, un vera gioia per le orecchie.

Di tutt’altro genere il nuovo cd di Lionel Richie. Pubblicato già da un paio di mesi, ha subito raggiunto le vette delle classifiche americane e inglesi, facendo capolino anche nelle nostre. Più di quattro milioni di copie vendute o scaricate legalmente per l’artista di colore e veterano della discografia mondiale da cui ti aspetteresti giri di blues, valanghe di soul, camionate di funky. E invece eccolo riscoprire i successi di una carriera quasi quarantennale, in duetti ad alto tasso “diabetico” con star della “wasp music”, con tanto di camicie a quadri, giacche alla cowboy e stivaloni fino al ginocchio: vi dicono niente i nomi di Kenny Rogers, Willie Nelson e Shania Twain?

Tuskegee, così s’intitola l’album, è il nome della città natale di Richie, cantante divenuto ben presto icona del soul – pop più levigato, che già nei primi anni ’70, quando capitanava i Commodores, era la versione dolce e soft della produzione della Tamla Motown l’etichetta discografica di Detroit che produceva anche Stevie Wonder e The Temptations. Da solista Lionel Richie fu protagonista assoluto del panorama musicale della prima metà degli anni 80, con un easy listening di alta classe (un titolo per tutti: All night long) e ebbe il merito (o la colpa) di dare il via alla sterminata serie dei brani “all together”, realizzati per beneficenza e per nobili cause ma con il rischio reale di essere “autopromozionali”: insieme a Michael Jackson e Quincy Jones compose We are the world per la campagna “Usa for Africa” . Il nuovo cd non aggiunge nulla di nuovo nel suo incedere tra hit di decenni fa dai suoni morbidi e levigati, consolatori e un pò scontati, con la paura che possano fare capolino, da un momento all’altro, le voci di Ramazzotti e della Pausini, o di qualche altro big pop di casa nostra. Insomma: un “must” nel suo genere ma, come certe medicine, da assumere in modiche dosi, magari dondolandosi mollemente su un amaca, in giardino.

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1 Commenti

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