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Tav come il Vietnam? L’ex presidente di Md si rivolge al Tribunale permanente dei Popoli per «violazione dei diritti fondamentali»

giugno 12, 2014 Marco Margrita

Livio pepino e altre anime belle di sinistra vuole fermare subito i lavori a Chiomonte. E istituire un Controsservatorio

Un esposto per «violazione dei diritti fondamentali in Val di Susa» al Tribunale permanente dei Popoli. A violarli sarebbe la nuova linea ferroviaria Torino-Lione, il famigerato Tav. L’iniziativa di Livio Pepino (foto sotto), che di tribunali dovrebbe intendersene, essendo magistrato e già presidente di Magistratura Democratica (l’ala di sinistra delle toghe). Non poteva non unirsi alla “denuncia” tutto il cucuzzaro planetario del progressismo engagé (e pure agée). Per dire: dal teologo della liberazione Frei Betto al regista Ken Loach, da Serge Latouche ad Alex Zanotelli. Ai valsusini verrebbe da suggerire, scorrendo anche solo questi nomi, di preoccuparsi più degli amici che dei fantomatici nemici.

Con sprezzo del ridicolo, si rivolgono agli eredi del “tribunale” istituito nel 1966 da Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre per indagare sui crimini del Vietnam. A chi avanza l’idea che paragonare la Valle al Tibet piuttosto che al genocidio armeno sia un tantinello esagerato, l’ex magistrato risponde che «assolutamente no: ciò che succede a Chiomonte riguarda tutta l’Europa. Il modello avviato da queste parti, l’idea della “Grande Opera Costosa” che si impone sopra la volontà dei cittadini, sarà esportato con successo altrove, se dovesse vincere 20 anni di resistenza locale. Con due problemi: il primo è la sottovalutazione dei rischi ambientali e sulla salute. E il secondo è la ferita che si infligge all’idea stessa di democrazia e partecipazione democratica. Che repubblica è quella in cui vota solo metà degli aventi diritti e in cui quelli che chiedono d’essere ascoltati vengono esclusi dalle decisioni che li riguardano?». Chi sia poco avvezzo alla cose valsusine e trenocrociate potrebbe trasalire. In realtà sono bastati, in tempi non troppo lontani, qualche Lince a presidiare il cantiere (da chi lo assalta con molotov e tecniche di guerriglia, mica da pacifiche “marce del sale”) per far (stra)parlare di Chiomontistan. O le reti, a salvaguardia del cantiere e di chi lavora per far volare, con “pesante leggerezza”, riferimenti a Gaza.

Pepino, quindi, è in buona compagnia nel gioco a “spararla grossa”. Anche a costo di scontrarsi contro un ex collega di Md come Gian Carlo Caselli. Contro il procuratore capo della Repubblica di Torino ha vergato un pamphlet (scritto a quattro mani con lo storico Marco Revelli) per difendere le ragioni del movimento No Tav, bollandone le iniziative giudiziarie nientemeno che “repressione”.

Buon sangue “ribelle” non mente. Anche il figlio del giudice, quel Daniele che è una delle “punte di diamante” dell’area anarco-insurrezionalista subalpina, ha fatto parlare di sé. Un paio di estati fa, infatti, andò in Kurdistan per addestrarsi alla guerriglia con il Pkk.

L’appello al Tribunale dei Popoli vuole porre sotto un cono di luce la proposta della ex toga rossa (l’ex vale solo per la toga): fermare subito i lavori a Chiomonte. «Meglio – spiega in un’intervista – smettere subito piuttosto che arrivare al quasi cento per cento della costruzione per poi dire “che disastro”, come sta avvenendo per il Mose a Venezia». Pare conti poco che dall’Europa, attraverso al Parlamento, fino a molte amministrazioni locali, sia giunto il sì all’opera.

Il percorso di progettazione dell’opera ha avuto nell’Osservatorio uno spazio di confronto, ed ecco che ci lancia, parallelamente all’appello, il Controsservatorio. «Vogliamo costruire – annuncia – un gruppo di persone impegnate a raccontare l’Alta Velocità in modo diverso. A ripristinare la verità, andando in giro per l’Italia con dibattiti e convegni per far capire come quello che avviene a Susa ci riguardi a tutti. Perché lì si mette in atto un modello di sviluppo sbagliato». Nientepopodimeno che “ripristinare la verità”. “Vaste programme”, avrebbe detto il generale De Gaulle, che pure sull’Alta Val Susa qualche pensiero d’annessione aveva fatto.

Al sospetto di accendere gli animi, secca la replica: «Sono un fervente non violento. Per cui mi ritengo vaccinato. Penso di sapere qual è la differenza fra il raccontare una verità, anche se ostile e dolorosa da ascoltare, e l’eccitare gli animi con delle provocazioni. Sono sicuro che il diritto mite sia l’unica strada da seguire. Partendo, appunto, dalla verità». Insomma, dar buoni consigli non potendo più dare il cattivo esempio?

In attesa che un tribunale d’opinione capisca se un tunnel ferroviario è quasi un genocidio, c’è gran lavoro nei tribunali veri, ma… per un ex-giudice, è solo repressione.

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