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Sull’Adamello con Lino Zani, la guida di Giovanni Paolo II

luglio 17, 2012 Emmanuele Michela

Un nostro cronista è stato sulle cime dell’Adamello con una guida d’eccezione, Lino Zani. Che ha raccontato della sua amicizia con il Pontefice, dei luoghi da lui amati e di quella croce sulla cresta della montagna

Il ghiacciaio dell’Adamello è un solido manto che s’adagia placidamente alla parete della montagna. È una calma apparente quella che sa trasmettere: sottili rigagnoli d’acqua tagliano la superficie ghiacciata, ma nulla sono in confronto a increspature e crepacci che rigano la bianca placca, con variazioni silenziose e impercettibili all’occhio umano. «Il ghiacciaio è in continuo movimento: a volte cambia conformazione anche solo da una settimana all’altra», le guide alpine studiano la via migliore per salire alla cima. Il rifugio “Ai caduti dell’Adamello” sta lassù in alto, abbarbicato sulla parete di sinistra, 3.050 metri l’altitudine, a sovrastare il pianoro sottostante. Sono le terre di Lino Zani, bresciano, 55 anni, per 33 gestore insieme alla sua famiglia di questo rifugio. Una vita dedicata alle cime dell’Adamello, che più di vent’anni fa gli hanno riservato una sorpresa davvero speciale. Era il 1984 quando atterrò per la prima volta alla Lobbia Alta l’elicottero di Giovanni Paolo II. Il Santo Padre, accompagnato dal presidente Sandro Pertini, veniva in visita a questo rifugio, suggeritogli dal segretario e amico Stanislaw Dziwisz.

A quell’incontro e a quelli successivi col Santo Padre, Zani ha voluto dedicare un libro, uscito ormai più di un anno fa: Era santo, era uomo. Il volume racconta tutto l’amore di Wojtyla per la montagna, un aspetto della vita di questo beato noto a tanti, ma solo da Lino conosciuto così a fondo. Due volte negli anni Ottanta il Papa è venuto qui. La prima, nel ’84, Giovanni Paolo II la fece sciando giù per il ghiacciaio dell’Adamello o camminando ai piedi del Lares. Lino lo seguiva fino a fondo pista, e insieme al fratello Franco lo riportava in cima con la motoslitta. Nonostante l’età già avanzata e i dolori del recente attentato, Giovanni Paolo II era molto agile sugli sci: le discese dalle Lobbie non erano per nulla facili, ma lui sapeva affrontarle con naturalezza e abilità. Tra i due è nata una grande amicizia: «Certe cose possono succedere esclusivamente qui». Più di una volta Zani è sceso a Roma a incontrare Giovanni Paolo II, che dalla sua ha sempre conservato nel cuore il ricordo di queste terre, tornandoci anche quattro anni dopo. La pace di queste cime, la lucentezza del ghiacciaio, le infinite sofferenze che qui si sono consumate durante la Prima Guerra Mondiale. «Quando Giovanni Paolo II veniva qui, voleva sapere tutto di questi monti».

La Grande Guerra ha sempre lasciato attonito il Papa. Il ghiacciaio continua a ritirarsi: in altezza ha perso quasi 50 metri negli ultimi 10-15 anni. Il sole batte, la neve si scioglie e restituisce i segni delle piaghe belliche del ’15-’18. Le bobine di filo spinato sporcano ancora con la ruggine le rocce, qua e là ogni tanto affiorano barattoli e proiettili, se non, molto più di rado, elmetti o addirittura cadaveri di soldati. Appena sotto al rifugio ci stavano gli italiani: passavano l’inverno in baracche costruite di fortuna, lanciando nella neve attacchi ai dirimpettai austriaci. Trincee, cimiteri di guerra, muretti: decenni su decenni non hanno cancellato le tracce di quel conflitto. Il segno più suggestivo sta a qualche centinaia di metri sopra il ghiacciaio: è un cannone italiano, trasportato in gran segreto una notte del ’17 da alcuni alpini in cima alla Cresta Croce. Di morti ve ne sono stati a centinaia, e quando il Papa veniva qui si fermava sempre a pregare per loro. Un giorno, parlando con Zani, Wojtyla scoprì che probabilmente da queste parti era venuto a combattere suo padre: era uno di quei soldati polacchi arruolati dall’esercito austriaco e mandati sul Caré Alto dell’Adamello, non distante dalla Lobbia Alta.

Zani è un pozzo di ricordi: per ogni spiazzo di quelle cime ha un pensiero: «Là ricordo di aver visto il Papa pregare con un’intensità unica. Si fermò vicino a un sasso e stette lì per un’ora. Quando tornò aveva una faccia letteralmente luminosa. Diceva di sentirsi molto libero in alta montagna, mentre i palazzi romani gli stavano un po’ stretti».

Il ritorno di Wojtyla all’Adamello è datato 1988. Al rifugio c’è ancora la sua camera, che da allora non è stata più data a nessun altro. Quell’anno il Papa arrivò ancora in luglio, per salire alla Cresta Croce, laddove c’è ancora quel cannone italiano: a più di 3.300 metri benedì una croce in granito a lui dedicata, su una cima che anni dopo diventerà proprio “Cima Giovanni Paolo II”. Il rifugio è pieno di foto che ricordano quei momenti: i tanti alpini presenti, la messa al Pian di Neve, l’altare eretto a cielo aperto in onore di Giovanni Paolo II, poco distante dalla piazzola d’atterraggio degli elicotteri. Il terzo incontro doveva essere invece nel ’98, ma il maltempo non permise al Papa di atterrare, ma soltanto di sorvolare il rifugio.

Questa è la strana amicizia tra Zani e Giovanni Paolo II, un legame che ancora pervade questi luoghi. Si legge ancora tutto lo stupore di quell’incontro sul volto di Lino, mai appassito nella sua vitalità dal trascorrere degli anni. S’avverte una certa sacralità nella bellezza pura di quella neve, illuminata da un freddo sole che s’affaccia sulla valle dopo una notte di bufera. Com’è possibile tanta bellezza in un luogo così intriso dalla sofferenza delle guerre? Basta guardare in alto, e cercare quella croce voluta dal Papa.

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