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Sul Papa bombe poco intelligenti

aprile 14, 1999 Casadei Rodolfo

Non l’amore per la pace, ma un’ambiziosa Ostpolitik motiverebbe l’opposizione del Papa alla guerra. Così la pensano editorialisti di destra e di sinistra, che hanno capito poco di quello che sta bollendo nel pentolone russo e ricostruiscono la storia a scampoli

I critici del dissenso del Papa nei riguardi dell’intervento della Nato nei Balcani hanno deciso di alzare il livello dello scontro. Giovanni Paolo II – dicono – non agisce per naturale disgusto della guerra ovvero per amore della pace, ma per banali interessi di bottega: rapporti più proficui con le Chiese cristiane ortodosse dei Balcani e, soprattutto, della Russia.

A sostenere queste tesi sono due fogli di riferimento della destra e della sinistra italiane: Il Giornale e L’Espresso. I quali usano quasi le stesse parole. Scrive l’ex chierico Sandro Magister sul settimanale di via Po: “Nella ex Jugoslavia… (il Papa) l’uso della forza lo giudicava accettabile e “giusto”. E anche sul diritto all’autodeterminazione dei popoli e sulla modifica dei confini il Vaticano si mostrava interventista. Mentre di norma, nel riconoscere i nuovi Stati, la diplomazia vaticana usa arrivare buona ultima, con le neonate Slovenia e Croazia ha fatto il contrario. Le ha ufficialmente riconosciute per prima, il 13 gennaio 1992, in anticipo su tutti gli altri stati europei. La maggior parte delle cancellerie erano filo-serbe e tenevano fermo il dogma della Jugoslavia unita. Mentre il Vaticano era sensibilissimo alle pressioni dell’influente Chiesa croata e ne sposava in pieno l’irredentismo… Ma il prezzo di questo schierarsi fu alto… una rottura catastrofica non solo con il nemico politico, ma anche con il suo retroterra religioso: le Chiese ortodosse di Serbia e d’Europa orientale… Giovanni Paolo II è riuscito a programmare un viaggio in Romania, tra il 7 e il 9 maggio prossimi, la sua prima missione in un paese a maggioranza ortodossa. Ha per obiettivo di andare al più presto a Mosca. Ma guai se il Vaticano si fosse schierato a sostegno dell’attacco della Nato alla Serbia. Questa fragile tessitura si sarebbe di nuovo stracciata”. L’intervento di Antonio Socci sul Giornale sembra quasi fotocopiato: “… il Vaticano pretese dall’Occidente “l’ingerenza umanitaria “ in Bosnia, ovvero l’intervento americano per disarmare i carnefici di Milosevic… Gli addetti ai lavori spiegano che nel caso della Bosnia il Vaticano assunse quella posizione perché l’episcopato croato era particolarmente influente. Quello kosovaro no, così il Vaticano avrebbe capovolto la sua posizione per la preoccupazione di tenere buoni rapporti con la Chiesa ortodossa (serba e russa), anche per propiziare il viaggio a Mosca che il Papa desidera fare. Ma allora si abbia il coraggio di chiamare tutto questo “realismo politico”. Oltretutto nell’incendio complessivo della ex Jugoslavia molti addossano proprio al Vaticano una parte di responsabilità, avendo esso premuto, a suo tempo, per il riconoscimento internazionale di Croazia e Slovenia indipendenti. Così infatti si legittimò lo smembramento della Jugoslavia contro la possibile convivenza in una nuova Jugoslavia democratica e plurietnica”.

Che dire? La ricostruzione degli eventi e la logica dell’analisi fanno un po’ acqua. Quando, all’inizio del ‘92, la Santa Sede riconosce Slovenia e Croazia, il processo di smembramento dell’ex Unione Sovietica è già interamente compiuto, e la sua estensione alla Jugoslavia, sorta di piccola Urss, pronostico favoritissimo ed esito inevitabile da parecchi mesi. Dal luglio ‘89, infatti, presidente della repubblica serba, la principale della Jugoslavia, è un grande democratico di nome Slobodan Milosevic, fautore dell’egemonia serba sulla Federazione. La “Jugoslavia democratica e plurietnica” la si voleva fare con lui? In realtà la preoccupazione della Santa Sede era di evitare quanto accaduto nei paesi baltici nel gennaio ‘91, quando l’esercito sovietico aveva fatto migliaia di morti per negare (inutilmente) l’indipendenza a Estonia, Lituania e Lettonia. Il viatico del riconoscimento internazionale mirava, mettendo Milosevic di fronte al fatto compiuto, a risparmiare stavolta vite umane. Purtroppo non è bastato, ma la buona fede non dovrebbe essere messa in discussione.

Chi ha paura della III guerra mondiale?

Quanto al “realismo politico” a proposito dei rapporti con Mosca, converrebbe togliere all’espressione ogni connotazione cinica e negativa. Perché l’obiettivo di questo realismo benedetto non è il prestigio di un viaggio a Mosca (si può avere una considerazione così miserabile delle aspirazioni di Giovanni Paolo II?), ma di evitare un qualcosa del tipo “terza guerra mondiale”: “Nel suo intervento all’indomani dell’attacco della Nato – commenta padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia di stampa vaticana “Fides”- il Papa ha espresso la sua preoccupazione “per le conseguenze che da esso (il conflitto) possono derivare per l’Europa e per il mondo intero”. Giovanni Paolo II teme veramente che dai Balcani possa sorgere un nuovo conflitto mondiale: l’aveva già detto pubblicamente nel corso della sua visita a Sarajevo. E vuole attivare un tandem diplomatico russo-vaticano perché ha ben presente che proprio dalla Russia potrebbero venire, se non la si coinvolge in un discorso di pace, i pericoli maggiori”. Non sono pensieri peregrini. Lo conferma il grido di allarme sulla saldatura fra nazionalismo, comunismo e ortodossia in Russia che il grande storico François Fejtö lancia proprio sulle nostre pagine (vedi l’intervista alle pp. 12-13).

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