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Sui pedali con Bartali e Coppi. Il ciclismo, storia di uomini veri

novembre 20, 2012 Matteo Rigamonti

Nando Sanvito (Mediaset) racconta la rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi: un rapporto che ha scavalcato i tornanti di Giro e Tour fino ad abbracciare la vita di entrambi

Coppi e Bartali: «Un rivale come alleato». E una perifrasi che vale tanto per l’uno quanto per l’altro: il toscanaccio e il piemontese. Nello sport come nella vita. Perché tra i due è proprio andata così. «Un rivale come alleato» è il titolo dell’ultima storia di sport raccontata in giro per l’Italia dal giornalista di Mediaset Nando Sanvito, esperto di calcio per una volta prestato al ciclismo. E in questo caso il titolo dice con chiarezza, più di tanta retorica, quale è la chiave di lettura con cui Sanvito ha riproposto, a una folta platea radunata venerdì a Carate Brianza, la storia della più grande rivalità sportiva italiana degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale: quella tra i ciclisti Gino Bartali e Fausto Coppi. Due nomi che, forse, ai più giovani appassionati di sport ma digiuni di annali del ciclismo (anche tra i ciclisti!) cominciano a non comunicare quasi più nulla. Nulla, se non il rimbombo sordo dei luoghi comuni con cui, a cinquant’anni di distanza, vengono ricordate dai media le gesta in bianco e nero dell’Airone e il Ginettaccio, sullo sfondo di un’Italia prima allo sfascio, divisa tra fascio e partigiani ma che poi è risorta. Un motivo in più, questo, per risentire, con piacere, raccontare di nuovo le loro imprese in sella alla Legnano e alla Bianchi, ma soprattutto, la storia della loro amicizia. Perché di questo, in fondo, si tratta. Della storia di un rapporto tra uomini veri che è iniziato sui tornanti dell’Alpe d’Huez e del Galibier, delle Dolomiti e dello Stelvio, ma che ha fin da subito raggiunto le pagine della vita di entrambi – di tutta la vita intera – dentro e oltre lo sport, fino e oltre la morte.

UNA CERTEZZA. Se una certezza emerge non appena la serata muove i suoi primi passi (il percorso curato da Sanvito si snoda tra foto e video d’epoca appoggiandosi a spezzoni della recente fiction andata in onda sulla Rai in occasione del 50° della foto in cui sul Galibier i due si scambiano l’altrettanto celebre bottiglia d’acqua Vichy, ndr) è che tra Coppi e Bartali quello “con la testa sulle spalle” era Gino. Che sarà per Fausto, più giovane di cinque anni, il punto saldo e di conforto cui appoggiarsi lungo tutti i momenti difficili che il Campionissimo ha dovuto attraversare, dalle prime fatiche sui pedali, alla difficile situazione familiare vissuta tra la separazione dalla moglie Bruna e il rapporto con Giulia Occhini, la “Dama Bianca”, madre del figlio Faustino, fino al brutto incidente che mise prematuramente fine alla sua carriera. Fu proprio Bartali, infatti, che, dopo aver terminato la carriera e aver assunto il ruolo di direttore sportivo della squadra San Pellegrino da lui fondata, offrì l’ultima chance a Coppi, che poi, a seguito di un viaggio in Africa, si ammalò di malaria e morì, non potendo di fatto mai correre per il rivale di un tempo. Da notare inoltre la segnalazione di Sanvito sulla manifestata volontà da parte di Fausto Coppi, prima di morire, di voler incontrare il vescovo di Milano per chiedere consiglio sulla sua situazione familiare e sulla soluzione migliore per evitare sofferenze ai suoi cari.

UOMINI VERI. Non mancano gli episodi che fanno capire la stoffa umana dei due campioni. Uno su tutti è il racconto delle gesta di Gino Bartali nel periodo in cui le competizioni vennero sospese per la guerra. Scampato alla leva per una malformazione al cuore (né lui né Coppi, quest’ultimo per un problema ai polmoni, avrebbero mai potuto correre se ci fosse stata l’obbligatorietà dell’idoneità medico-sportiva!), con il permesso di potersi allenare, Bartali percorse tra il 1943 e il 1944 la tratta dalla stazione di Cortona al monastero di Assisi per portare documenti, nascosti all’interno della canna della bici, che contribuirono a salvare la vita di migliaia di ebrei, adulti e bambini.
Un altro episodio da ricordare è il festeggiamento per il primo Giro d’Italia vinto, in cui Bartali si rifiutò di ringraziare pubblicamente il Duce, spiegando che lui di tessera aveva già quella dell’Azione Cattolica e di quella della Gioventù Fascista non sapeva che farsene. Ma le pagine più belle sono quelle della rivalità sportiva tra Coppi e Bartali, una rivalità fatta al tempo stesso di un’infinità di colpi bassi ma anche di grandissimi gesti di lealtà e rispetto, sia sulle strade del Tour de France sia su quelle del Giro. E il racconto di Sanvito ha il pregio di non essere una versione edulcorata o di parte, né per l’uno né per l’altro, ma il racconto obiettivo di come si sono svolte le due carriere, dalle prime vittorie di Bartali, a quelle di Coppi, passando per la rivalità nata alla Legnano quando emerse il giovane talento di Fausto, allora gregario di Bartali, poi suo capitano e dopo in squadre diverse: Bianchi e Legnano prima, Bianchi e Bartali poi.

UN CICLISMO A MISURA D’UOMO. Il quadro che emerge alla fine è quello di un ciclismo a misura d’uomo, in cui già c’erano polemiche a non finire su doping e durata della stagione sportiva, con gli organizzatori che stressavano gli atleti esagerando già allora il numero di competizioni e impegni. Proprio come oggi, insomma. E proprio oggi come allora, a uomini veri come Gino e Fausto – che di certo non mancano né in gruppo né tra gli organizzatori – il ciclismo deve sapersi affidare se vuole ripartire ed uscire dalla nuvola di fango in cui si è infilato negli ultimi anni, tra affari di doping e combine, vere o presunte che siano.

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