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Sudafrica 1996: così i Bafana bafana unirono il paese

gennaio 14, 2013 Emmanuele Michela

Tutti ricordano il Mondiale di rugby del ’95 celebrato da “Invictus”, ma l’anno successivo un altro evento sportivo aiutò Mandela ad abbattere le divisioni razziali a Johannesburg.

A consacrare lo sport sudafricano e il suo successo rugbistico del 1995 c’hanno pensato Morgan Freeman e Matt Damon: “Invictus” è la pellicola che racconta della vittoria degli Springboks nel Mondiale di casa, crocevia di un Paese appena uscito dagli anni terribili dell’apartheid e in cerca di un’unità e riappacificazione tra la maggioranza nera e una minoranza bianca, a lungo dominatrice sulla prima. Tutti ricordano bene quell’impresa, prima competizione cui partecipò il Sudafrica dopo la vittoria di Mandela, lungimirante nel capire che un successo casalingo nello sport più amato dai bianchi avrebbe consolidato l’orgoglio nazionale. In pochi invece ricordano l’altro evento sportivo che il Paese ospitò l’anno successivo, la Coppa Africa di calcio.

ETNIE DIVERSI, SPORT DIVERSI. Se il pallone ovale era faccenda esclusivamente amata dai bianchi, i neri impazzivano invece per le palle rotonde, quelle da calcio, praticato ovunque nel Paese. Ma per la Caf e la Fifa la Nazionale di calcio sudafricana non esisteva, ormai dagli anni Sessanta: si era deciso di punirli proprio in seguito alle misure segregative contro le etnie di colore. La federazione locale aveva scelto di far giocare solamente giocatori bianchi, e nemmeno la proposta di creare due squadre distinte per etnia sarebbe andata bene alla Fifa, inamovibile nell’espellere i Bafana Bafana dal calcio Mondiale. Ma nel ’91 l’apartheid finì, la Nazionale aprì le porte anche a giocatori di colore e i veti della Caf decaddero. E nel ’96 la Rainbow Nation ebbe persino la possibilità di ospitare la massima rassegna calcistica continentale proprio negli stadi di casa.

FACCE DI UN SUCCESSO. E la vinse pure, complice la defezione all’ultimo della Nigeria campione in carica. Quel successo però fu sudato e meritatissimo, ottenuto a suon di gol e belle partite. Era il Sudafrica di alcune future conoscenze del calcio italiano: il barese Masinga, i cagliaritani Tinkler e (per poco) Nyathi, il laziale Fish… Era il Sudafrica di Mark Williams, attaccante all’epoca dei Wolves autore della doppietta decisiva in finale con la Tunisia, due gol vicinissimi, arrivati a 15 minuti dal termine, quando la sofferenza di tutto lo stadio rischiava di diventare un lungo peso da portare fino ai supplementari. L’immagine di Neil Tovey, capitano premiato da Mandela dopo un lungo cammino calcistico trionfale, è una foto ricca di significato per il Sudafrica: uno stadio a prevalenza nera in piedi ad applaudire uno dei pochi giocatori bianchi della squadra, appena incoronato vincitore niente meno che da lui, Madiba, il simbolo della lotta per la libertà africana.

Da allora il Sud Africa calcistico è cresciuto notevolmente, sfornando talenti arrivati in fretta nei migliori stadi europei, partecipando a tre Mondiali e arrivando, nel 2010, ad ospitarne persino uno. Ma la Nazionale non ha più saputo ripetere exploit simili a quello del ’96, a differenza invece degli Springboks di rugby, campioni nella Coppa del Mondo francese del 2007. Ma quest’anno la Coppa Africa torna a Johannesburg: chissà se i Bafana Bafana avranno ancora voglia ancora di scrivere la storia.

Le puntate precedenti:
La Coppa Africa vi annoia? Il “tacco di Allah” e altri bomber vi faranno cambiare idea
I Leopardi del Congo, i Corvi del Mazembe e un riscatto atteso dal ’74
Dieci isolotti e due tribune. Ma per le imprese Capo Verde c’ha preso gusto

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