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Su Jobs Act e taglio del cuneo fiscale Renzi farebbe bene a studiare cosa ha già fatto la Spagna

marzo 12, 2014 Matteo Rigamonti

Il decentramento a livello aziendale e territoriale della contrattazione ha permesso a Madrid di uscire dal tunnel della disoccupazione e porre le premesse per la crescita, ripristinando le condizioni per investire

Ricetta spagnola per curare il mercato del lavoro italiano. In attesa che il premier Renzi sciolga le riserve su taglio del cuneo fiscale e Jobs Act, vale la pena ricordare cos’ha fatto la Spagna per provare a ridurre una disoccupazione altissima, pari al 27 per cento, e rilanciare la crescita trainata dall’export. Il governo di Madrid, infatti, ha adottato un approccio che, perlomeno, potrebbe dare qualche spunto anche a un’Italia così in crisi di produttività per ripristinare la competitività del Paese e ricreare le condizioni per attrarre investimenti esteri.

UNA RIFORMA «AGGRESSIVA». Anzitutto, la Spagna ha adottato una riforma «estremamente aggressiva» del mercato del lavoro, come l’ha definita il ministro dell’Economia Luis de Guindos, che rende meno costosi i licenziamenti per le imprese in crisi; una ricetta che è già stata sperimentata con il gruppo Tragsa, la società incaricata del servizio di raccolta rifiuti a Madrid. Ma non si tratta esclusivamente di licenziamenti più facili: il «fattore di successo della riforma del lavoro spagnola, che ha invertito la tendenza all’aumento della disoccupazione e che ora sta recuperando centomila posti al quadrimestre – spiega il Foglio in un editoriale – è il decentramento a livello aziendale e territoriale della contrattazione, senza vincoli di omogeneità nazionale, una contrattazione che investe orari e retribuzioni e che ha consentito a molte imprese di passare dalla pratica del licenziamento a una modulazione della presenza della mano d’opera in relazione ai carichi di lavoro».

MODELLO MARCHIONNE. In pratica proprio la ricetta suggerita a Renzi dall’economista Francesco Forte e da lui stesso ribattezzata in un’intervista a tempi.it, come «riforma Marchionne, un modello che ha funzionato a Detroit, funziona in Germania e può funzionare persino a Castellammare di Stabia». Una riforma che «può generare produttività nell’immediato, che è ciò di cui ha più bisogno l’Italia». Come la Spagna, del resto, dove, spiega ancora il Foglio, «la riduzione dei costi produttivi e l’aumento della flessibilità hanno favorito un recupero nelle esportazioni, che è stato alla base della ripresa. A questo – prosegue il Foglio – in Spagna si è arrivati, nonostante l’iniziale contrarietà assoluta dei sindacati, quando la disoccupazione ha raggiunto un quarto delle forze di lavoro. C’è da sperare che da noi, dove questo tasso è la metà, non si aspetti di raggiungere quel tragico record per adottare misure di flessibilità come quelle spagnole, che l’allora analista principe dell’Ocse, Carlo Padoan, aveva indicato come esempio da seguire».

MENO TASSE, PIÙ PRODUTTIVITÀ. A queste misure, in Spagna, se ne sono associate anche altre di impulso alla produttività e sgravi fiscali, come, per esempio, una detrazione pari a 3 mila euro per le Pmi con meno di cinquanta dipendenti intenzionate ad assumere una persona a tempo indeterminato. Interventi che, come ha spiegato Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni a tempi.it, rispondono alla ratio di «dare un impulso al mercato del lavoro, abbattendo il costo del lavoro per unità prodotta», che aggrava eccessivamente la produzione italiana nel confronto europeo e mondiale. Il combinato disposto di tasse come l’Irpef, l’Ires e l’Irap, infatti, confermava già a tempi.it Enrico Morando (Pd), oggi viceministro all’Economia, «è sopra la norma». Senza considerare i contributi previdenziali che un’azienda è tenuta a corrispondere all’Inps e che fanno sì che il cuneo fiscale in Italia raggiunga il 54 per cento del costo del lavoro. Uno dei più elevati al mondo.

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2 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    bell’articolo. ma sono solo speranze.

  2. carolus scrive:

    Solamente dei retrogradi beceri come i comunisti e sindacati allineati non capiscono che non se ne può più di subire i mali che hanno fatto al Paese.

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