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Studenti stranieri in aumento del 400%. Diesse: «Vogliamo più libertà»

settembre 12, 2011 Carlo Candiani

Gli studenti stranieri sono passati da 150.000 a 700.000. Situazione difficile soprattutto al Nord. Parla a Tempi.it Mariella Ferrante, presidente di Diesse Lombardia: «Non ci sono solo i musulmani, i sudamericani soprattutto creano problemi. Ecco perché vogliamo libertà di reclutare gli insegnanti: in situazioni difficili, devi avere quelli giusti»

Inizia l’anno scolastico e il problema dell’integrazione cresce costantemente con l’aumentare della presenza di ragazzi stranieri che frequentano le classi. In dieci anni (dati Associazione Migrantes) gli studenti con cittadinanza non italiana sono aumentati di quasi il 400 per cento, passando da 150.000 a 700.000 circa. Sono già 2000 le classi in cui la presenza di stranieri ha superato la percentuale del 30 per cento, il tetto fissato per legge. E il fenomeno si verifica soprattutto al Nord. L’Associazione di docenti, Diesse Lombardia, da diversi anni lavora sul territorio per affrontare questo problema.

Prof.ssa Mariella Ferrante, lei è presidente di Diesse Lombardia, da dove parte il vostro lavoro?
In Lombardia, Veneto e Piemonte è da tempo che abbiamo sotto gli occhi questa realtà. Qui va fatta subito una precisazione che spesso negli articoli di giornale non appare: che cosa si intende per alunno straniero? C’è il bambino che proviene da una famiglia che da anni è in Italia ed è ben integrata e il bambino immigrato di prima generazione che ha effettivamente difficoltà di integrazione. Per il nostro Stato, se i primi non sono nel nostro paese da almeno 10 anni, necessari per avere la cittadinanza italiana, sono considerati anche loro stranieri.

I bambini di seconda generazione, che conoscono la lingua e hanno già frequentato la scuola materna, sono contati in quel tetto del 30 per cento?
La faccenda è delicata e non si può risolvere con azioni puramente burocratiche. Sappiamo dalla cronaca di genitori che hanno ritirato i loro figli per una presenza consistente di stranieri, ben oltre la soglia stabilita per legge. Per i responsabili scolastici, questi problemi devono essere risolti sul posto, coinvolgendo nelle valutazioni gli insegnanti e gli stessi genitori. Quando uscì la norma del 30 per cento c’era la possibilità della deroga, non era un testo perentorio. Bisogna mettere in campo buon senso, capire la realtà che si ha di fronte e non fermarsi alle apparenze.

Secondo i dati, ci sono più stranieri nelle classi del Nord. Come vi state muovendo?
Insieme all’Istituto di Psicologia dell’università Cattolica, abbiamo fatto un grosso lavoro di ricerca sul territorio lombardo sulla sinergia tra scuola e altri soggetti per una integrazione scolastica effettiva e abbiamo scoperto grosse realtà di reti messe di soggetti privati, volontariato, istituzioni pubbliche. C’è quindi un grosso lavoro di accoglienza. Ma il corpo docente deve riflettere sul fatto che il compito specifico della scuola dovrebbe essere quello di far frequentare con successo il percorso formativo a stranieri e italiani. Ma su questo c’è ancora molto da fare.

Quando si parla di stranieri, si pensa soprattutto ai musulmani e alla loro difficoltà a integrarsi, ma ci sono ben 180 nazionalità straniere.
La realtà della presenza musulmana è variegata: alcune comunità sono ben integrate e sono distanti da posizioni oltranziste, di questo ho perfetta conoscenza. A Milano, per esempio, in questo momento, la comunità straniera che più sta dando problemi è quella dei sudamericani. Magari la loro cultura ci è più vicina, ma i ragazzini stanno creando grossi problemi, anche di disciplina, nelle nostre scuole.

Come è supportato il vostro lavoro sul territorio dal Ministero?
Collaboriamo molto con Regione Lombardia, il Ministero deve prendere ancora coscienza del problema, forse perché molti ispettori non sono del Nord. C’è bisogno, anche in questo caso, di un federalismo effettivo, che però è tutt’ora rinviato “sine die”. Il lavoro sull’integrazione scolastica in Lombardia, che prima raccontavo, è il risultato del concretizzarsi del principio di sussidiarietà, che un sano federalismo valorizzerebbe.

Il decreto sull’immissione in ruolo dei precari firmato dal ministro Gelmini inciderà sulla figura del docente che va ad affrontare queste situazioni?
Noi come associazione di docenti sosteniamo da tempo che è ora di cambiare. L’accesso alle scuole non può più essere indifferenziato, generico, burocratico, limitato allo scorrimento di una graduatoria. Davanti ai problemi di integrazione, non ci si improvvisa capaci. Un grosso passo avanti sarebbe la libertà (almeno in una certa percentuale) da parte della scuola di reclutare direttamente i docenti: non si può infatti considerare solo l’anzianità, è importante anche il possesso di certi titoli di studio. Su questo tema, oltre che una negligenza del governo, c’è un rifiuto deciso dei sindacati, che vogliono conservare la loro “riserva” dei precari. Anche se è pur vero che è un problema che va risolto. Ma anche un giovane laureato docente, se si trova davanti a una classe con alunni cinesi, musulmani, sudamericani o che hanno disturbi di apprendimento, deve avere preparazioni specifiche, che di per se stesso l’università e anche l’anno di esercizio formativo non danno. E’ in questi casi che il reclutamento diretto sarebbe molto utile.

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