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La strage di Viareggio e il rischio dell’automatismo sulla “responsabilità oggettiva”

febbraio 2, 2017 Emanuele Boffi

L’attenzione mediatica si è concentrata sulla condanna dell’ad Moretti. Ma vi sono alcuni aspetti della sentenza che vanno messi un po’ in luce

Ci sarà tempo e modo per leggere le motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Lucca ha condannato in primo grado 23 persone e 8 società per la strage di Viareggio. Fra tre mesi avremo le idee più chiare e potremo capire quali siano stati i ragionamenti con cui i giudici hanno deciso di punire i responsabili del deragliamento del treno che il 29 giugno 2009 causò la morte di 32 persone.

Fatto salvo il dolore dei parenti delle vittime, che legittimamente e comprensibilmente chiedono giustizia, bisogna però anche domandarsi in base a quali fatti i giudici abbiano determinato le responsabilità specifiche dei condannati. Leggendo ieri i quotidiani questo aspetto non sembrava, se non a sprazzi, messo in luce.

Il processo aveva 41 imputati (33 persone singole e 8 società) che erano sotto accusa, a vario titolo, per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo plurimo, incendio e lesioni colpose. Come detto, vi sono state condanne per 23 di essi e 10 assoluzioni. La procura aveva chiesto pene per un totale di 260 anni di reclusione e ne sono stati inflitti 168. Il processo è durato più di sette anni e sono state necessarie 140 udienze. Solo in base a questi semplici dati si può notare come non sia stato così semplice arrivare a sentenza e come le cose, a differenza di quanto fanno intendere gli strepiti grillini sulla «strage di Stato», non siano poi così facili da appurare.

Il nome su cui si è concentrata l’attenzione mediatica è quello di Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, ora ad di Leonardo (Finmeccanica). Per lui erano stati chiesti 16 anni, mentre la condanna è di 7 e riguarda solo il suo incarico di ad in Rfi (Rete ferroviaria italiana) e non il suo ruolo in Fs.

Nel dispositivo della sentenza si fa riferimento alla sua “responsabilità oggettiva” nel disastro. Ma va fatto notare – e questa sarà un’arma nelle mani della difesa nel processo d’appello – che Moretti si dimise da ad di Rfi tre anni prima del disastro. Il problema, dunque, sta tutto nell’interpretazione che si dà alla “responsabilità oggettiva”. Ieri sul Corriere della Sera l’avvocato Giulia Bongiorno ha fatto notare che «la legge 231 introdotta nel 2001 e applicata dalle procure a macchia di leopardo, è una forma di responsabilità che ricade sulle società per le condotte assunte dai vertici. C’è chi la considera oggettiva perché la società deve dimostrare che i modelli organizzativi erano idonei», ma è anche vero che «di assoluzioni dopo le accuse ne abbiamo viste tante».

Lo stesso avvocato di Moretti, Armando D’Apote, di cui ieri tutti i quotidiani hanno riportato le parole sul processo «scandaloso» e intriso di «populismo», ha, in verità, fatto una dichiarazione più interessante quando ha notato che la sentenza ha «completamente ribaltato l’impianto accusatorio» che indicava in Moretti il dominus incontrastato del gruppo.

L’automatismo secondo cui un disastro in un’azienda indica necessariamente una “responsabilità oggettiva” del suo vertice apicale è, appunto, un automatismo. Che può essere fuorviante se non si circostanziano esattamente le inadempienze personali dell’accusato. Il rischio è di individuare un capro espiatorio, ma di non fare giustizia, innanzitutto per le vittime e i loro cari.

Foto Ansa

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