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Strage di Utoya? Il male che viene dal multiculturalismo

agosto 30, 2012 Francesco Amicone

Breivik non è un pazzo, ma il sintomo del disfacimento europeo causato dal multiculturalismo e dal relativismo. L”Elogio letterario di Anders Breivik” dello scrittore Richard Millet.

Negli anni Settanta combatteva per i falangisti libanesi di Pierre Jemajel. Da redattore di Gallimard, prestigiosa casa editrice francese, ha curato i libri di Alexis Jenni e Jonathan Littell, vincitori del premio Goncourt. Ora, Richard Millet è un scrittore di destra, cattolico, che anche per i suoi avversari «sa leggere e far lavorare gli scrittori». Da qualche giorno, ha scatenato il putiferio in Francia con un pamphlet il cui titolo potrebbe far pensare a una macabra boutade o, peggio, all’apologia di un criminale stragista: Elogio letterario di Breivik. Quindici pagine contenute in un più ampio saggio, che trattano della strage di Utoya e di Andres Breivik, il killer norvegese condannato il 24 agosto a ventuno anni di carcere per l’assassinio di settantasette persone. Il titolo è volutamente provocatorio, ma l’autore, romanziere e saggista molto apprezzato in Francia, non ha intenzione di giustificare l’autore della strage. Piuttosto individua nella strage di Utoya il segnale d’allarme proveniente dal disfacimento dell’identità europea.

Chi è Anders Breivik?, si chiede Millet. Non un pazzo che ha imbracciato le armi, un’anomalia del sistema scandinavo, altrimenti perfetto. Il suo atto ha «la perfezione formale» del «male», scrive Millet, e non è altro che la reazione di un organismo in disfacimento: «Breivik è, come tanti altri individui, giovani o no», un uomo «che assiste alla costante devalorizzazione dell’idea di nazione», alla «criminalizzazione del patriottismo» e che reagisce. Un uomo solo. «Il suo compendio», afferma Millet, riferendosi ai diari compilati dallo stragista, «rivela il naufragio dell’individuo» in un occidente dominato dal «nichilismo multiculturale» e dal relativismo. Nell’Elogio letterario di Breivik non c’è niente che giustifichi il terrorista. Però, di affermazioni dure, ce ne sono e parecchie: la strage è quello che «si meritava la Norvegia», sostiene Millet, un paese che apre le braccia alla «disperazione europea» e rinnega le proprie radici cristiane.

La strage di Utoya è perciò «sintomo della nostra decadenza». Un prodotto della perdita di identità, visibile in quell’«esotismo domestico» che si rifiuta di considerare che «il canto del muezzin» segnerà «la morte della cristianità», dunque «la fine delle nostre nazioni». Senza radici e senza futuro, governata dalla barbarie, l’Europa è destinata al suicidio. Perciò il killer norvegese è anche «il segno disperato e disperante della sottostima da parte dell’Europa dei danni del multiculturalismo. I suoi atti sono una manifestazione irrisoria dell’istinto di sopravvivenza della civiltà».

Millet non è nuovo alle invettive contro il «terrorismo antirazzista» della cultura dominante. Nel 2007, lo scrittore francese, in Il disincanto della letteratura, aveva affermato che «rarefazione, appiattimento, perdita del senso» sono le «altre definizioni del disincanto, della terribile riduzione del mondo a opera della tecnica, dell’oggetto, dell’immagine, della comunicazione, della pubblicità, della menzogna mediatica, dell’illusione televisiva, della clonazione umana, dell’eugenetica già in atto». È la «terzomondizzazione» del pensiero, della cultura, dove a imperare è quello che Millet definisce un «Nuovo Ordine Morale».

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5 Commenti

  1. Francesco scrive:

    Se ho capito bene, la redazione di “Tempi” afferma pertanto, nemmeno troppo implicitamente, di essere d’accordo con le posizioni di tale Millet.
    Come al solito avro’ capito male….
    Francesco Cicone,
    Roma

  2. Tommaso Cecchini scrive:

    Affermare che «il canto del muezzin» segnerà «la morte della cristianità» è un’idiozia bella e buona.

    In un’Europa svuotata di senso il canto del muezzin riempirà quel silenzio colpevolmente evocato da un certo laicismo e provocherà, tra gli uomini impagliati l’unica reazione di cui ormai sono capaci: la paura. E la paura porterà alla violenza.

    La morte della cristianità è solo lo spauracchio agitato da qualcuno che non è amico dei cristiani ma solo uno squallido profittatore populista.

  3. frankdd scrive:

    Dio, Patria, Famiglia, Tradizione e Razza sono i valori che nascono dalla miseria, sono i valori dell’insicurezza sociale e sono i valori del bisogno: essendo l’uomo fragile di fronte al mondo, trova comodo rifugiarsi in essi.
    E fatemi porre queste domande:
    -Siamo sicuri che in una società ricca, tecnologizzata, dove l’aspettativa di vita aumenta e dove rispetto a 100 anni fa siamo più sicuri dal punto di vista economico e salutare questi valori hanno ancora un senso??
    -Siamo sicuri che oggi, in cui “fare quadrato” serve a ben poco, la famiglia e la patria abbiano ancora un senso??
    -Siamo sicuri che oggi, con la vita lunga e non più travagliata come una volta, abbiamo bisogno di un Dio??
    -Siamo sicuri che l’Islam non cadrebbe a terra come una checca inerme se nel medio-oriente e in Africa non si soffrisse la fame e ci fosse il nostro tenore di vita??
    -E siamo sicuri che negli anni 60 e 70 ci sarebbe stato l’inizio di quella dissoluzione dei valori se non ci fosse stato il boom economico??

    Se volete ripristinare gli antichi valori, abbiate la coerenza di predicare l’abbattimento dei nuovi: distruggete tutti i computer, le macchine, gli aerei e gli apparecchi elettronici che ci garantiscono il BENESSERE, il fattore che dissolve inesorabilmente i valori ai quali vi aggrappate. E abbiate l’intelligenza di capire che il vero nichilismo è quello vostro: volendo un nuovo Apollineo, non fate altro che predicare il ritorno alla furiosa dialettica nichilista tra Apollineo-Dionisiaco in una società ormai matura e atarattica.

    Non dite che non approvate quello che ha fatto Breivik: Dio, Patria, Famiglia e Tradizione vi servono a dare dignità all’uomo, che ai vostri occhi, preso nella sua semplice umanità, non ne ha. Il meticcio, il frocio, il drogato, lo sradicato e molto più in generale l’uomo borghese per voi non hanno dignità, in quanto non vivono secondo ideali. Per quanto mi riguarda, l’uomo si dà dignità da solo. Non giustificate l’esistenza dell’uomo con le sue creazioni, destinate a perire nel tempo: giustificatela con la sua creatività, che mai si esaurisce e cambia continuamente. Ogni uomo deve poter esprimere la sua creatività, e quindi la sua dignità, per potersi rendere utile al mondo: l’unico compito società ha il dovere di aiutarlo ed indirizzarlo in questa missione.

  4. thelkter_91 scrive:

    “Terribile riduzione del mondo a opera della tecnica”?? Il buonsenso mi dice che un scienziato capisce la lingua del filosofo quasi sempre, ma raramente un filosofo capisce la lingua dello scienziato: a quanto pare per questo signore il mondo va al contrario…

    • beppe scrive:

      mi rivolgo a francesco amicone e gli chiedo se qualcuno ha cercato di conoscere , studiare e diffondere le idee, le riflessioni, gli appunti dei giovani che erano radunati a utoya. sarebbe interessante conoscere cosa stavano ascoltando, studiando e soprattutto ”sognando”.

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