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Stracquadanio (Pdl): «Manovra senza strategia? Colpa nostra e di Tremonti»

settembre 12, 2011 Chiara Rizzo

Il frondista Giorgio Stracquadanio (Pdl) elenca a Tempi.it una serie di riforme e misure per uscire dalla crisi: federalismo, mercato del lavoro, servizi, pensioni. Poi ammette: «Se tutto questo non l’abbiamo fatto e se la manovra non ha strategia è colpa del governo e di Tremonti, che ideologicamente pensa che il sistema non si possa cambiare»

«Prima la manovra era solo tagli e tasse, alla Padoa Schioppa, senza nessuna riforma con Tremonti che teorizza che le riforme non possono essere fatte. Ora è un po’ migliorata ma il nostro rapporto con la base si sta perdendo». Lo chiamano il “frondista”, il deputato Pdl Giorgio Stracquadanio, che durante il dibattito sulla manovra ha attaccato duramente l’autore della finanziaria, il ministro Tremonti, così come la componente leghista. Ma se all’inizio dell’intervista, Stracquadanio sembra essersi stemperato nei toni del politically correct, la sensazione dura poco: «Abbiamo fatto una manovra senza strategia – dice a Tempi.it – la responsabilità è del governo, ma soprattutto di Tremonti». Prima di quest’ammissione, Stracquadanio non le ha mandate a dire nemmeno ai ministri della Lega Bossi e Calderoli, così come ai sindacati.

On. Stracquadanio, secondo i dati Caf-Acli il 78 per cento degli italiani ha un reddito inferiore ai 22 mila euro. Non le sembra iniquo che il contributo di solidarietà sia rimasto relegato solo a quei pochissimi che hanno redditi superiori ai 300 mila euro?

E perché mai? Lo scopo del fisco, per me che sono liberale, non è fare egualitarismo. Per me il fisco non rappresenta una leva di livellamento sociale, deve garantire i servizi sociali attraverso un equo prelievo dalle tasche di chi produce reddito. Il fisco non va valutato su una base etica ma di efficienza: meno influenza la base economica, meglio aiuta l’efficienza dei servizi. Una spesa pubblica efficace deve al massimo spendere il 40 per cento del Pil, non il 52 come adesso, perché così significa che gli italiani lavorano per lo Stato.

Adesso vengono tagliati ai ministeri sei miliardi di euro. Secondo lei verranno tolti dalle spese della macchina burocratica o dai servizi offerti?
Per come sono stati fatti i tagli finora, incidono su tutto indifferentemente. Faccio un esempio: la difesa italiana ha un sistema di 350 mila addetti. Nel 2008 lo Stato pagava per loro 3,6 miliardi di euro, stipendi esclusi. Cioè circa diecimila euro a persona, troppo. Con l’ultima manovra arriviamo a 500 milioni di euro, cifra che di solito si dà a una grande Asl. Troppo poco. Solo le bollette oggi ammontano a 300 milioni di euro. Come facciamo? Questa non è una politica di bilancio. Più che tagli, servono riforme. Vuole che le dica da quale comincerei?

Sentiamo.
La previdenza ammonta a 300 miliardi annui. Nel 1960, quando il lavoro era un po’ più duro di adesso, si andava in pensione a 65 anni, oggi a 55 anni e si vive dieci anni di più. Ha senso questo? Se i contributi previdenziali sono un terzo dello stipendio, si mettono da parte contributi per un terzo dell’età in cui si è lavorato. Se lavoro 40 anni, accumulo 13 anni di contributi per la pensione: gli anni in più chi li paga? Nei prossimi cinque anni dovrebbero andare in pensione 1.7 milioni di persone. Questo sarebbe il costo politico di una riforma che dovrebbe innalzare l’età pensionabile e con i soldi risparmiati stimolare la crescita del mercato del lavoro.

Perché non l’avete fatto?

Tutti i sindacati si oppongono, non solo la Cgil. Le pressioni sono fortissime, abbiamo avuto paura. E la Lega pure, perché quei due milioni di persone che devono andare in pensione si trovano dove sono più radicati territorialmente. Quindi si è preferito mettere una pezza.

Che altra riforma farebbe?
Quella sanitaria, dove si possono risparmiare 12 miliardi di euro con il federalismo. Oggi spendiamo 118 miliardi, con le regioni del Sud che sprecano più soldi del Nord e offrono un servizio peggiore. Con il federalismo fiscale si sono calcolati i costi standard di tutto, ad esempio, di un intervento chirurgico. Con la sua applicazione guadagneremmo 12 miliardi: la legge l’abbiamo approvata 3 anni fa, i decreti legislativi via via sono stati fatti, la riforma può essere attuata entro il 2012 ma sembra che Calderoli e Tremonti non ci credano più. Poi c’è anche la pubblica amministrazione da riformare.

Come?

Secondo il principio di sussidiarietà. Per il trasporto pubblico e la raccolta rifiuti ci sono 700 aziende municipalizzate con un valore stimato di 400 miliardi di euro. Tutta questa roba oggi è in mano non ai Comuni, ma ai partiti che mettono i loro uomini nelle aziende. Perché il pubblico deve offrire questi servizi, monopolizzati dalla politica, se in tutto il mondo lo fanno i privati? Quei 400 mld di euro andrebbero a ridurre il nostro debito pubblico anche del 20 per cento. Altri 300 miliardi di euro possono arrivare dagli immobili pubblici, che oggi non portano una lira nelle casse dello Stato. Cambiamo subito: una caserma in disuso di una certa città può essere venduta a 10 volte il suo valore attuale. Poi la digitalizzazione totale della pubblica amministrazione porterebbe risparmi per 10 miliardi di euro, di cui quattro solo per l’archiviazione. Poi mi chiedo: perché chi lavora nel pubblico ha la garanzia del lavoro a vita, lavora quattro ore in meno di un privato e guadagna di più?

E’ il problema della riforma del lavoro.

Negli ultimi anni abbiamo speso 4.8 miliardi di euro per la cassa integrazione, che se da una parte mantengono il lavoratore, e questo va bene, dall’altra tengono a galla un’azienda che sta in realtà per saltare per aria. Non sarebbe meglio allora prevedere dei contributi di disoccupazione, per chi si trova all’improvviso senza lavoro e che così avrebbe una molla per trovare un nuovo impiego? Anche sui contratti: la mia generazione ha lavori stabili e ben retribuiti ma abbiamo scaricato tutti i costi sulla nuova. Propongo che chi ha un contratto atipico guadagni di più perché non è giusto che si abbiano poche garanzie e stipendi bassi. Bisogna anche incentivare l’assunzione da parte delle aziende con sgravi fiscali. Ci vorrebbe una strategia di questo tipo e la nostra manovra non ce l’ha.

Tutte ottime proposte, le sue, ma se nessuna di queste è realtà la responsabilità è vostra.
Certo, del nostro governo. Però c’è anche una responsabilità ideologico-culturale di Tremonti secondo cui il nostro sistema non può essere cambiato, anzi va bene com’è. Ma il ministro non nasce ieri: si è formato in un ambiente economico e politico che ha sempre privilegiato un tipo di modello di protezione sociale, anziché uno veramente liberale. Le misteriose trasmutazioni rispetto all’evasione fiscale, si spiegano con una sensibilità a certe visioni demagogiche che considerano il fisco una clava sociale. Lo capisco che davanti a tutto ciò ci si arrabbi anche nei confronti della politica.

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